Il grande palo di Steve McCurry

Anche i più grandi usano photoshop

Chiara Novali 03\05\2016

E' freschissima la notizia relativa alla super gaffe di Steve McCurry. Se non ne hai sentito ancora parlare, qui ti si accenna qualcosa. Siamo in Italia, per la precisione alla reggia di Venaria, nei pressi di Torino. Qui è allestita una mostra di duecento e oltre scatti del fantasmagorico Steve, un nome che ti sarà toccato di sentire almeno una due tre quattrocentomila volte nei Duemila's. Le fotografie sono sbalorditive, ammirevoli, non c'è che dire, peccato per quel piccolissimo dettaglio, errorino futile che compare ad un tratto in una gigantesca immagine appesa alle pareti della reggia. Nello scatto in questione un uomo cammina per strada con un pezzo di paletto giallo attaccato ad un piede. LSD is not the answear se te lo stai chiedendo, si tratta di un tragico errore di post produzione.

Che cosa significa questa parola? Per la fotografia si parla di post produzione da tempi assai remoti. E' quel procedimento che permette la modifica della fotografia successivamente al suo essere stata scattata. Ai tempi di Capa, Bresson, Stieglitz e compagnia bella, ti servivano acidi, ingranditori, luci rosse e tanta pazienza (sì insomma, una camera oscura), oggi bastano pc e programmi appositi. La post produzione quindi è qualcosa che è sempre stata consustanziale all'atto del fotografare, meno importante dello scatto ma comunque essenziale. Questo ci ricollega al caso di McCurry perché il palo del piede del tizio che passeggia ci sta chiaramente dicendo “Allarme Photoshop, guys”. Ora, io mi chiedo e vi chiedo, ma ci serviva un palo per capire che le foto di Steve sono ultra photoshoppate? No di certo. Ma allo stesso tempo è certo che io non te la farei passare liscia sta volta Steve. Insomma, stiamo parlando di una cosa che chiamarla “errore”, “sbaglio”, “svista”, è troppo poco! E' proprio un po' vergognoso, soprattutto perché abbiamo a che fare con un certo tipo di fotografia. McCurry con i suoi viaggioni in India e in Birmania si professa paladino del fotoreportage, ci fa delle mostre che girano il mondo. Senza troppi giri di parole, in tutta questa questione poco importa che si apra il dibattito pseudo-etico sulla post produzione: quella esiste e ci sta che esista. Il punto centrale è che non ci sta che ci si permetta di farne un uso spropositato, esagerato e non richiesto, se poi sei un fotoreporter, proprio non ti perdoniamo.

E' una fotografia un po' disonesta, quella di Steve. Sta di fronte a noi e ci impone l'imperativo categorico di ammirarla e venerarla come i santoni indù immortalati sulle rive del Gange.
Ma distogliamo per un attimo l'attenzione dal suo boom cromatico per osservarla nella sua totalità. I soggetti prediletti dal fotografo sono sempre gli stessi: bambini, vecchi, donne, personaggi strampalati, luoghi per cui è impossibile restare indifferenti di fronte alle meraviglie che madre natura ha creato. E' chiaro che, amalgamando esotismo, Terzo mondo, colori falsamente accesi e soggetti improbabili, sono pochi i giudizi che possono permettersi di essere negativi. Bella mossa Steve. C'è però un big paradosso in tutto questo ed è il fatto che con la sua tecnica di costruzione di false realtà, McCurry ha trasformato il fotogiornalismo in una galleria di catarsi ottiche. Il reportage a quanto ne so io dovrebbe essere la fedele riproduzione di ciò che è la realtà così com'è, né bella né brutta ma soltanto vera. Il tasso di verità negli scatti del fotografo americano fa molto “Yes we can”, appaga l'occhio e  niente più.

Tocca a Steve stavolta andare a purificarsi nel Gange.

, Chiara Novali

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