Balla sottopalco le good vibes dei Rootz Ital Movement

O facci due chiacchiere su homerecording, situazioni e Ganja

Carlo Cosio 20\10\2016

L’altro giorno ho beccato tre dei sette ragazzi che compongono i Rootz Ital Movement, un gruppo reggae della mia hometown Brescia, che quest’estate hanno pubblicato il loro primo lavoro “Changin’”. Tre su Sette frate perché se no dovevamo prenotare il bar ed era un casino. 

Ciao raga, partiamo da un complimento così si capisce che l’intervista non è di parte: quando ho preso in mano il CD fisico ho detto minchia che grafica, poi l’ho ascoltato e ho detto minchia che suono. Come avete fatto ad essere così pro già al primo lavoro?Paolo: per il suono Marco, il nostro batterista, ci ha proposto Marco Rossi che ha uno studio di registrazione-scantinato-home recording veramente figo. L’ultima settimana di luglio l’abbiamo passata lì e niente adesso siamo tipo parenti. Marco ha suonato in vari gruppo ska e reggae quindi con i nostri suoni è stato tutto naturale.
Giuseppe: se l’è costruito da solo iniziando 15 anni fa quindi ha una bella esperienza, ci siamo affidati molto a lui. È stato un bel dialogo: ci proponeva cose, noi provavamo e poi decidevamo. Ci piace intervenire in prima persona senza delegare, abbiamo fatto così anche nella grafica per dirti.
Paolo: Ratematica (aka Giuseppe Sigalini) è un ragazzo di 18 anni che abbiamo conosciuto alla festa della YellowFat e il suo stile ci è piaciuto un sacco. Luca Ronchi ha editato il tutto. La copertina rappresenta la città che cambia (da cui il titolo dell’album “Changing”) e torna natura: è saltata fuori così dopo avergli fatto ascoltare l’album.

Bella, dalla superficie arriviamo al cuore: come avete messo insieme un gruppo di 7 persone ?
Paolo: l’idea è nata tra me, Riccardo (cantante), Sebastiano (tastierista) e Bebo (chitarrista) un sacco di anni fa e si è concretizzata nell’agosto 2014 durante Festa Radio. Ci mettiamo una certa sbatti per crescere: ascoltiamo e facciamo sempre più raggae anche se veniamo da diversi generi. È uno stile di vita in cui credere prima di tutto e infatti alcuni componenti della prima formazione se ne sono andati di propria volontà.

E nell’ascoltarvi si sente questo essere ibridi, il suono esce bello fresco e non legato troppo pesantemente alla tradizione.
Giuseppe: ammiriamo la Old School dei ‘60 da Bob Marley a Peter Tosh, ma di sicuro il Reggae Rootz ora è un po’ difficile da ascoltare. Ha dei ritmi molto lenti e trascinanti a cui devi essere abituato, se no rischi di annoiarti. Tutti noi avevamo influenze diverse sia all’interno del Reggae che al di fuori e alla fine l’abbiamo fatto nostro venendoci incontro.
Marco: poi è il primo lavoro quindi c’è ancora parecchia strada da fare. Partiamo dai canoni elaborandoli nel nostro modo. C’è un assolo di chitarra ad esempio perché il chitarrista ha una base molto più rock.

E la scena in Italia come se la passa? Di serate raggae ce ne sono in giro sembra.
Paolo: Spagna, Francia e Inghilterra sono le nazioni che spingono di più, ma nemmeno qua ce la caviamo male. Anche a Brescia si sta riformando una bella scena per dirti: abbiamo Jakala, Giunta Lovva, Pipeline, Balbo (che da una vita porta avanti le vibrazioni), Foreign Dubbers e Road to Zion solo per dirne alcuni. È stata una cosa molto spontanea nell’ultimo periodo l’attenzione al genere. Anche a Bergamo abbiamo trovato gente molto presa bene con i gruppi emergenti. Un sacco di gente mi dice che alle serate reggae si sta bene e c’è un bel clima, anche se non ti interessa troppo la musica.

