La scommessa di Twin Peaks

Che domenica è ritornato con la terza stagione

Roberto Binetti 24\05\2017

“I’ll see you again in 25 years” è la frase oracolare pronunciata da Laura Palmer nell’ultima puntata della seconda stagione di Twin Peaks nel lontano 1991. Poco importa se invece di 25 anni, David Lynch ce ne abbia fatta attendere uno in più. Non faccio fatica a perdonarlo sia perché sono un buon procrastinatore come lui, sia perché chi ha imparato veramente ad amare e a conoscere l’opera di Lynch è al corrente dei suoi costanti problemi con case di produzione e distribuzione causati principalmente dal fatto di non volere scendere a compromessi con tempi prestabiliti e funzionalizzazione dei costi. Al primo posto vi è sempre la visione, non sempre conciliante con il lavoro coatto della società dello spettacolo, di un’ispirazione che ha tempi di discesa lunghi, quasi come quelli di un palombaro nel suo viaggio a scandaglio dell’abisso. Lo stesso regista in un suo diario, edito in Italia per Mondadori, mantiene questo parallelismo fra la ricerca dei tesori sommersi, anche quelli con branchie e pinne, e la mente umana:

“Le idee sono simili a pesci. Se vuoi prendere un pesce piccolo, puoi restare nell'acqua bassa. Se invece vuoi prendere il pesce grosso, devi scendere in acque profonde. Laggiù i pesci sono più forti, più puri. Sono enormi ed astratti. Davvero stupendi.”

Ed è proprio da questa immersione in acque profonde che è in grado di riemergere con la verifica di una profezia durata 25 anni.

Per chi come me non era che poco più di un pensiero nel 1991, Twin Peaks è stata una scoperta più o meno recente indotta dal consiglio di un amico, dall’amore per il Lynch regista di Mullholland Drive, di Blue velvet e di The Elephant Man o semplicemente come uno dei tentativi per mandare in vacca l’ennesima sessione d’esami all’università. In questo senso, non posso dire di aver vissuto la realizzazione di questa attesa durata un quarto di secolo come qualcosa di veramente segnante, in quanto ne ho intuito solo l’ultima inclinazione della parabola, quella più rarefatta e già eletta a cult estetico degli anni Novanta. Ma nonostante si possa intuire come un certo gusto per la Maniera o per la conversazione da bar possa avere influito sull’approccio di noi millenials ad una serie tv di cui non abbiamo vissuto né l’hype della diretta, né la rivoluzione di un vero e proprio film della durata di una quarantina d’ore, il ritorno di Twin Peaks 25 anni dopo è prima di tutto una promessa rispettata: quella del regista con il suo pubblico e poi con la stessa opera d’arte, non sottomessa alle logiche della produzione, ma rispettata e protetta nei tempi di un suo sviluppo biologico ed, in questo caso, quasi creaturale. Proprio come gli animali domestici che abitano le profondità. Solo questo elemento dovrebbe bastarti per guardare la terza stagione o per decidere di investire una consistente manciata delle tue ore per recuperare le prime due stagioni, se non le hai ancora viste.

Ora arriva il nocciolo della questione e di questo articolo. Cosa aspettarsi dalla nuova stagione di una serie vecchia di venticinque anni, dopo avere visto le prime due puntate? Tralasciando l’entusiasmo nei confronti del valore artistico dell’operazione in sé, i punti problematici ci sono e potrebbero compromettere la riuscita dell’intera serie.

Il primo ha a che vedere con l’utilizzo degli stessi attori apparsi nelle prime due stagioni: il tempo passa per tutti e non si dimostra essere sempre clemente. Questo risulta palese subito dopo l’apparizione onirica dell’agente speciale Dale Cooper (gonfio di botox e leggermente allampadato) e del gigante, ma anche Shelly Johnson nella sequenza finale (un po’ milf ed un po’ malvissuta): l’effetto di realtà è sicuramente riuscito ed in qualche modo è lynchano nel suo essere disturbing, ma l’innesto di nuovi personaggi mescolati con il vecchio cast potrebbe seriamente rischiare di essere l’equivalente di una cena di compagni del liceo alla quale partecipano anche i figli iscritti alle scuole medie. Si spera che lo sviluppo della vicenda riesca ad integrare (per adesso non è così) questi due piani temporali che ad ora sembrano semplicemente giustapposti. Il secondo ha a che vedere con un ampliamento dell’orizzonte geografico della vicenda dal paesino montano nello stato di Washington, dove le camicie a quadri e le cherry pies compongono il vocabolario base della quotidianità, ad universi metropolitani come New York. Sotteso a questo allargamento del focus sembra intuibile un ampliamento dei contatti fra il mondo esoterico della Loggia Nera (o forse Logge Nere?) ed il mondo fisico e reale. Sembra una suggestione fondata quella riguardante il fatto che Bob non sarà l’unico spirito malvagio a dominare questa nuova geografia in espansione.

Infine, 25 anni costituiscono un profondo discreto orizzonte culturale per lo sviluppo del sempre più dinamico mondo delle arti. In mezzo abbiamo assistito allo sviluppo di tanta letteratura cinematografica che in America è stata in grado di accogliere l’eredità del cinema d’autore alla Lynch e soprattutto della sua principale intuizione: la volontà di rappresentare il rimosso, l’irrappresentabile ed il sogno che si appiattisce al di sotto di qualsiasi esperienza quotidiana. La rivoluzione di Lynch, culminante idealmente nella maturità di Twin Peaks, esaurisce la sua orbita nella scoperta da parte di Paul Thomas Anderson del sottofondo metafisico della quotidianità. Questa rivoluzione sembra più affollata di una casa ad ore e, fra gli altri, vi hanno abitato i fratelli Coen con il loro Fargo ed il tentativo di sviluppo di un nuovo vocabolario per dare della filosofia sulla natura umana e sull’America profonda; Tarantino con l’esagerazione ed il nonsenso verbale ancora prima che fisico; Wes Anderson con la sua estetica dell’anacronismo con cui tende velatamente a fare della critica morale societaria. C’è stato tutto questo e questo ha costituito in qualche modo lo sviluppo dell’eredità del cinema di Lynch (e di Twin Peaks in particolare), in direzioni molto diverse, ma sempre attraverso un dialogo costante: un dialogo con nipotini di cui il regista dovrà tenere conto per non risultare arroccato nella riedizione coatta della copia sbiadita di qualcosa che 25 anni fa ha rivoluzionato completamente l’industria televisiva ed ha aperto la società dello spettacolo dei grandi numeri e della prima serata al cinema d’autore.

Riuscirà Twin Peaks a rispettare questa scommessa con il grande pubblico 25 anni dopo?

, Roberto Binetti

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