Non fotografare tutto

Senza pensare

Chiara Novali 25\10\2015

L' altro giorno leggevo Proust e la sua Recherche ed ho cominciato a pensare a quanto la lettura di un'opera così monumentale e spaventosamente bella possa essere accostata all'impresa del Fotografo. Quei sette libri appartengono ad un tipo di letteratura che si distingue dalle altre. Allo stesso modo la Fotografia è un tipo di arte che ha veramente poco a che vedere con il “ho una reflex quindi sono un fotografo”. Le due cose – La Recherche e il resto della letteratura, la Fotografia e Le fotografie- devono restare distinte; un Proust e un Baricco non possono che restare distinti. Non mi interessa qui riportare la trama e parlare dei personaggi della Recherche (Alla ricerca del tempo perduto, in italiano, per capirci); lo scopo di questa riflessione è legato più a quella che mi viene da chiamare “una filosofia del tempo perduto”. Tra poco cercherò di spiegarmi meglio.
Leggevo uno di questi “mattoni”, dicevo, -il secondo precisamente, e credetemi che per me è già un traguardo aver deciso di andare oltre la soglia del primo volume- e pensavo a quanto la mia fosse per forza di cose una lettura profondamente sofferta, un sentiero intricato e pieno di piccoli maledetti sassi che fanno inciampare, a volte fanno desistere pur non impedendo di vedere in fondo al sentiero una luce. In cosa sta la difficoltà? In fondo, credo stia nel focalizzare l'attenzione nel centro nevralgico di ogni romanzo, in cui converge la totalità degli elementi, nessuno escluso, ognuno perfettamente e magicamente inserito all'interno di un'architettura romanzesca da paura.

Il più delle volte Proust mi ha trascinato in una lettura che mi ha tolto il fiato, mi ha inchiodato gli occhi fissi alla pagina (le righe cominciano a incrociarsi... poco ci manca che leggo per tre volte lo stesso capoverso...), il più delle volte mi ha molto disorientato.
Cosa ci azzecca, a questo punto, la Fotografia?
Ritornate per un attimo alla metafora del sentiero di maledetti sassolini: Fotografare per me rientra nel novero di questo tipo di “impresa”. Il “genio fotografico”, un po' come quello proustiano, è quella mente che riesce a catturare il suo spettatore (nel primo caso con la macchina fotografica, nel secondo con l’inchiostro) acquisendo la capacità straordinaria di rendere naturale un' architettura di immagini e parole che nella “normalità” sono frutto di un' artificiosa e imperiosa costruzione di pensiero. Il genio è colui che, facendo questo, trasmette la stessa capacità allo spettatore, grazie all' opera.
Il Fotografo è chi ha saputo appropriarsi di tale capacità al punto da riuscire a metterla in atto tutte le volte che accosterà l' occhio al mirino della sua macchina, pronto a scattare.

Il vero lettore di Proust è chi ha imparato a non lasciarsi disorientare da Marcel (nome dell' autore e del protagonista, NdR.); è chi riuscirà a disporre nella sua mente, pagina dopo pagina, tutti quegli elementi che, se prima avevano rappresentato per lui un inciampo, sono divenuti necessari e fondamentali perché l' opera si regga in piedi.
Inizialmente leggere la Recherche è un incubo (ve lo dico), un' azione che richiede che almeno una mezzora prima si faccia un piccolo “brain storming” preparatorio, giusto per non arrivare ad approcciarvisi in modo troppo naif (psicologicamente parlando). Allo stesso modo, non è forse arduo anche imparare a Fotografare? Non è forse necessaria una preparazione preliminare? Una teoria, un pensiero, prima della pratica?

Sì, ma in che modo?

Ecco, il fatto è che quello del Fotografo, quello di Proust e del suo lettore, è un lavoro complicato e complicante. Una fotografia, dicevo, prima di essere scattata richiede di essere pensata. Pensata per essere esattamente l'istante che non si perde e non sfugge ma cattura lo sguardo e il pensiero di chi la osserva, avvicinandolo (esattamente come leggendo la Recherche Proust riesce ad avvicinare il nostro pensiero al suo) a quello di colui che stava dietro all' obiettivo. Non tutto il tempo è perduto, insomma, così come non saranno perdute tutte quelle fotografie in cui si potrà ritrovare il pensiero che le ha generate.
Stringendo le fila del discorso, chi comincia a leggere la Recherche è come chi comincia a scattare fotografie, è quella persona che crede di aver capito il segreto dell'arte cui si accinge e in realtà non ha capito un cazzo. Dovrà, per diventare davvero Fotografo, non fermarsi al primo volume, al primo approccio necessariamente superficiale, ma perdere il suo tempo, un tempo fondamentale per ritrovarsi alla fine di quel famoso sentiero. Allora sì, si ritroverà in mano i sassi che l'hanno fatto inciampare e sarà pronto a puntarli nella direzione che vuole.

Un vecchio slogan pubblicitario Nikon recitava: “Non pensare, scatta!”. Il mio slogan per questo articolo è: “Non scattare, prima pensa”. Cos'è l'arte, cos'è la Fotografia, se non quell' immensa Ricerca del tempo che hai impiegato per pensare ad essa?

, Chiara Novali

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