Il Black Metal non è un sistema chiuso

E l'ultimo album di Thy Catafalque ne è la prova

Federico Gambato 13\12\2016

Esiste in fisica un principio molto semplice: quello di conservazione, che garantisce la stabilità di una misurazione in un dato sistema. Per esempio, sappiamo che un oggetto lanciato in qualsiasi punto della terra cade più o meno nella stessa maniera, ma sappiamo anche che in un sistema diverso – mettiamo caso nel vuoto - cadrà in maniera diversa. Quando ascolto musica il sistema chiuso è la mia camera, le grandezze fisiche misurabili sono i dischi e le condizioni che influiscono su un’eventuale giudizio sono delle costanti. Se dopo un ascolto positivo provo euforia so che quella sensazione è affidabile perché sono nel mio sistema chiuso di riferimento. Se però ripropongo l’esperimento all’esterno, in un sistema più aperto e complesso di camera mia, i risultati sono subito diversi. Così mi sono convinto del fatto che gli stimoli concentrati dentro al mio sistema chiuso fossero fondamentali per far quadrare il mio giudizio: questo varia perché variano le costanti ambientali con cui giudico: l'apparecchio usato per l’ascolto, la sedia su cui sono seduto, il tempo che fa; certo è che se qualcun altro entrasse nel mio sistema-camera ed effettuasse un ascolto con le stesse costanti ambientali, il giudizio potrebbe comunque essere diverso dal mio. Perché quindi sono arrivato a formulare un pensiero così inutile legato ad una definizione valida solo nei libri di fisica? Quando l’anno scorso tiravo le somme dichiarando eterno amore a The Ark Work, ad ogni riga mi chiedevo se sarei riuscito a dire a parole ciò che avevo colto ascoltando. Non è mai facile come cosa, specie quando si parla di musica relegata nell’angolino in cui nessuno vuole finire in castigo. Succede però che molta di quella musica relegata nell’angolino poco a poco si rafforzi, si misceli per bene e origini qualcosa che nell’angolino proprio non dovrebbe stare. Sapevo che sarebbe successo anche quest’anno, il disco è sonoricamente distante dai Liturgy ma un paio di antenati in comune li hanno. A dir la verità non saprei dove collocare “Meta”, l’ultima uscita degli ungheresi “Thy Catafalque”. Il nome, originale quanto le copertine, ha contribuito a catturare la mia attenzione e annunciato un certo folklore tra i tag associati.


La band ha un passato costruito su fondamenta black ruvide e canoniche ma che dopo un primo lavoro di evidente prematurità artistica ha visto la luce dell’avanguardia che in Meta coinvolge diversi aspetti della musica, contemporanea e non. Come i più avveniristici scenari a stampo elettronico, l’opera racchiude una lenta meditazione sulla deriva del genere da cui sorge: in tal caso il metal. Con The Ark Work la sferzata del 2015 è stata avventata e per certi versi azzardata da una non graduale trasformazione, che i Liturgy hanno tenuto in incubazione per appena un paio d’anni rispetto al precedente lavoro. In sintesi il fan tipo dei Liturgy pre-The Ark Work non è esattamente il destinatario del post-The Ark Work. I motivi possono essere tanti a partire dalle dinamiche interne al genere, segno che il cambiamento e la sperimentazione stanno veramente toccando ogni lato del metal. Nel caso degli ungheresi invece il periodo di incubazione dura dal 1999 ovvero dall’uscita del primo album. Dopo di che ogni uscita presenta una ramificazione dei suoni più nidificata, pur essendo inizialmente poco percettibile.
Ora, dopo più di 5 release, prende forma un tracciato stilistico modellato secondo le caratteristiche di ogni uscita. Il risultato è un minestrone a base di folklore ed effetti speciali, effimere fasi di growl e pennellate corali. La scintilla avanguardista è tuttavia ben incorporata nel nucleo dell’album, “Urània”, la traccia di apertura non volta le spalle alla tradizione e sotto i colpi di un orologio funebre ne delinea la sagoma cupa e sforzata. Lo scambio con Siràly l’altra faccia della medaglia, esordisce con una voce bianca ed un lento arco che durante il ritornello arretra per qualche giro di chitarra. La sagoma ha già perso la propia topologia. “10^(-20) Ångström” è una misura atomica ma anche la terza traccia, una delle 3 ad avere la rispettiva traduzione inglese per cui si possa capire il contenuto. Almeno così stanno le cose alla data in cui scrivo, Thy Catafalque confermano. I testi non sembrano avere una tematica prevalente, in perfetta linea con lo stampo strumentale e ritmico, anche se si ripetono riferimenti alla biosfera, lo spazio e i paragoni con la metafisica esistenza.

“Ixión Düün” riprende la marcia disordinata con un’overture orchestrale seguito dai precedenti rintocchi di orologio che inevitabilmente sono sintomo di ritorno della chitarra, stavolta in compagnia di un rullante potente e le classiche voci che tanto rievocano l’anima dark. In sottofondo un fiato ironizza il ritmo metallico della composizione ed ha l’ultima parola ad ogni taglio ritmico. Sul più bello la canzone è spiazzata da un drastico cambio melodico e qui la chitarra assume più una sfumatura progressiva, arricchita da chiazze di glitch e doppia cassa. Un bordello con finale blando, tra synth e chitarra acustica. L’intermezzo che spezza il disco è uno dei protagonisti della bellezza di questo lavoro. “Osszel Otthon” eredita l’acustica precedente con 4 minuti di oasi strumentale semi-ambientale. Il synth partecipa a placare ancor più gli animi in vista del mostro da 21 minuti, “Malmok Járnak”. L’altalenante odissea si districa in quel minestrone prima accennato, chissà cosa è saltato in testa al frontman Tamás Kátai quando si è chiesto quanto doveva esser lunga la sesta traccia. Magari dovevano essere due pezzi e ci hanno fatto un merge, ma magari no, può esser stato un semplice lampo di genio perché sebbene non ci sia il massimo della coordinazione sonora fina liscia come l’olio e lo sforzo si percepisce appena. Il distacco si percepisce a circa metà traccia per la ricomparsa dei synth ed effetti elettronici, l’accompagnamento delle percussioni pare poco naturale, forse automatico.
Il capitolo successivo consiste in una breve ballata folk che di dark ha assolutamente nulla mentre in chiusura un paio di tracce riguarniscono contorni metallici persi lungo il cammino. In particolare Mezolit impone un intro che somiglia ad Iron Man dei Black Sabbath anche se per poco. Nel mezzo però frena la marcia, si fa cupa, radente, ia più scenica ed emozionale dell’album. Il testo inglese è disponibile sulla loro pagina facebook e merita davvero, nonostante la semplicità. E niente il disco finisce qui, se volete sentirlo è su bandcamp https://thycatafalqueuk.bandcamp.com/ dove trovate anche le precedenti release. Come motivazione più che altro, il fatto di voler scrivere di un album può in qualche modo sostituire ogni parametro del sistema, si mette il lettore di fronte ad una sfilza di elementi non necessariamente chiari e tangibili ma più o meno parafrasabili, in modo da non chiudere il sistema di emozioni orbitanti attorno l’opera.

, Federico Gambato

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