Siamo quello che facciamo

Quindi niente mani in mano

Fabio Parola 10\12\2015

Meglio un 110 e lode a ventotto anni o un 97 a ventuno? Ce lo siamo chiesti tutti qualche settimana fa. La risposta mi sembra ovvia: meglio un 110 e lode a ventuno anni. No? Meglio l’eccellenza. Meglio il meglio. Con questo attacco puramente provocatorio (se riuscite a laurearvi con il massimo dei voti a ventuno anni avete tutta la mia doverosa stima, se non ce la fate penso che nessuno possa avere da obiettare) vorrei parlare di un’idea che, in questa contemporaneità post-qualsiasicosa, sembra mantenere ancora una certa resilienza. L’idea è proprio quella del 110 a ventuno anni. È l’idea comunemente significata dalla parola “eccellenza”.
Eccellenza è un concetto che rimanda a una distanza, a una separazione da uno standard o un benchmark cui viene misurato il mondo in un determinato campo. La distanza, ovviamente, è in verticale, è un porsi (e un essere posti) al di sopra in virtù di capacità e risultati ottenuti. “È un modo comodo di vivere – scriveva Svevo -  quello di credersi grande di una grandezza latente”. No, l’eccellenza richiede dimostrazione empirica, non è un atto di fede. A ogni inizio di stagione il trofeo è rimesso in palio e il vincitore dell’anno passato non ha alcun diritto su di esso, se non quello di correre alla sua conquista alle stesse condizioni degli altri sfidanti. Se il vincitore non vince nuovamente, l’eccellenza che si è visto riconoscere fino al giorno precedente se ne va. È un meccanismo semplicissimo ma efficiente. Non ci sono rendite o diritti di proprietà. 

 

 

Quando in terza superiore si studia Platone, gli studenti incontrano la parola areté. Di solito la si traduce con virtù. È un termine tuttavia, “virtù”, che non lascia trasparire la tensione, la competitività, la lotta che areté implica. “Virtù, almeno ai nostri tempi, ha un senso quasi esclusivamente morale – scrive Robert Pirsig ne “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” – areté, invece, viene utilizzata indifferentemente in ogni ambito e significa semplicemente eccellenza. Quindi l’eroe dell’Odissea (il portatore di areté per antonomasia, ndr) è un grande combattente, un astuto intrigante, un ottimo parlatore, un uomo dal cuore saldo e di grande saggezza, che sa di dover sopportare senza lamentarsi troppo quel che gli dèi gli mandano; ed è capace di costruire e di guidare una barca, di tracciare un solco più dritto di chiunque altro, di lanciare il disco meglio di un giovane fanfarone, di sfidare i giovani feaci al pugilato, alla lotta o alla corsa. Sa uccidere, scuoiare, macellare e cuocere un bue e una canzone lo può commuovere fino alle lacrime. In realtà è abile in tutto. La sua areté è insuperabile”. End quote. Non è machismo ciò di cui si sta parlando. Quello è per chi ha deficit di autostima. L’eroe non ha nulla da dimostrare agli altri, ma solo a se stesso. L’areté è la più alta forma di rispetto verso la nostra persona e le nostre capacità. Una visione molto umanistica, se vogliamo.

La schiera dei cercatori di eccellenza si divide in due fazioni. C’è chi crede nel talento, nell’ispirazione, nella predestinazione in un certo senso. C’è chi crede, invece, nell’esercizio. Nonostante i primi chiacchierino molto più dei secondi, è chiaro che, se anche il talento può aiutare, la pratica è imprescindibile. Eppure troppi ancora oggi si credono potenziali scrittori, film-maker, cantautori, avvocati o statisti in attesa di un’improvvisa, joyciana epifania. La molto italiana idea che, se c’è il talento, l’opera di valore verrà da sé, prima o poi, è quanto di più lontano dal vero possa esistere. Smettiamo di raccontare a noi stessi questa favola. La pratica batte il talento. L’esercizio batte la predisposizione. Non è detto che le due cose non possano convivere, ma se non fai i compiti non passi la verifica di matematica. Nemmeno se sei John Nash. Anche perché probabilmente non sei John Nash, dato che lui i compiti li avrebbe già fatti. Guardate Rocky, il Rocky del primo film, quello più autentico e, se vogliamo, autoconclusivo (i film seguenti sono un’appendice di cui avremmo potuto fare a meno senza grossi problemi, credo). Ebbene, Rocky probabilmente non era questo gran boxeur, forse era solo lui a credere, senza nemmeno troppa convinzione, di essere l’eterna promessa futura del pugilato americano. Come pensa di riuscire nell’impresa che si è proposto? Con l’esercizio. Con un’autodisciplina quasi masochistica. Il talento non ha nessun posto in Rocky, la Forza non scorre potente in lui. Possiamo dire che abbia raggiunto l’eccellenza? Guardate il film, non facciamo spoiler.

                       

 

Perché allora l’esercizio non ci piace? Perché è sforzo, è volontà di rottura verso la nostra routine, verso il nostro stato attuale. È un abiura dei risultati ottenuti finora. Se qui abbiamo scritto di come sia pressoché impossibile separarsi dalle proprie radici, parlare di eccellenza significa invece riferirsi a una lotta continua e voluta contro ciò che vediamo allo specchio ogni mattina. “Creare abitualmente nuove valutazioni, questa è elevazione” sostiene Emerson (il filosofo, non il centrocampista). Ciò detto, l’eccellenza non è obbligatoria e vale tanto quanto qualsiasi altra idea, non sia mai che passiamo per elitisti. Ma se siete tra quelli che preferiscono il voler mangiare bene al dormire sonni tranquilli dovreste essere al lavoro su qualcosa. Su voi stessi, in primis. Quindi smettetela di cazzeggiare su facebook, altrimenti temo che dovrete dire addio al sogno proibito di un 110 e lode a ventun anni.

, Fabio Parola

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