Song to song è stato sottovalutato

Colpa dei critici che non capiscono la filosofia

Fabio Parola 23\05\2017

È sempre un dramma quando bisogna cercare di capire un film di Terrence Malick, figurati quando bisogna spiegarlo a qualcuno che non l’ha visto. Se ho deciso di provare a farlo è perché 45% che Rotten Tomatoes ha dato a Song to Song, l’ultimo prodotto del regista texano, mi sembra un po’ ingeneroso e i critici come al solito hanno pisciato fuori dal vaso cercando di sintetizzare in 3 righe di recensione un’opera che ha richiesto una roba come 3 anni di riprese e 2 di post produzione, con in cast Natalie Portman, Ryan Gosling, Michael Fassbender, Rooney Mara, Patti Smith (sì, frate, la cantante), Cate Blanchett e Christian Bale, che alla fine è stato pure tagliato dal film perché Malick è uno che fa così ma gli si vuole un bene dell’anima in ogni caso. Visto però che su Neun abbiamo più di 3 righe a disposizione per provare a capire le cose, prendiamoci il tempo che ci serve. 

Song to Song è la storia di 3 persone che in modo diverso hanno a che fare con la scena musicale e discografica americana e che finiscono in una specie di triangolo di amore e ambizione, che si allarga e restringe a comprendere altri personaggi man mano la storia evolve. Roba tutto sommato già vista, ma quello che ci interessa è come la stessa vecchia storia viene raccontata ogni volta in modo diverso. E Malick, quando si mette a raccontare, è uno che vale la pena ascoltare e guardare con attenzione. Allora perché tutte queste brutte recensioni per il buon Terence? Il fatto è che Malick, ormai dall’inizio dei 2010s, ha consolidato una virata stilistica che l’ha portato a privilegiare le immagini e il punto di vista soggettivo dei personaggi, tutto sommato fregandosene di avere una trama strutturata, di dare allo spettatore una prospettiva esterna dalla quale capire l’evoluzione generale della storia e coglierne il significato. E quindi ormai il nuovo stile Malick è caratterizzato da voce narrante fuori campo, pochissimi dialoghi fra i personaggi, confusione nell’ordine cronologico delle scene, simbolismo, natura e una ricercatezza estetica che il buon Emmanuel Lubezki alla fotografia gli confeziona magistralmente. Guardare Malick, insomma, è sempre una festa per gli occhi, ma ultimamente il regista si è lasciato un po’ prendere la mano e certi film (come Knight of Cups, che rimane comunque una perla secondo me) diventano abbastanza difficili da seguire.

Una trama da seguire, però, Song to Song ce l’ha, e diventa più chiara quado ci ricordiamo che Malick oltre che regista è anche professore di filosofia all’università. Con gli occhiali del filosofo addosso, molti passaggi e simboli del film diventano più chiari, forse, almeno per me. Ti spiego. Song to Song è fondamentalmente strutturato come un romanzo di formazione, con un personaggio centrale, Faye (Rooney Mara), che evolve e matura man mano che conosce il mondo e la sua complessità. Gli altri due personaggi, BV (Ryan Gosling) e Cook (Michael Fassbender) sono due poli opposti tra i quali Faye si muove, attratta di volta in volta da uno dei due approcci alla vita antitetici che i due rappresentano. La condizione iniziale di Faye ce la spiega lei stessa nelle prime scene: una ragazzina che si affaccia al mondo della musica piena di ambizione, che vuole vivere la vita e le emozioni a un livello di intensità maggiore di quello della sua famiglia di origine, middle class e ordinaria. Faye non vuole stabilirsi, fermarsi in un luogo o in una relazione perché teme che la vita le costruisca uno steccato attorno: è il problema di Kierkegaard, il dilemma fra le infinite possibilità che il non-scegliere ti lascia aperte e la consapevolezza che, realizzando qualcosa, ci si preclude le alternative. Le alternative, per Faye, sono due: Cook, l’eroe nero del film, la volontà di potenza nietzschiana, la cui ricerca continua di eccezionalismo lo porta a distruggere le persone che ha attorno e che per Faye rappresenta la porta d’ingresso a un mondo carico di promesse e di possibilità; e BV, che rappresenta invece il bambino, l’ingenuità, la sincerità nei confronti dei propri sentimenti ma anche la fuga dalle responsabilità. Nella sua ricerca di “emozioni autentiche” Faye trova BV, ma legandosi teme di fossilizzarsi e di tagliarsi fuori dal flusso di cose, persone e esperienze del mondo di cui Cook è padrone. Il resto lo vedrete nel film, ma il dramma è chiaro e nasce da questo problema.

È una educazione sentimentale quella che Malick propone in Song to Song, ma la definizione non è del tutto appropriata se pensiamo che educare significa “portare qualcuno fuori da un posto e verso un altro posto”: Malick ci fa uscire da una condizione di partenza ma non ci guida in nessuna direzione specifica, ci lascia vagare nello spazio fra varie alternative, come i suoi personaggi. È proprio questo che serve capire per apprezzare gli ultimi lavori di Malick: non possiamo guardare e cercare di capire da spettatori, dobbiamo farlo sempre dal punto di vista soggettivo dei personaggi. Se l’insieme del film appare a volte incoerente è proprio perché si compone della somma di tante prospettive diverse e inconciliabili fra loro. La cinematografia recente di Malick non piace perché appare inconcludente, sembra lasciare senza un messaggio da portare via. Ma la vita è così fra’, non ci sono delle soluzioni giuste o sbagliate. Faye, alla fine del film, arriva a una risposta ma si ha subito l’impressione che porti felicità solo per un attimo, che poi nuovi problemi arriveranno. Perché le risposte definitive non esistono e Malick, da filosofo, lo sa e non cerca di nascondercelo. Non c’è un giusto e uno sbagliato, un problema e una soluzione, ma solo un’educazione sentimentale lunga una vita intera, senza senso assoluto ma semplicemente bella in quanto percorso in cui l’energia, il tempo e le persone che la costituiscono danno valore a qualcosa che di per sé valore non ne avrebbe. È questo che Malick vuole trasmettere in Song to Song, un messaggio esistenzialista e una dichiarazione d’amore alla piccolezza dell’uomo: the notion of some infinitely gentle / infinitely suffering thing.

, Fabio Parola

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