Skam è la prossima serie cult

Dimenticatevi skins, meglio la Norvegia

Elisa Santoro 26\03\2017

In questi giorni di marzo in cui "Sì, mi dovrei mettere a studiare, ma tanto manca ancora un mese ai preappelli" sto letteralmente ingurgitando puntate e puntate di serie tv. Ne vedo delle più svariate, da quelle iperblasonate e consigliatemi dagli amici più alternative, alle trashate americane in cui sono tutti belli e ricchi ed estremamente tragici. Il mio metodo non ha senso, scorro le liste di serie tv e quando vedo un titolo che mi ispira vagamente provo a guardarne una puntata. É in questo modo che ho scoperto, per puro caso, Skam.
Skam (ovvero "shame") è una serie tv norvegese, uscita per la prima volta in Norvegia nel 2015, alla prima stagione ne sono seguite altre due nel 2016, ma è da pochi mesi che girano versioni sottotitolate, in seguito al boom di fama che ha cominciato a circondare la serie. Di cosa parla? Bè Skam è un teen drama coi controfiocchi, incentrato sulla vita di alcuni adolescenti di un liceo di Oslo. Banale, mi direte voi, e invece Skam ha un qualcosa che mi ha subito catturato e che mi ha permesso di vedere tre stagioni in pochissimi giorni (sì, devo farmi vedere da uno specialista). Non appena ho individuato l'argomento della serie, in testa mi è scattato immediato il paragone con Skins. Come non pensarci? In fondo ci siamo passati quasi tutti, intorno ai 16 anni, affascinati dall'atmosfera decadente e da quella gioventù fallita ma piena di vitalità, la rappresentazione cruda e senza fronzoli di una sessualità precoce e di qualsiasi tipo di dipendenza cercate come scappatoia ad una vita di provincia. Tutto molto bello, sì, ma estremamente irrealistico.

Invece quello proposto dalla serie tv norvegese è un delicatissimo realismo. La serie segue per ogni stagione il punto di vista di un personaggio diverso (Eva, poi Noora, poi Isak) raccontando le vicende dei protagonisti e del gruppo di amichetti che gli gira attorno, in una prospettiva estremamente intimistica. I personaggi sono deboli, impacciati, piagnucolosi come solo degli adolescenti sanno essere, ma sono veri, fragili e passibili di immedesimazione da parte di chiunque abbia avuto 15 anni.
Alla regia va una nota di merito: le inquadrature sono fatte in soggettiva, spesso con la camera a spalla; viene data grande importanza ai rumori di fondo, che a volte coprono totalmente la scena per poi stopparsi in un silenzio carico. La fotografia riporta una Norvegia bellissima, fredda, dipinta a colori pastello. Azzeccatissima (ed estremamente figa) la colonna sonora, che dà il contrappunto perfetto alle immagini.
Inoltre Skam lavora su due piani paralleli, quello della messa in onda televisiva e quello dei social networks. Infatti, in corrispondenza dell'uscita settimanale, sul sito web ufficiale vengono pubblicati dei fermo immagine della puntata, corredati da chat facebook dei personaggi, che approfondiscono e cercano di rendere realistiche le dinamiche. Inoltre, tutti i personaggi hanno profili facebook e instagram, che i fan possono seguire per vedere approfondimenti e sviluppi non riportati nella puntata. Un modo intelligente per coinvolgere la gioventù social, aspetto rappresentato abbastanza fedelmente nella serie, che mostra come le relazioni interpersonali di oggi basino una parte fondamentale del loro funzionamento sullo scambio di messaggi, likes e cuori.

Insomma una serie tv sicuramente non di egregio livello intellettuale, o dai contenuti sconvolgenti, ma un teen drama fatto molto bene, realista, che riesce ad affrontare con delicatezza e genuinità anche argomenti scomodi, come la scoperta dell'omosessualità, tinteggiata a tratti delicati, o l'integrazione della religione musulmana in un paese fortemente ateo come la Norvegia. Una boccata d'aria fresca del Nord rispetto alle solite serie americane e inglesi, caricate all'inverosimile e con questi personaggi perfetti o imperfettamente eroici (nel 2018 uscirà una versione US di Skam, aspettiamoci la trashata di turno). Skam è reale, lieve, ed entra con facilità nei cuori degli adolescenti recidivi, di chi ancora non ha smesso di sognare.

, Elisa Santoro

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