Non siete tutte eroine

Twittare #timesup è più facile che sconfiggere l'ipocrisia

Fabio Parola 12\01\2018

Ai Golden Globes di qualche giorno fa, Elizabeth Moss ha ringraziato per la vittoria come migliore attrice in una serie tv dicendo che le donne, finalmente, non sono più ai margini della storia, ma la stanno scrivendo. “Il tempo è scaduto” tweettano le sorelle, #TIMESUP. La rivista Time ha deciso che la persona dell’anno per il 2017 sono le “silence breakers”, tutte le donne che hanno deciso di denunciare pubblicamente le molestie subite sul lavoro dai colleghi in suit&tie. Il caso Weinstein, da cui è partito tutto, non poteva arrivare in un momento politico più favorevole per scoprire i problemi che ancora impediscono pari opportunità tra uomini e donne, con un “genio molto stabile” alla Casa Bianca che aveva scatenato un bel round di proteste femministe ben prima che Hollywood si accorgesse che i produttori palpano le attrici. Tutto è maturo, insomma, per una bella analisi sistematica degli squilibri di potere tra i sessi nel mondo del lavoro, in famiglia, in politica. Come per altre questioni hot (razzismo, diritti LGBT, etc.), è il mondo del cinema che detta l’agenda politica, forte dello spazio che ha garantito sui media e sulle nostre bacheche fb. A questo giro, però, c’è un però: la reazione di una parte non indifferente dell’opinione pubblica non è stata esattamente di simpatia verso le attrici che hanno denunciato molestie subite durante la loro carriera. Il succo della critica è che è troppo comodo denunciare il molestatore quando si è arrivati a una posizione di celebrità e realizzazione professionale, quando non si è più dilettanti vulnerabili al ricatto del potente di turno: è troppo comodo perché ci si è costruiti un nome (e un conto corrente) diventando collusi con un sistema che sacrifica la meritocrazia per la lingerie; perché per ogni attrice che non ha denunciato la molestia e ha potuto continuare a fare film ci sono chissà quante altre provinate che hanno rifiutato la proposta indecente, sono rimaste sconosciute e oggi, anche se denunciassero, nessuno si filerebbe.

Che in settori dove la bellezza dei corpi gioca un ruolo importante, come il cinema e la moda, molte carriere si siano costruite a partire dalle lenzuola è un segreto di Pulcinella. Basta guardare il cameo di Marilyn Monroe in All about Eve per capire che fin dagli anni ‘50 la dinamica è chiara, e ogni aspirante attrice a rischio ha avuto tutto il tempo per riflettere su cosa fare se l’orco avesse chiamato il suo nome. Mi dirai: wooo frate, piano, stai dicendo che se la sono voluta? No, non se la sono voluta, ma non sono nemmeno le paladine dell’emancipazione femminile che i giornali ci stanno vendendo. La loro situazione è contemporaneamente di vittime e di complici. Come per i collaborazionisti in una dittatura, o chi paga il pizzo ai mafiosi, possiamo capire le ragioni che fanno scegliere di piegarsi al potere per continuare a vivere tranquilli, ma non vuol dire che siano eroi per questo, né che siano esclusi dalla responsabilità di non avere fatto resistenza. Nelle parole di quel maestro Yoda che era Max Weber, comprendere le ragioni di una scelta individuale non vuol dire giustificarla sul piano morale.
A questo giro la mobilitazione, per fortuna, non è fatta solo di discorsi al microfono di Oprah alle serate di gala. Sembra incredibile, ma per una volta un hashtag sembra avere avuto delle conseguenze concrete nel caro vecchio mondo analogico, dove il numero di donne che hanno tweettato #metoo ha riportato l’attenzione sulla “cultura del silenzio” di tanti ambienti.

Abbiamo tutti le dita incrociate, sperando che si riesca a scoprire mettere in crisi il marcio di tanti ambienti lavorativi e sociali. “Mettere in crisi”, appunto: in un momento Piero Angela flash, faccio notare che l’etimologia greca di “crisi” vuol dire cambiamento, rivoluzione, ma anche distinzione e valutazione. Questo per dire che, prima di aggiungere un altro nome alle liste di proscrizione (fra l’altro buttando allegramente nel cesso, dettaglio non da poco, il principio della presunzione di innocenza ), bisogna farsi tutti quanti un serio esame di coscienza sul nostro ruolo di vittime di strutture sociali che ci sono imposte e di perpetuatori delle stesse. Se ci pensi bene, lo schifo vero delle molestie a Hollywood non sono tanto i produttori sporcaccioni, ma il fatto che per decenni nessuno avesse avuto il coraggio di mettere a rischio il proprio posto al sole e denunciare. Che belle le amnesie collettive. Dopo il 25 aprile l’Italia si scopriva improvvisamente antifascista, dopo Weinstein ci scopriamo tutti vittime di rapporti di potere patriarcali e maschilisti. Spiace rovinare la festa, ma la realtà è un po’ meno bianca e nera. In entrambi i casi, come in un sacco di altri contesti della nostra vita quotidiana, siamo stati al tempo stesso vittime di qualcuno e carnefici (consapevoli o meno) di qualcun altro. Per ogni molestia barattata per un contratto da attrice o modella, per ogni panno sporco lavato in casa o in ufficio, abbiamo aggiunto un altro strato a un coperchio sempre più pesante e sempre più difficile da sollevare. Ora che il coperchio è saltato, vorremmo dimenticarci il prima possibile la nostra fetta di responsabilità, pensando che basti condividere un articolo di Freeda per essere persone nuove. Ci piace specchiarci nelle star del cinema, sorridenti e sicure che questa sia la volta buona per cambiare le cose. È facile sciacquarsi la coscienza nell’amnistia generale e salutare dal red carpet con un sorriso da eroi della lotta di genere. Un po’ più difficile è guardarsi allo specchio e vedere quanti princìpi eravamo disposti a sacrificare per starcene tranquilli; quanti pochi soldi, fama e champagne bastavano a comprarci.

, Fabio Parola

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