Nelle ultime puntate

Pare che siano successe un paio di cose

Fabio Parola 12\10\2017

Pensavi che ci fossimo presi tre mesi di vacanza e ci fossimo persi tutto quello che è capitato di recente nel mondo? Male frate, ormai dovresti sapere che Neun dorme e va in vacanza sempre con un occhio aperto, quindi i compiti li abbiamo fatti: su tutte le questioni calde di cui si parla in questo periodo, Neun ha da dire la sua.
In ordine sparso, partiamo da un fatto interessante. Non so se te ne sei accorto, ma siamo stati molto vicini a una guerra nucleare un mesetto fa. La domanda nella testa di tutti i capi banda del mondo davanti a Kim Jong-Un è: come si fa a convincere uno Stato a rinunciare alle bombe atomiche una volta che le ottiene? La risposta è semplicissima: non si può. L’analisi di Neun è lineare: praticamente nessun Paese che abbia costruito armi nucleari ha mai deciso di smantellarle, e le ragioni sono abbastanza ovvie (unica eccezione è stata il Sudafrica all’inizio degli anni ‘90). Guarda l’Iran, mi dirai; e ti dico ok, ma l’Iran ha accettato l’accordo solo perché non era ancora riuscita a mettere una testata atomica su un missile puntato su Tel Aviv. La Corea del Nord invece non è stata presa in tempo e ormai siamo al punto di non ritorno. A differenza che per le prestazioni del Milan in campionato però, in questo caso possiamo davvero dire che la colpa è dei cinesi: Pechino ha fatto male i conti, pensando che sostenere un regime ostile a Usa e Giappone in Corea potesse aiutare a rafforzare l’egemonia regionale (per usare paroloni tecnici) della Cina, ma la verità è che Kim dell’egemonia cinese se ne fotte. Kim chiede due cose: essere considerato un capo di Stato come tutti gli altri e non avere sicari arrivati dall’estero che cercano di sparargli in testa per ribaltare il regime. Richieste ragionevoli tutto sommato, no? E a queste richieste la comunità internazionale dovrà adeguarsi, perché la Corea del Nord oggi è come quel frate che non calcoli mai, ma che una sera si trova a essere l’unico con l’auto: devi riconsiderarlo, perché stasera comanda lui.

Facciamo il giro del mondo e siamo sulla Barceloneta. In tanti abbiamo pensato almeno una volta che gli spagnoli in Erasmus si meriterebbero le botte, ma Rajoy l’ha fatto davvero. Davanti al referendum per l’indipendenza della Catalogna, molti (governo italiano e Unione europea inclusi) hanno detto che il voto è invalido perché illegale. Una cosa molto stupida da dire, dato che non tocca il merito delle richieste dei catalani. Come sanno tutti, ciò che è legale non sempre è giusto e viceversa, altrimenti cosa li avremmo a fare gli organi legislativi? La legge è solo un insieme di rivendicazioni politiche che hanno avuto successo. Se a un certo punto la gente decide che una legge non piace più e inizia a violarla, l’unico modo che ha il governo per farla rispettare (se non riesce a recuperare legittimità politica in altri modi) è attraverso la violenza. Nel caso della Catalogna, è chiaro che Madrid ha più forza coercitiva di Barcellona, ma qui il buon Rajoy ha sbagliato: invece di negoziare con la Catalogna tenendo la celere come spada di Damocle per limitare le richieste della Generalitat, ha voluto vedere le carte e Barcellona ha fatto all-in. Così la reazione del governo centrale ha avuto il risultato di portare ancora più acqua al mulino (comunque ancora minoritario) degli indipendentisti. L’errore di Rajoy, quindi, non è stato l’uso della forza (legittimo, anche se discutibile da punto di vista politico e morale) ma l’aver deciso di non voler parlare con Barcellona. Adesso riportare la situazione entro i confini di una normale discussione politica è un bel cazzo che Rajoy dovrà gestire con molta attenzione. Ve lo dice sempre anche la vostra tipa rega, la comunicazione è importante nelle relazioni.

Dal sole della Spagna al cielo sopra Berlino. Merkel ha vinto un quarto mandato (highlander), ma non è mai stata così debole. Con una maggioranza ridotta e i socialisti non più caldi all’idea di una Grosse Koalition (un “partito della nazione” in salsa tedesca), Merkel sarà costretta a allearsi con i liberali dell’FDP. Questi dicono di essere europeisti, ma in politica economica sono per l’austerità, quindi difficilmente reagiranno bene alle proposte di unione fiscale che arrivano da Bruxelles, Roma e Parigi. Parlando di Parigi, Macron sta definendo una nuova posizione per la Francia in politica europea: per la prima volta il governo francese è apertamente in favore di un’integrazione europea più forte in politica estera, sociale e economica. Considerato anche il discorso di Junker sullo stato dell’Unione di metà settembre, sembra crescere la marea che spinge per l’integrazione e la grassa coalizione di Macron in parlamento gli garantisce mano libera. L’outcome più probabile della situa sarà la richiesta di riformare i trattati europei, e quello che ci sarà scritto dentro dipenderà dalla nuova relazione tra Parigi e Berlino, dato che lo Uk è fuori e il governo spagnolo ha altro a cui pensare (vedi sopra). E l’Italia in tutto questo dove sta?
L’Italia frate, per usare un francesismo, sta a farsi le pippe. Il Belpaese è in campagna elettorale da quasi un anno (se contiamo anche la campagna per il referendum) e l’opinione pubblica è esasperata. Il quadro sarebbe ideale per far trappare i 5 stelle, ma il Movimento ultimamente ha preso qualche brutto palo fra la fiction Raggi a Roma e le primarie lillipuziane che hanno incoronato Di Maio candidato premier per l’equivalente di un quartiere di Brescia e una decina di hacker.

L’altro eterno agitatore di folle, Silvione, sta preparando il ritorno in campo, perché in fondo per lui l’amore per la politica è forse più grande di quello per la gnagna. Ricordiamoci però che Berlusconi vince non su un elettorato di destra liberale ma su un voto di protesta, che per ora rimane monopolio grillino: quindi non aspettiamoci grandissimi risultati da Forza Italia alle elezioni. Nemmeno il buon Renzi sta troppo in forma: dopo il referendum, la scelta di riproporsi come segretario Pd e parlare di quanto siano stati belli i “mille giorni” gli fa fare solo la figura di chi non ha avuto né l’integrità morale di ritirarsi come aveva promesso, né i coglioni di incassare il colpo e continuare a governare. Nel Pd, però, qualcosa si muove: se Renzi perde grip, si rafforzano le correnti ex Ds e Ulivo (Minniti e Delrio, per capirci). Non più un partito con una sola faccia (fiorentina), ma un insieme di figure attrattive per le sensibilità di elettori molto diversi tra loro. Da qui a definire chi correrà per la premiership, sempre che con la legge elettorale attuale ci sia davvero bisogno di definire un candidato specifico, ce ne vuole. Gentiloni piace a molti, perché in fondo non dà fastidio a nessuno. La vera sorpresa, però, potrebbe arrivare da Minniti: il ministro dell’interno ha risolto da vero king il dossier Libia-immigrazione, guadagnandosi un livello di popolarità impensabile per un ministro dell’interno, e non è da escludere che il candidato del centro-sx possa essere lui.
Tutto questo per dire che quest’estate un sacco di carne è finita sulla griglia della politica mondiale. Neun continuerà a guardare le polpette da molto vicino, portandoti gli assaggini più pregiati, selezionati con tanto amore.

 

 

 

, Fabio Parola

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