E in tal senso se il Reggae sono solo vibrazioni positive, come gestite il rapporto con quella parte incredibile della vita che è la presa male?
Giuseppe: molti pezzi in realtà criticano aspetti della società, tipo Junkie Jungle contro il grigiore e la frenesia della città, ma lo fanno con vibes positive che per me vanno spinte: c’è troppa gente presa male in giro. Cerchiamo di trasmettere qualcosa che faccia star bene. Crediamo molto in quello che cantiamo, ma usiamo parole semplici, allegre senza cercare di dire qualcosa di importante solo per apparire impegnati e seri. Preferiamo la presa bene di uno che ascolta il pezzo e magari non capisce nemmeno il testo.

In Italia però la presa male stile indie sembra spadroneggiare. Perché prendiamo così facilmente sul serio chi è triste, dice frasi ambigue e si guarda troppo allo specchio?
Paolo: giuro non ho niente da dire contro nessuno ma abbiamo suonato dopo un po’ di gruppi indie rock e insomma la gente era felice di ballare. Il genere che facciamo cerca risposte dal pubblico: vedere uno seduto al tavolo che si alza per ballare è una delle cose più soddisfacenti.

A questo punto un signore è andato addosso ad una panchina e ha un po’ sfasciato la macchina, che tipo.

Ma è vero che il Reggae è un genere tranquillone disinteressato ai soldi?
Paolo: la musica ti dico la facciamo ancora soprattutto per noi stessi e per le esperienze che ci fa vivere. Tipo una volta abbiamo suonato in un quartiere vicino a San Siro dove gli sbirri stavano portando via uno e i ragazzini di 10 anni ci provavano con la nostra cantante. Ma erano tutti felici di ascoltare un po’ di vibrazioni positive. Saremo lavoratori stressati un giorno, quindi finché possiamo continuiamo a fare ciò che ci fa star bene. Forse è il genere che crea la famiglia più stesa: comportarsi male nel Reggae è brutto due volte.
Marco: ti fa crescere così tanto personalmente che non pensi troppo ad altri obiettivi. Sono entrato nel gruppo per ultimo, ma ho accettato al volo perché il Regge non l’avevo mai suonato, né lo conoscevo. I ragazzi mi hanno fatto inserire in un attimo e adesso sono troppo invasato.  È un input che non lascerà più il mio fare musica, dopo aver fatto Jazz, Funk e Soul.
Giuseppe: è il mio primo gruppo, ma siamo diventati molto velocemente amici. C’è un bel legame e la mentalità collettiva del gruppo ne guadagna. Poi certo guardiamo i video di Dub Inc live e pensiamo a quanto sarebbe bomba suonare davanti a tutta quella gente, ma l’obiettivo per ora è migliorare. Infatti non facciamo troppo leva sulle cover, ma preferiamo suonare le nostre cose e vedere come reagisce la gente. Viviamo il presente in maniera seria: non c’è un punto d’arrivo nella musica per me.

Poi raga se siete in 7 vuol dire che vi importa fino ad una certa dei soldi che di solito i gruppo scremano la formazione per dividere il cachet su meno persone.
Marco: reinvestiamo sempre il cachet e tra l’altro quando altre band scoprono quanto chiediamo in 7 ci rimangono male. È bello sentire che per la gente valiamo di più economicamente, ma non per fare quelli underground a tutti i costi, preferiamo suonare di più per meno soldi. Ogni data porta un’altra data.

L’ultima domanda chiaramente sarà sulla Ganja a cui avete dedicato ua canzone: la difendete per motivi culturali o ha un effetto attivo nella vostra musica?
Paolo: nel gruppo c’è chi fuma e chi no e anzi ti sorprenderà ma ne usiamo abbastanza poca. Poi ci siamo dati delle regole per chi la ama di più perché se no se sei troppo high poi è faticoso tenere insieme 7 che suonano.
Giuseppe: nell’ambiente se ne consuma parecchia questo è sicuro, ma noi siamo un po’ diversi. Cioè non è che facciamo musica solo se fumiamo, è più legata al tempo libero quando non abbiamo gli strumenti in mano. Poi chiaro siamo contro ogni tipo di repressione. Non ci vergogniamo a dire che suoniamo meglio senza fumare, in questo momento cerchiamo molto la precisione. Poi ognuno nel gruppo se la gestisce come meglio se la sente.

Quindi sì raga, è possibile fare Reggae senza spaccarsi di canne. O almeno loro lo fanno e per noi lo fanno bene, ma se non ti fidi scoprilo qui.

, Carlo Cosio

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