Le elezioni USA dal mio college nel West Virginia

Sono state molto normali

Federico Zanoletti 17\11\2016

Bandiere sulle finestre dei dormitori, stand di “studenti per Trump”, proiezione in aula magna dei dibattiti, cappelli e magliette pro-Trump, adesivi per auto: no, non è un episodio dei Simpson, è il campus della West Virginia al mio arrivo straight outta Bel Paese. E confermo che, come ci raccontano i giornali, i Trump Supporters sono “bianchi” - della tonalità che meglio si abbina al blu delle magliette - e di entrambi i sessi; non posso purtroppo proporvi un profilo socio-economico perché domandar loro se sono della cosiddetta middle class impoverita non mi sembra mai carino. In realtà non ci parlo nemmeno troppo, per un pregiudizio confortante me li immagino stupidi, rozzi e che vanno a sparare nel weekend. Insomma, me li immagino come degli irredimibili redneck venuti dal profondo sud del West Virginia ad inquinare il dinamico, multiculturale, sano ambiente universitario. Fortunatamente, mi dico, estremisti del genere sono pochi, ma cosa dire degli altri studenti che non si coprono di simboli? Tipo D, che ad un primo incontro pareva uno a posto, e si è scoperto pensarla così:

1) Trump è un grande, uno che ne sa;

2) Clinton è una corrotta, una criminale;

3) Chi viene in America e non rispetta le regole può anche andarsene;

4) Sei matto? Niente pistola?!

5) Evoluzionismo? Teoria non dimostrata;

6) C’è un problema di integrazione con gli afro-americani perché non vogliono integrarsi e preferiscono essere criminali;

7) I sindacati causano più problemi che altro;

8) I gay e i trans sono ok finché non mi vengono a dire come devo vivere la mia vita;

9) Ho deciso, domani compro la bandiera di Trump e il cappellino;

10) Non ho mai viaggiato al di fuori degli USA e mi piacerebbe venire in Europa, anche se non ci vivrei, troppo pericoloso;

O F ben più ragionevole, ma in grande difficoltà perché indeciso tra i due mali; molto probabilmente si registrerà come indipendente e voterà uno degli altri candidati (come? ci sono altri candidati?! guarda te i media che ti combinano!). E gli altri? Gli altri rimangono in un inquietante silenzio. Saranno indecisi? Chi tifa per Hillary? Dove sono le vostre bandiere?

O almeno questo era quello che pensavo prima del fatidico giorno delle elezioni. Poi, invece, sapete tutti com’è andata a finire.



Primo giorno dall’anno zero.
Dopo un inizio d’autunno caldo e soleggiato, “fuori piove un mondo freddo” ed io, vinto da pigrizia e depressione, decido di saltare la prima lezione della giornata. Uscito di casa, non noto nulla di particolare per strada finché dall’entrata di uno dei dormitori non vedo uscire una ragazza: porta una maglietta rossa, non del solito blu, e sul fronte, stampato in caratteri bianchi, il motto “Make America Great Again”. Come lei sfilano pochi altri compagni in giro per il campus. Fuori dalla classe il corridoio principale risuona dei dialoghi degli studenti; i toni sono allarmati (“ti dico, è come la Germania prima di Hitler”), facce scure, alcuni hanno occhi solo per il loro smartphone o PC. I professori sono quelli più visibilmente a disagio, alcuni hanno addirittura cancellato la lezione o posticipato un test. Come la mia professoressa che ci invita a discutere su quanto accaduto, probabilmente resa sensibile dalle lacrime di qualche studentessa presente. La discussione tocca diversi temi: razzismo, minoranze, sistema politico, insoddisfazione per i candidati, questioni legate alle diverse classi sociali, mancanza di partecipazione ed entusiasmo. Gli studenti afro-americani presenti in classe, anche a causa delle notizie riguardanti atti di violenza razzista in alcune regioni del paese, condividono la loro rabbia. Ma molti studenti ancora tacciono. A fine dibattito la prof chiede di lasciare dei commenti scritti da consegnarle liberamente; ecco che nei commenti, dirà la prof nella lezione successiva, si è espressa la voce di chi in classe ha votato per Trump, decisione da molti indicata come “soluzione di protesta”.

Secondo giorno dell’anno zero.
Sul giornale universitario leggo della violenza verbale che c’è stata – insulti ai sostenitori di Hillary, a donne e a minoranze – tra i commenti di un video della manifestazione anti-Trump organizzata nel campus nella notte tra l’8 e il 9 novembre. Agli insulti è seguita, il 9 novembre, una manifestazione di circa una trentina di persone che hanno marciato in difesa dei diritti delle donne, e pure in questa occasione sono volati “fuck women’s rights” e simili da parte dei membri di alcune confraternite.

Terzo giorno dell’anno zero.
Intervengono le istituzioni. La mattina ricevo, come ogni altro studente, una email da parte del rettore che richiama al rispetto dei valori di inclusione e della diversità, nella considerazione che “we are ONE West Virginia University”. La serietà della situazione mi viene suggerita da un’altra email in cui si comunica che, nelle prossime settimane, verranno organizzati diversi incontri in cui gli studenti stranieri avranno l’occasione di condividere le loro preoccupazioni e discuterne con le istituzioni universitarie; “We are Here to Help” è il titolo dell’email. Ma con tutta sincerità non penso di essere io quello che avrà bisogno di aiuto, semmai l’aiuto servirà proprio alle istituzioni. Perché non hanno ascoltato il silenzio è il silenzio è più difficile da ascoltare di un insulto urlato. Ma è il silenzio che fa vincere le elezioni, quello dei ragazzi meno estremisti, quelli che non protestano per strada, quelli senza simboli sulle magliette. È il silenzio che ha reso possibile l’impossibile, che consolida i poteri e che banalmente legittima tipo qualsiasi cosa odio compreso. Quindi forse raga  è ora di ascoltarlo. 

, Federico Zanoletti

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