Silence di Scorsese meritava di più

Ma l'Academy era tutta presa da La La Land

Fabio Parola 24\02\2017

Ci sono rimasto un po’ male quando ho visto che Silence, l’ultimo film di Martin Scorsese, si è beccato soltanto una nomination ai prossimi Oscar: alla fotografia, che non è proprio l’ultima delle sezioni sfigate ma nemmeno una top of the list. Del resto, da una Academy che ha osannato La La Land (i cui 3 min finali sono l’unica parte decente di un film la cui prima metà è semplicemente brutta, la seconda banale) non potevamo aspettarci di meglio. Peccato però, perché la storia che Marty propone in Silence è una riflessione complessa a vari livelli, che mette in moto una serie di interrogativi che vanno al di là del contesto storico e delle tematiche religiose del movie e del libro da cui è tratto. Saltando lo spiegone della trama, il film può essere osservato da 4 angolazioni, tutte molto interessanti a meno che non siate i nichilisti del grande Lebowski.
Il primo livello è il più scontato, quello dello scontro di civiltà fra il Giappone feudale del ‘600 e i primi europei che ci mettevano piede per insegnare ai contadini a cantare “cacca al diavolo fiori a Gesù”. In diverse scene i padri gesuiti protagonisti vengono interrogati dai militari nippo sul perché della loro intenzione di esportare il cristianesimo nella loro terra, dato che in Giappone una religione già c’è. È la questione della colonizzazione culturale (o, in gergo tecnico, soft power) che alcune civiltà cercano di esercitare su altre: per farmi capire, è quello che è successo da noi quando abbiamo iniziato a festeggiare Halloween, che con la nostra cultura non c’entra una ceppa ma è americano quindi figo. Ma anche la moka in Etiopia non è che se la siano inventata gli etiopi ecco.

2nd level: ontologia. Qui si parla della natura delle cose, cioè di quello che è vero e quello che non lo è. I giappo accusano i missionari di essere degli egoisti che vogliono trapiantare una religione esotica in una terra che non è in grado di accoglierla senza disgregare il proprio ordine sociale: quello che va bene in Europa non per forza è buono e giusto altrove; i gesuiti rispondono che il Vangelo è la verità con la V maiuscola, cioè è assoluta. Da un lato abbiamo un’idea che propone tante verità relative, che Marx direbbe storicamente e geograficamente determinate. Dall’altro c’è la concezione greca di “verità”, che letteralmente significa “qualcosa che, se guardiamo bene, si rivela essere autoevidente”: una verità autoevidente deve per forza essere la stessa per tutti. Se le èlite giappo che difendono la religione del posto credono di fare il bene dei giapponesi, i gesuiti credono di stare facendo il bene non solo dei giapponesi a cui predicano, ma di tutta l’umanità.
Il terzo livello di analisi è il tema della responsabilità sociale e della libertà individuale. I monaci del film sono in para per un problema piuttosto urgente, cioè decidere se smettere di convertire i giapponesi e evitare che questi vengano perseguitati, oppure fare il loro lavoro di predicatori della “Verità” e lasciare che sia poi il singolo giapponese a fare il calcolo se gli conviene o no convertirsi. È una menata che in realtà ci tocca da vicino, in contesti diversi ovviamente: per esempio sulla questione delle fake news, uno potrebbe chiedersi se sculacciare i siti che le diffondono sia qualcosa di salutare e positivo per l’opinione pubblica oppure, al contrario, sia una limitazione della libertà di espressione e della libertà di leggere cazzate. Una banca che ti rifila, insieme al prestito per pagarti la casa, un secchio di titoli finanziari a alto rischio deve essere considerata responsabile se fallisce e i clienti babbi che hanno accettato i titoli ci perdono i risparmi oppure no?

L’ultimo livello è forse quello più sugoso e ha a che fare con la coscienza. Senza fare troppi spoiler, si capisce anche dal trailer che i nostri preti preferiti saranno costretti, a un certo punto, a decidere tra salvare la vita (propria e/o altrui) o mantenersi fedeli a quello in cui credono. È un po’ la stessa fregnaccia che si è dovuto sbrigare il buon Galileo Galilei quando il papa non era proprio d’accordo col fatto che si venisse a sapere che la Terra gira attorno al Sole e non il contrario. Galileo ha abiurato, salvandosi la pellaccia e negando la scientificità delle sue teorie; col tempo, la verità è venuta fuori (forse una risposta alla domanda che ci facevamo prima? Oppure anche la verità scientifica è relativa? Buttate un occhio a Kuhn. D’altra parte non possiamo nemmeno fare troppo i moralisti con il barbuto astronomo, perché che ne sappiamo noi di quanto fosse simpatica l’Inquisizione nel 1500? Comunque, il dilemma morale del film è reso molto molto bene in una scena che non sto a raccontarvi perché vi rovinerei il film. Mentre la guardavo mi ha coinvolto molto e emozionato, una cosa non scontata per un film pieno di uomini brutti e sporchi e senza colonna sonora. In realtà, proprio la mancanza di colonna sonora nel film ha evitato di scadere in scene che puntassero sulla lacrima facile (ehm… La La Land… ehm), ha permesso di mostrare realisticamente il dolore e la bruttura di un passato che speriamo non torni, ha lasciato spazio all’unica musica che accompagna i momenti in cui ci troviamo soli davanti a una scelta difficile: il silenzio.
E quindi niente raga, Silence è un filmone che meritava più spettatori, più attenzione e magari più riconoscimenti, ma Hollywood probabilmente non è il posto migliore dove proporre un film su morale, colonizzazione culturale e ontologia. Se siete dei bufus e non l’avete visto che devo dirvi, aspettate che esca il dvd ma stava al cinema fino a un mese fa, la prossima volta state più attenti dai.

, Fabio Parola

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