Venezie presupposte

Cosa possiamo tirar fuori da una conversazione tra Calvino e Kublai Kan

Fabio Parola 20\10\2015

Di solito non sottolineo i libri. Non ho ancora capito se non lo faccio per principio o solo perché non mi porto dietro una matita quando mi metto a leggere. Qualche tempo fa, però, ho posato il libro, mi sono alzato dal divano e ho preso davvero una matita per sottolineare alcune righe di una pagina: “Ormai ti ho parlato di tutte le città che conosco”, dice Marco Polo a Kublai Kan, dopo avergli descritto  le forme e i contenuti di ciascun luogo visitato nei suoi viaggi, in quella pagina de Le città invisibili. Ma il Kan di Italo Calvino è un ascoltatore attento: “Ne resta una di cui non parli mai – replica l’imperatore al mercante - Venezia”. Marco, tranquillo, sorride guardandolo: “Di che altro credevi ti stessi parlando?”, risponde. Fine della sottolineatura.

Paradigma deriva dal greco paràdeiknymi, che significa dimostrare, far vedere chiaramente. In un contesto linguistico o grammaticale, il paradigma è la dimostrazione di come tutte le coniugazioni di un verbo o le declinazioni di un nome risalgano a uno stesso modello, uno stesso archetipo di base. Ogni espressione è l’applicazione di una matrice indefinita a una situazione specifica. Detto in questo modo sembrerebbe che la grammatica e la comunicazione derivino da una sorta di iperuranio platonico dove radici di nomi e infiniti di verbi attendono di incarnarsi nelle parole dette da due persone in una conversazione. Potrebbe anche darsi. A pensarci bene, coniugare un verbo, dire “tu sei” invece di “essere”, altro non è che modellare un concetto, un campo semantico a una situazione particolare, presente, passata o ipotetica. Tu, la persona che ho davanti, quella che sta leggendo queste righe ora, esisti qui e adesso. Sono un mucchio di informazioni in più rispetto a un indefinito “essere”, un termine amorfo per indicare l’esistenza biologica o concettuale. Forse, allora, agli occhi di Marco ogni città vista durante le sue esplorazioni non era altro che una declinazione di Venezia, del punto di partenza, del metro di riferimento cui il mercante confronta ogni nuova tappa della sua vita.

 

 

“Le parole sono importanti – recita la (abusata, perdonerete il mio ulteriore abuso) citazione morettiana – chi parla male pensa male e vive male”. Il modo in cui parliamo, in cui scriviamo è la diretta riflessione del funzionamento della nostra mente, della lente attraverso cui leggiamo il reale. La nostra sintassi, l’organizzazione di un discorso, il modo in cui impostiamo una conversazione seguono un paradigma. Chi non organizza le proprie frasi difficilmente ha organizzato i concetti che vuole esprimere attraverso di esse. Le parole e la loro disposizione sono la manifestazione, applicata a una situazione quotidiana, di un modello di fondo, una natura che spesso rimane latente anche a noi stessi. La realtà non esiste, la realtà si interpreta, avrebbe detto Nietzsche. Riportiamo ogni nostra esperienza a un archetipo, una matrice originaria appunto. “Per distinguere le qualità delle altre città – spiega Marco al Kan – devo partire da una città che resta implicita. Per me è Venezia”. Ogni luogo, ogni incontro, ogni oggetto, musica, donna o dipinto per Marco ha significato solo in quanto incarnazione di un paradigma veneziano di luogo, incontro, oggetto, musica, donna, dipinto.

Qual è il mio paradigma? Dov’è la mia Venezia? Forse sepolta in un subconscio radicato nei miei primi ricordi, in un evento o una persona a cui, senza neppure accorgermene, rimando ogni mia esperienza. Un nucleo oscuro che riuscire a riportare all’autocoscienza permette (come insegna la psicanalisi) di rinascere, di superare il vecchio modello e iniziare a interpretare la realtà in modo nuovo. La domanda sull’origine della mia autocoscienza ne fa nascere immediatamente altre, ancora più primordiali: quand’è che ho iniziato a riconoscere ciò che era mio, a tracciare quella linea tra dentro e fuori, tra me e il mondo che altro non è se non la mia personalità? Qual è la forma di quella linea? Chi o cosa ha disegnato quel confine? È elastico oppure rigido? Si può spostare, cancellare, si possono aprire dei buchi per lasciare entrare qualcosa di nuovo? Posso davvero imparare qualcosa che non sia solo una variazione della stessa, immutabile, partitura originaria?

 

 

Credo di no. Credo che non si possa fuggire dalla propria infanzia e che gli eventi in base ai quali interpreteremo la nostra vita futura risalgano a uno stadio della nostra esistenza in cui eravamo talmente impotenti da non avere alcun controllo su di essi. Enzo Biagi diceva che le verità che contano, i grandi principi, restano sempre due o tre: sono quelli che ti ha insegnato tua madre da bambino. Possiamo prendere il giro più largo che riusciamo a immaginare, sperare di riuscire ad affrancarci dalle nostre origini, dal porto che abbiamo lasciato e a cui non vorremmo più tornare, ma ancora alla fine ci accorgeremmo che per quanto tentiamo di stirarci le radici non si spezzano. Traduciamo ogni voce straniera in una lingua personalissima e comprensibile, ciascun bacio nella reinterpretazione del primo. Ogni faccia ritorna a un solo, universale viso. Il nostro. “Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia”, racconta Marco. Finora è andata così. Per tutto il tempo avvenire non parleremo d’altro.

, Fabio Parola

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