Vivian maier

Non voleva farvi vedere le sue foto

Chiara Novali 23\01\2015

Chicago, 2007. John Maloof, è un ragazzo americano che sta cercando delle foto d'epoca della sua città per scrivere un libro di storia. Ecco che inaspettatamente si imbatte in una serie di scatoloni contenenti tonnellate di negativi e rullini. Li compra ad un'asta. Lui ancora non lo sa, ma da quegli scatoloni nascerà il “fenomeno Vivian Maier” e con esso il caso fotografico più seguito del 2014. Nel 2015 ormai si sa già tanto di questa donna statunitense e della sua straordinaria capacità di cogliere l'attimo con un semplice click, ma non si sa ancora abbastanza per capire come è stato possibile che una persona con un talento simile abbia voluto lasciar cadere nel silenzio migliaia di rullini mai sviluppati. Ma una cosa alla volta. Chi è Vivian Maier? Chi è stata e cosa rappresenta oggi per noi, che siamo venuti a contatto con la sua vita per così dire spiando attraverso il buco di una serratura? Attorno a questo personaggio aleggia una vera e propria aura di mistero. Vivian nasce a New York nel 1926. Il padre, americano, muore precocemente. La madre, francese, è poco nominata dalla figlia. A parlare al suo posto sono le numerose fotografie di St. Julien e St. Bonnet-en-Champsaur, due paesini sulle Alpi francesi. Qui Vivian trascorre un periodo della sua vita, insieme ai parenti e al canto degli uccellini delle montagne francesi. Alla natura incontaminata però sembra preferire la caotica dimensione cittadina con quella sua umanità silenziosa e di spontanea espressività. E Vivian la fotografa, Vivian che sa come decifrarne il linguaggio: la coppia di anziani addormentati sull'autobus, la vecchia signora imbellettata che cammina per una lunga strada trafficata di Chicago, il barbone che dorme accasciato su un marciapiede.

Quando John Maloof si accorge dell'inestimabile valore degli oltre 100.000 negativi contenuti in quegli scatoloni, comincia a passare allo scanner una ad una le fotografie, apre un blog e ogni giorno ne pubblica qualcuna, nel frattempo cerca di contattare musei e circoli di Chicago nel tentativo di mostrare al mondo la sua scoperta. Quelli dell'asta gli avevano detto che l'autrice delle fotografie era una certa Vivian Maier e così, con un nome in tasca e molte fotografie, John Maloof non si dà per vinto e continua la sua “missione” di divulgazione del “fenomeno Maier”. Inizialmente sembra che nessuno sia interessato alle vecchie fotografie di una perfetta sconosciuta, infine arriva il giorno tanto atteso e con esso, finalmente, una risposta affermativa: il Chicago Cultural Center accetta di allestire una mostra e un'inaspettata folla accorre ad ammirare l'opera di colei che è stata definita una “street photographer ante litteram”.

Figura sicuramente “eccentrica” (sembrava una “strega dell'Ovest”, vestiva come “un'operaia dell' Unione sovietica” - la descrive chi l'aveva conosciuta), Vivian Maier era una donna alta, imponente, indossava larghi cappotti sformati e grossi anfibi. Solitaria, mai sposata e praticamente senza amici, era una sorta di misantropa che impilava quotidiani nella sua stanza e chiudeva la porta della sua camera con la chiave, intimando a tutti di non entrarvi. Eppure, paradossalmente, questo personaggio dai vestiti fuori moda e dalla camminata decisa e pesante, nella vita era una bambinaia. Della loro nanny, quei bambini, che ora sono adulti con un lavoro e una casa, non hanno dei bellissimi ricordi. La Maier era infatti solita farsi accompagnare da loro nei suoi tours fotografici. Il problema era che amava avventurarsi con i piccoli nelle zone più fitte della giungla di Chicago. Resti di sobborghi, frequentati con immancabile assiduità da puttane e malavitosi di ogni tipo: soggetti perfetti per l'obiettivo della sua scattante Rolleiflex. Come potrebbe forse balzare all'occhio a chi osservasse per la prima volta gli scatti di Vivian Maier, tra le caratteristiche principali del suo modo di fotografare c'è il tipo particolare di inquadratura, legato alla Rolleiflex che utilizzava, per cui i soggetti ritratti sembrano sempre incombere ed elevarsi imponenti al di sopra del fotografo. Nella Rolleiflex, infatti, a differenza delle altre macchine fotografiche, il mirino è posizionato sopra il corpo della macchina. Il fotografo tiene la macchina, legata al collo, all'altezza del petto e deve abbassare la testa per puntare e scattare. Questa “stranezza” diventa il marchio di Vivian, e anche lo strumento più efficace per riuscire a cogliere tutta la naturalezza dei gesti e della vita delle persone, passando sempre inosservata .

Parte del successo della Maier è legato proprio a questa sua capacità di mettere in luce una bellezza e una spontaneità che non ti aspetteresti nei soggetti che fotografa. Ma non si può tralasciare anche la sua evidente bravura tecnica in ambito fotografico. I suoi scatti sono pensati, bilanciati nelle composizioni, nella casualità più totale del cogliere una scena tra tante, nulla è lasciato al caso. C'è una forza dirompente che traspare dalle fotografie di Vivian Maier, qualcosa che colpisce e affascina. Questa forza è ciò che Susan Sontag, nel suo saggio “On photography” del 1973, chiama l' “eroismo della visione”, ovvero la capacità di mettere in luce, nel vero senso della parola, ciò che di solito ognuno di noi trascura, rendendolo bello. Attraverso l'obiettivo della Rolleiflex di Vivian, la realtà diventa catartica e chi la osserva non può fare a meno di sentirsi un po' compreso in (e da) quelle immagini. Non resta che tornare quindi alla domanda iniziale: perché lasciare nel silenzio un patrimonio artistico di così grande valore? Rassegnamoci, non possiamo avere una risposta. Ma possiamo avere le fotografie di Vivian, forse la cosa migliore è lasciare che siano loro a parlare.

, Chiara Novali

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