Perché ci piacciono i video brutti

Abbiamo detto addio a cineprese, trame elaborate e coreografie perfette

Stefano Arduini 16\03\2018

Non so se te ne sei accorto fra, ma i videoclip musicali che girano ora non sono più come quelli di una volta. Pensaci: le coreografie studiate di patinati ballerini che ci vedevamo su MTV una decina di anni fa dove sono finite? Quegli intermezzi molto “Green Day” dove la band canta in live? È da un po’ che non si vedono. E anche le trame dei protagonisti del videoclip, che servivano per tenerci incollati allo schermo per quattro minuti di canzone, si fanno sempre più rarefatte. Cosa stra-cazzo sta succedendo? Sono sicuramente cambiati i gusti dell’audience; e ancora più sicuramente sono cambiati i gusti degli artisti.

La colpa, se di colpa si può parlare, va soltanto imputata alla rivoluzione digitale che si è abbattuta su di noi negli anni più recenti; e al ricambio dei mezzi di comunicazione che questa si è portata addietro. Prima che ciò avvenisse, quando avevamo ancora un account netlog e ci si mandava SMS, le macchine da ripresa più performanti e gli effetti speciali più fighi erano un qualcosa di accessibile soltanto ai grandi dell’industria musicale; e i loro videoclip erano circondati da un’aurea magica e inarrivabile per noi umili spettatori. Poi è successo: l’internet. Quello peso. Quello di Zuckerberg e degli influencer. Ed è proprio al signor W.W.Web che va imputato il capo d’accusa di truffa ai danni dell’artista emergente. Ed è da qui che parte il cambio d’estetica del videoclip musicale. 

L’assoluta democrazia del Web ha messo sullo stesso piano artisti da milioni di visualizzazioni e nostro cugino che fa trap con gli amici di scuola, lasciando a noi comuni mortali più possibilità di scelta su chi mandare in alto, seguendo un artista sui social o anche solo visualizzando un suo video. Una delle poche volte in cui un like può fare la differenza.  E come fanno gli artisti “di strada” a combattere contro i grandi del loro settore? Fanno video, proprio come loro!

In un’epoca come la nostra, dove le cineprese vengono addirittura snobbate in favore dei cellulari (tenuti rigorosamente in verticale), questi artisti emergenti si piazzano davanti alla camera e senza preoccuparsi troppo di scenografia, coreografia e fotografia, realizzano un prodotto che, dal punto di vista tecnico, non è lontanamente paragonabile a quelli che sono i loro miti musicali. Ma più o meno involontariamente, questi video, non potendo competere nella forma, cercano nel concetto il loro punto di forza. Nulla di troppo pensato per carità! Ma la loro viralità, ironia latente, immediatezza, è quello che spesso spinge il net-surfer medio a buttarci un like.E un follower dopo l’altro, ecco che abbiamo creato una nuova rising star del panorma musicale. Dico “abbiamo” perché è solo grazie/per colpa nostra, che magari li seguiamo anche solo per sfotterli, se sono a piede libero certi “artisti”.

Ma tornando ai pezzi musicali e ai videoclip che li accompagnano: inizialmente, nessuno si preoccupava di questi personaggi dal dubbio gusto che bazzicavano nei meandri dell’internet. Ma quando questi scapestrati presero il timone della nave, apriti cielo!
Ecco che l’estetica del video “brutto” e “fatto male” lanciata da questi artisti sembra sia diventata la nuova norma del videoclip musicale. Poi iniziano ad arrivare i big money anche a questi personaggi, e contrariamente a quel che si potrebbe pensare, ormai assuefatti da uno stile che considerano lo standard, non investono in nuovi cazzi e mazzi per realizzare un cortometraggio da Oscar; ma persistono nei loro video marci, in molti casi senza neppure confrontarsi con un regista professionista, ma assumendo su di sé anche questa responsabilità. Cosa impensabile sino a dieci anni fa.

L’abbandono della figura del regista vero e porprio, è uno dei grandi sintomi di questo passaggio del testimone. La grande accessibilità con cui oggi si può usufruire dei mezzi di realizzazione audiovisiva, porta molti a tentare anche questa strada, estromettendo dal piedistallo l’enitità del regista come artista intoccabile e indipendente. Certo il risultato è molto più amatoriale, ma è proprio questa amatorialità, questa mancanza di tecnica, che avvicina il risultato finale a qualcosa di molto più simile alla realtà, che ci fa apprezzare il suo autore non più come artista visivo, ma come personalità. Il video finito che va su YouTube non è più realizzato a scopo promozionale, ma viene considerato un tutt’uno con l’espressione musicale dell’artista, come fosse un’estensione visiva di ciò che possiamo ascoltare, e non più un prodotto di marketing volto a promuovere l’audio del video che stiamo guardando.

E i grandi del mestiere che fanno? Non stanno certo a guardare. Ma anziché spingere per fare sempre meglio, e fare terra bruciata fra loro e gli inesperti  videomakers-wannabe, si adattano all’estetica del brutto che questi signor nessuno hanno creato. E così gli inseguitori diventano gli inseguiti. “Gli ultimi saranno i primi”, lo diceva anche il Vangelo. A differenza del cinema, dove il tasso tecnico continua ad alzarsi di anno in anno, portando anche i giovani registi di cortometraggi all’obbligo dell’inquadratura perfetta, nell’ambito del videoclip musicale si tende ad andare verso il basso. I gruppi emergenti ce lo hanno rivelato, e i pezzi da 90 della scena musicale si sono riaffermati perseguendo questa strada. Più il tuo video fa schifo, più è venuto bene. Easy.

Qualità minore non significa necessariamente qualità peggiore. Ma altrettanto necessariamente, un video fatto male non è di per sé un video bello. A rendere riuscito un videoclip, non è la forma estetica con cui lo si realizza, tecnicamente bella o brutta che sia, ma il concetto che sta alla base di questa, e con cui lo si accompagna.

, Stefano Arduini

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