Perché scriviamo su una webzine nel 2k16

Perché ti facciamo delle domande frate

Roberto Binetti 18\02\2016

Интернет-журнале спасут мир – le web-magazines salveranno il mondo. Ne sono così convinto che ho deciso di scriverlo anche in Russo.
E la frase suona subito stonata, al pari dei saluti di Luca Giurato.
Recentemente, uno che se ne intende un poco più del sottoscritto (o almeno lo sostiene), il critico letterario Stephen Burt, ha pubblicato un articolo su The New Yorker in cui si domandava le ragioni che spingono una o più persone ad avviare un progetto come una web-mag nell’epoca della società liquida ma senza zuccheri come la Coca-Cola zero e di Netflix and chill for one. Perché iniziare mai un progetto del genere sulla Terra?

Non diventerai ricco e nemmeno famoso. Se hai già un lavoro ti converrà tenerlo stretto fra i denti anche se sei uno studente senza prospettive (proprio come noi) o così ricco da non averne bisogno. Tu e i tuoi fortunati amici spenderete tempo ed energie in layout, scelta dei contenuti, programmazione web e aggiornamento digitale, distribuzione ed infinite dichiarazioni di intenti, identitarie, di maniera. Perderai tempo da dedicare alla tua sfavillante vita già così sovraeccitata di cose da fare, mani da stringere, persone da vedere. E nel momento in cui la tua rivista sarà pronta per camminare nel mondo, volerà in un cielo già pieno di giornali come un aeroplanino di carta nel cestino della spazzatura. Allora perché iniziare una simile operazione?
Nonostante tutte queste buone ragioni di pessimo gusto, la mia conclusione è che il continuo spuntare di web-mag ha una sola motivazione: è estenuante ma eccitante allo stesso tempo, creare una cosa e crearla seguendo una visione fai-da-te e allo stesso tempo condivisa. E tutto si riduce all’attrazione esercitata dal fatto di creare una community con una simile estetica, ragione di esistere etnica, geografica o generazionale. E possiamo riassumerlo in due parole: originale visione del mondo e scelta sincera della destinazione. Ok, forse era qualche parola in più, ma non sono mai stato un manico in matematica. Che tu sia bianco o nero, uomo o donna o semplicemente confuso, materialista reazionario o artista, femminista della domenica o sentinella in piedi, stiamo venendo a prenderti. O almeno a darti qualcosa da leggere.
E se l’arte, come qualcuno ha potuto dire, non inizia nel tentativo di intrattenere gli amici, almeno che finisca qui. Non vogliamo metterla troppo sul malinconico, eh, ma che sia chiaro: sono un’offerta per l’amore dell’offerta.
E ce ne sono degli ottimi esempi.

La prima che vorrei conoscessi è American Chordata, una nuova mag che è definita da una visione di trasparenza e chiarezza espressiva. Trasparente come il vino, come piace a noi. La sua estetica si nasconde dietro i racconti e gli articoli che propone e si manifesta nel design.  La fotografia è seccamente emotiva, incorniciata in modo netto così che sia possibile seguire il senso di una storia complessiva in racconti come quelli di Diana Xin “We Live Like Astronauts”. La rivista è gratis (e qui ritorna l’offerta), con contenuti non soffocanti e small-sized. Gli editori ti incoraggiano anche a stamparla a casa in modo da poterla leggere non solo sullo schermo del tuo triste computer. La cosa super interessante è la capacità di mixare fotografia con illustrazione come succede nel caso dei disegni di Louis Frantino (ricche di dettagli impercettibili, che strizzano l’occhio a quel vecchio matto di Matisse) che vengono alternati alla serie di scatti di Talena Sanders (in cui il flash maleducato e i blow-up impietosi cercano di incatenare l’American teen culture ad un luogo preciso, ovvero l’hood, il ghetto negro). Infine le fotografie di Thomas Prior ripropongono l’estetica dell’estrema provincia di Twin Peaks. Ed è subito signora ceppo.

Una seconda che mi sembra worthy, è FiveDials. La dichiarazione di intenti è la stessa: volersi bene e potersi scaricare in formato pdf. L’unica differenza è che in questo caso il sito, maggiormente strutturato (puoi perderci del tempo in modo veramente piacevole spulciando vecchi issues), può essere consultato in due modi differenti: verticalmente, decidendo di aprire uno a caso dei 38 numeri disponibili e scaricabili, oppure orizzontalmente, facendosi guidare da un suggerimento di tipo associativo del sito (per esempio un racconto breve su Saffo-desperate-housewife è accompagnato da una serie di fotografie scattate nella terra di Yanis Varoufakis – tutto, insieme ad altri contenuti è proposto sotto l’etichetta A Greek Tragedy). Questo poter procedere per analogia lo trovo la ciliegina sulla torta di questa bellissima rivista. In certi punti sembra perdere di coerenza la strutturazione del singolo numero, per l’apporto di contenuti apparentemente eterogenei, ma la sua forza sta in questo tipo di scrittura automatica. Nell’ultimo numero THINGS ARE HEADING TO SOUTH, James Brick ti introduce al tuo preferito surfista transgender, Je Banach descrive il declino della coffee culture, mentre Erik Hinton prova semplicemente a leggere bene.
E c’è una colonna per tutti, anche per chi non sa niente, ma sta cercando di imparare.
E poi? Poi ci siamo noi.

, Roberto Binetti

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