Il punk è nato al cinema

E ha a che fare con Ladri di biciclette, ma forse non come credete voi

Stefano Arduini 22\11\2017

È accaduto tutto grazie a Roberto Rossellini e Vittorio De Sica. Grazie al clima che si respirava nel secondo dopoguerra. Grazie a lavori cinematografici come "Roma città aperta" e "Ladri di biciclette": si sta chiaramente parlando del movimento punk e della controcultura che ha travolto il mondo fra gli anni '60 e '70. Tutti sappiamo che da cosa nasce cosa ma, che ci crediate o no, il punk è una di quelle cose che non sarebbero mai esistite senza Luchino Visconti, Pietro Germi e la loro creazione sociale più importante: il neorealismo Italiano. Se non credi a quello che ti sto scrivendo forse ti puoi fidare di Marcel Duchamp che nel 1961, un attimo prima che esplodessero le prime sottoculture americane, ci ha insegnato una cosa: l'arte, per rimanere tale, deve scendere nel sottosuolo, deve nascondersi all'uomo comune ormai visivamente anestetizzato dalle immagini delle prime avanguardie, e riaffermarsi nella cultura di una nuova sub-società, lontana dallo status-quo. La nuova arte teorizzata da Duchamp avrebbe dovuto rappresentare non un singolo artista o un piccolo gruppo ma una società intera, una cultura underground, e guarda caso l'anno dopo esplose il caso di Andy Warhol con la sua pop-art, mentre di lì a poco si formò la cultura punk vera e propria. 
In realtà, le idee proposte da Duchamp e poi praticate da Malcolm McLaren e dai suoi Sex Pistols avevano già avuto un'importante manifestazione pochi decenni prima, per la prima volta nella storia.

Nel secondo dopoguerra, il Belpaese si risvegliava dagli orrori del confiltto mondiale su uno strato di povertà e macerie; l'industria cinematografica predominante, che era stata istituita dal duce a Cinecittà ispirandosi alla fiorente Hollywood, era crollata assieme al dittatore. Così i nuovi registi, proprio come la nazione che abitavano, ripartirono da zero. Si ritrovarono a operare fra sfollati e rovine, privi dei teatri di posa che avevano reso famoso il cinema Italiano per le sue scenografie. Proprio questo contesto diede vita a quello che tutti conoscono come il Neorealismo, la trasposizione fedele e diretta dell'Italia dei bassifondi del post-regime. 
Ma quello che forse non tutti sanno è che questo nuovo modo di fare cinema non venne ascritto, al tempo, a nessuna corrente in particolare: nessun manifesto d'arte enunciava gli scopi e i dogmi del movimento, non vi era un fondatore, ma nacque qualcosa di più complesso, libertario e creativo, dove non c'erano leader e dove coinvolgimento e responsabilità erano strettamente personali: esattamente ciò di cui parlava Duchamp nel '61. Fu la scena che diede origine al movimento e non viceversa. La nascita di una cosa simile può essere lontanamente paragonata solo a movimenti ottocenteschi come il romanticismo o il realismo; tuttavia, la mentalità novecentesca è ben diversa dal positivismo del secolo precedente: parole come "patria" e "libertà", in grado di smuovere animi e uomini e portare un popolo intero all'indipendenza, sono diventate antonomasia di desolazione e vagabondaggio. Il nuovo realismo ha una mentalità sporca, malsana, che va a guardare  ai ceti sociali più disagiati e solo ad essi si rivolge, mettendo in evidenza il dramma della vita senza giudicare l'operato di nessuno. Favole senza morale.                       

Tutte queste sfarfallanti ideologie vennero agguantate dalle penne degli scrittori della beat-generation. Poi esplose Punk 77, uno dei primissimi gruppi di controcultura punk; formatosi dal basso, estraneo ad ogni ideologia politica, esso rifiutava il controllo sociale da parte dei mass media ed il riconoscimento della classe borghese come cultura dominante, favorendo un' organizzazione disordinata che mostrava il lato più marcio del loro mondo.
Guarda un po', tutte cose già sentite, proferite dalla bocca di Marcel Duchamp, ma anche già viste attraverso la camera di Vittorio De Sica e dei suoi amichetti. 
«Essere punk vuol dire essere un fottuto figlio di puttana, uno che ha fatto del marciapiede il suo regno, un figlio maledetto di una patria giubilata dalla vergogna della Monarchia, senza avvenire e con la voglia di rompere il muso al suo caritatevole prossimo» diceva Johnny Rotten. Una definizione applicabile pari pari a qualsiasi neorealista che si voglia definire tale. Insomma, tra le due sottoculture scorre una palese linea di connessione a livello concettuale. È solo un caso? Possibilissimo! Ma, se studi il fenomeno da un punto di vista più antropologico, ti accorgerai che, come sostiene Ken Goffman, quei ceffi che girano per Londra con le teste colorate e le giacche borchiate sono nati in una società già formata, perciò devono aver necessariamente subito un contatto indiretto o una risonanza culturale da qualcosa che è venuto prima di loro, che essi hanno visto, apprezzato, e adottato.  Allora i neoralisti, partendo da zero dopo il conflitto globale, possono esser considerati come il minimo comun denominatore di tutte le culture underground della seconda metà del secolo. Ancora una volta, l'Italia al centro dell'universo.  

 

, Stefano Arduini

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