Se i registi avessero fatto i pittori

Chi sarebbero stati?

Stefano Arduini 01\06\2017

Dal 1895 esiste una nuova forma d’arte semplice da approcciare e di facile impatto per il grande pubblico rispetto a più antiche forme d’arte; anche per questa ragioni il cinema ha attirato a sé numerosi talenti di grande spessore, ma l’altro giorno mi sono fatto un viaggio: se alcuni grandi registi non avessero scelto la via della cinepresa per esprimersi, chi sarebbero potuti essere?

DAVID LYNCH - SALVADOR DALì
Lynch e Dalì, oltre che essere i due boss del surrealismo nel loro campo, adottano la stessa tecnica di lavoro, quella dell’esplorazione dell’inconscio per mezzo del sogno, che porta i due artisti a dare vita alle loro opere più oscure e difficili, riempiendole di simbolismo animale. Elefante e formiche per il pittore, conigli per il regista. Inoltre Dalì, in collaborazione con Luis Bunuel, ha proprio realizzato un cortometraggio iper onirico che potrebbe tranquillamente essere scambiato per un film di Lynch. Che amava i cortometraggi.

JEAN LUC GODARD - MONET
Camera-stylo è il termine con cui Godard si riferisce allo stile con cui gira i propri film, utilizzando la camera come fosse un pennello e la pellicola come una tela; filmando la quotidianità della sua città e cercando di rappresentare le cose nell’immediatezza con cui ci passano davanti agli occhi, il francese ha espresso un cinema vivo, lontano dalla maniera degli studios. Un impressionista andrà bene dunque, ma perché proprio Monet? Perché proprio come lui, Godard cerca di dare una visione d’insieme della realtà molto ampia, utilizzando lunghissime carrellate per descrivere la scena, proprio come fece Monet nell’ultimo periodo della sua vita, dipingendo enormi sequenze di ninfee da vedere unendo più tele assieme.

DAVID CHRONENBERG - STELARC
Il tema della biomeccanizzazione del corpo umano, divenuta molto di moda recentemente, aveva già contaminato le menti di questi due grandi artisti negli anni 70. Il primo fa film su trapianti di pelle presa da cadaveri su corpi umani ancora in vita, il secondo realizza una performance in cui si fa impiantare un vero orecchio nel braccio. Il regista realizza film dove telepati possono comandare a distanza le azioni di altre persone, il performer si fa impiantare un terzo braccio, meccanico, gestibile tramite internet. Il concetto che entrambi esprimono è sempre lo stesso: l’obsolescenza del corpo umano e il suo incontro con la tecnologia.        

ALEJANDRO JODOROWSKY - MAX ERNST
La forte carica sessuale simbolica, i colori estremamente accesi e contrastati, le ambientazioni oscillanti fra reale ed irreale, l’avversione verso la religione cattolica: tutte caratteristiche che valgono per entrambi, un’inquadratura di Jodo non è poi così diversa da un dipinto del tedesco. Ciò che più li accomuna comunque rimane la passione carnale che entrambi mettono nel proprio lavoro, spesso in modo implicito, a volte sfruttando la violenza ed il sangue come metafora dello sfogo sessuale. 

STANLEY KUBRICK-FRANCISCO GOYA

Le finestre sull’incubo di Goya sono dipinti in cui vengono rappresentate le scene più inquietanti del mondo: interni di manicomi, incendi e personaggi tenebrosi e possono essere avvicinate alla poetica di Kubrick; anzi, è lo stesso Kubrick ad aver affermato di aver copiato dei dipinti di Goya per realizzare alcune inquadrature. Il potere della ragione umana va annullandosi a poco a poco per far emergere sempre più le violente pulsioni dell’animo umano sia nei quadri dello spagnolo che nelle storie dei film del grande regista americano.
Bella io ho iniziato il lavoro confrontando i miei registi preferiti, ora puoi continuare con i tuoi. 

, Stefano Arduini

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