Arthur Rimbaud o il frate che non voleva essere tuo frate

E che era pure un enfant prodige

Chiara Novali 15\12\2016

« Jadis, si je me souviens bien, ma vie était un festin,\ où touts le coeurs s’ouvraient, où touts les vins coulaient... ».

Non so se sapete chi sia, ma penso di sì. Rimbaud è stato un poeta francese nato nel 1854 in un posto un po’ sfigato in Francia. Lo notizia bomba lo lega anche all’etichetta di « enfant prodige »: diventerà poeta a 16 anni. Se ci pensi, quando senti qualcuno che pronuncia la R iniziale e poi “a-m-b-ò” pensi subito a un qualcosa di grande: tante pagine scritte, tante droghe, tanti viaggi e tante storie da raccontare; con questo articolo vorrei capire se è proprio così, o se Rimbaud era soltanto una tra le altri menti geniali, forse piccolo per cose troppo grandi. Però ecco, non voglio parlare della poesia di Rimbaud, quanto della Poetica, e soprattutto dell’inizio e della fine di questo enfant.
Inizio: 1871, Arthur ha 16 anni. Scrive delle lettere incazzate: ce l’ha con il mondo, ma soprattutto con il suo professore del liceo tale Izambard, che vede un po’ come l'emblema di una corrente letteraria « vecchia e macilenta ». Rimbaud vuole una poesia nuova, giovane, una poesia che farà la Rivoluzione. Per non perdere tempo in chiacchiere, dopo aver sproloquiato e ingiuriato il povero prof con tutta la « Société », il frate sedicenne si trasferisce a Parigi. Sono gli anni della Comune, esperimento rivoluzionario che dura solo due mesi ma in cui Rimbaud mette tutta la sua forza d’azione, una forza di penna; molti l’avrebbero fatto, che figata! L’approccio di Rimbaud alla poesia quindi nasce con un senso di « non-controllo-di-se », tanto che è lui stesso a parlare al prof di « dérèglement de tous les sens ». Cose normali, no? Prendersela con la Società troppo « regolata » e reagire inneggiando alla sregolatezza di tutti i sensi. Ma Rimbaud non era un hippy del Milleottocento, e lo capiamo leggendo quelle che sono le sue poesie: sono testi ben scritti, chiari, nel senso che ogni parola è scelta accuratamente.

Vorrei fare degli esempi, ma è impensabile ora fra’, meglio leggere qualcosa tipo « Le Bateau Ivre », un viaggione in cui Rimbaud è una nave ubriaca e sproloquia versi da vertigine. Fine: 1891, Arthur ha 37 anni. Cosa è successo in quella decina d’anni intercorsi tra le due raccolte « Une saison en enfer » e « Illuminations », il cui merito è quello di consacrare R a una delle personalità più importanti del momento?
Ve lo dico io: Rimbaud ha mollato la penna e ha chiuso con la poesia; ha fatto le valigie ed è andato in Africa. Per fortuna abbiamo delle interessanti lettere che scrive alla madre e alla sorella Isabelle. Voglio guardare però le ultime lettere, perché questo è il finale, giusto? L’opera di Rimbaud si conclude a Marsiglia: troviamo il giovane Rambo (con o senza accento, come volete) che si dice oramai vecchio, soffre immensamente, ha paura di morire perché una gamba gli è stata amputata (e mica benissimo in effetti). Soffre ma non vuole tornare in Francia, si direbbe anzi che abbia quasi il terrore della famiglia. Che ne è stato dell’autodistruzione di tutti i sensi? Ve lo dico io: si è riversato nell’uso sregolato di tutte le parole. Ma la prosa non è la poesia, se in versi questo espediente poteva produrre il suo effetto, su un pezzo di carta l’effetto è solo la testimonianza di un « pazzo » e di un giovane che si lamenta.

Nelle lettere, le parole così pensate se prese singolarmente, acquistano un significato « Altro », che spiazza; « impossibile » e « sempre » nella stesso breve periodo;

« stampella maledetta » quando il Poète « maudit » è lo stesso che scrive; tanti riferimenti al dolore, alla morte, alla vita, all’impossibilità di muoversi e quindi di vivere. Un vero macello e, diciamolo, un vero lamento (anche dietro il lamento si nasconde qualcosa). L’inizio e la fine di Rimbaud, forse, sono legati nella ricerca di quell’Altro, una ricerca che prima o poi tocca tutti i raga come noi. Nel caso dello zio di Charleville le vicissitudini lo hanno condotto a rimanerci un po’ sotto dalla vita. Perché andare, addirittura, in Africa?: l’Altro forse poteva essere il nero, il diverso, l’opposto, ma direi che no. A me però rimane qualcosa di bello e imponente quando finisco di leggere Rimbaud. Questo qualcosa, è un dubbio: ce l’avrà fatta a capire cosa vuol dire l’Altro? Quel benedetto « Je est un autre » sarà riuscito ad afferrarlo? Forse era stato lì, nelle sue mani, fin dall’inizio! E non dimentichiamoci dell’enfant prodige: che usa le parole come se fossero fogli colorati da unire insieme per creare magiche barchette.
Perché un po’ è vero che quando si perde la fanciullezza ci si sente investiti di un desiderio che non si sa dove incanalare (nel sesso, magari la droga, nella poesia).

Ciao RBD.

, Chiara Novali

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