Sbronze, scopate e cadaveri con James Bond

Un giorno sarò come lui

Fulvio Rambaldini 05\11\2015

Ieri sera dopo essermi messo il mio miglior smoking di Savile Row ed essermi bevuto un Vesper martini agitato non mescolato, mi sono abbandonato ai miei pensieri mentre l’asfalto di Londra correva veloce sotto la mia Aston Martin DB5. Mi chiedevo perché tutti vogliano essere come me. Sarà che gli piace come mi presento: il mio nome è Bond, James Bond. Che poi ragazzi, ve lo dico, basta dire prima il cognome e poi il nome per intero. Potete farlo anche voi se preferite.

E così ieri sera, mentre nel mondo vero ero in mutande a guardare l’ultimo 007 della lista, mi sono chiesto se veramente ci sia qualcuno che non verrebbe per una volta vestire i panni dell’agente segreto più famoso del mondo. La prospettiva mi ha sconvolto. Savoir-faire, eleganza, belle donne ed il mondo da salvare possono davvero lasciare indifferente un uomo?

Eppure Bond negli ultimi è cambiato, anche in maniera significativa, e noi siamo cambiati con lui.

James Bond ha due papà, nasce dalla penna di Ian Fleming nel 1952 a GoldenEye in Jamaica e da Sean Connery nel 1962. Sì, perché l’attore legò a tal punto il personaggio a se stesso da influenzare le ultime opere di Fleming che, in suo onore, diede addirittura origini scozzesi al personaggio.

La lunga (24) serie di film ha avuto altri cinque attori dopo Connery ed ognuno ha lasciato il proprio segno sul personaggio. Sean Connery e George Lazenby (una sola e sottovalutata interpretazione, ma che film ragazzi ) sono quelli che rimorchiavano  di più e bevevano relativamente poco. Erano i ’60 e Bond non ha mai più avuto quell’elegante fascino da uomo che tutto può ed alle donne non deve chiedere mai. Così eravamo noi o così volevamo essere. 

Poi è stata la volta dell’uomo con gli occhi di ghiaccio, Roger Moore, il più longevo della serie con ben sette film! Conquiste e uccisioni rimangono più o meno le stesse, ma una quasi scomparsa dei martini lascia spazio all’ironia che rende l’agente segreto ancora più scanzonato. Ed eccoci Bond con dei pantaloni a zampa d’elefante: sono gli anni settanta, dolcezza. Nessun capolavoro ma molti film godibili: The Spy Who Loved Me  o The Man With The Golden Gun su tutti.

Giungiamo al figlio che ogni genitore come si deve terrebbe nascosto in soffitta: Timothy Dalton. Giocando a fare 007 non lo diventa mai; capiamoci, nulla di male, se fosse riuscito a produrre qualcosa di decente. I suoi due film sono tranquillamente ignorabili e la sua interpretazione un po’ cupa non lo fa certo ricordare con nostalgia. Infatti regge solamente due film, tra l’ottantasette e l’ottantanove.

But the time they are a changin’ ed il pubblico vuole un Bond diverso: bisogna accontentarlo. Ma le idee sono confuse e la serie cinematografica si arresta fino al 95 quando ritorna in grande stile con GoldenEye. Bond torna a vestirsi come più gli si confà, impeccabilmente, nei panni di Pierce Brosnan. Dura fino al 2002 quando lascia il ruolo in Die Another Day, il film però è quello che incassa meno successo di pubblico. 

La gente comincia a chiedersi se James Bond sia veramente destinato a morire, affaticato dagli anni di servizio, quando Daniel Craig fa la sua entrata, a gamba tesa. Dal punto di vista dell’aspetto non ci siamo proprio: il volto è quello da cattivo russo dei primi film della serie e l’eleganza distinta di Sean Connery possiamo scordarcela. E poi, quale James Bond si è mai posto il dilemma di essere invecchiato, quale si è mai ubriacato o quale ha mai rischiato di fallire? Beh, quello letterario. Già, sorprendentemente Daniel Craig, pur non avendo forse il physique du rôle necessario, ha questo grandissimo merito: ripropone l’umanità di un personaggio dai chiaro scuri molto più accentuati di quanto si creda; ovvero ripropone il Bond come lo aveva creato Ian Fleming. 

In crisi di identità torniamo quindi al 1952: Casino Royale si dimostra un ottimo film. Questo James uccide molto (mai come l’inarrivabile Pierce Brosnan, ma siamo sulla buona strada) e conquista poche donne, quindi beve più di tutti. Molto più di tutti. Ignorando il pessimo Quantum of Solace Sam Mendes è il regista che permette il salto di qualità a Craig, che in Skyfall ci  mostra i problemi di un Bond ormai vecchio e alle prese con un passato bello ingombrante. La scena finale qui sotto in tal senso è un tocco di classe. 

Più o meno legato alla versione fleminghiana, è fuor di dubbio che il successo di 007 sia radicato nella catarsi dello spettatore che, per un paio d’ore, si specchia in uno schermo rimandante solo i lati più maschi del proprio io. Alti e bassi quindi, ma verso un’unica diamantina certezza: James Bond è Booze, Bonks and Bodies (sbronze, scopate e cadaveri). Ma come biasimarlo, in fondo Si Vive Solo Due Volte. Scusate ora devo scappare, sono cominciati i casting per il nuovo volto di 007, e non vedo proprio perché non possa essere il mio.

, Fulvio Rambaldini

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