Populism is the new black

Autopsia del termine più sdoganato del momento

Davide Enriotti 18\05\2017

Di questi tempi il termine populismo è quasi più inflazionato dell’Italia nel 2009 dopo il fallimento della Lehman Brothers. Più chiacchierato delle primarie, della Dark Polo Gang, di Virginia Raggi ed utilizzato fino all’esasperazione, c’è chi dice che il termine abbia ormai perso di significato e chi pensa che stia organizzando un’azione sindacale su scala nazionale; ma dopo che persino Fedez gli ha dedicato una canzone, si teme il peggio. Nel dibattito politico contemporaneo si taccia di populismo qualsiasi partito, animale o cosa con un’opinione diversa dalla propria e in un periodo in cui le opinioni sono più o meno tutto, la cosa ha creato una certa confusione.

Non sa da che parte stare

Lo si trova curiosamente associato sia a Matteo Salvini che e a Pablo Iglesias, leader del partito spagnolo di estrema sinistra Podemos. Populista è il miliardario Donald Trump, ma anche i venezuelani Nicolàs Maduro e Hugo Chàvez, presente e passato del socialismo sudamericano. Il greco Alexis Tsipras era stato definito populista, così come il presidente ungherese Orban, ideatore del muro anti-migranti dove cani, manganelli e filo spinato accolgono i profughi sul confine con la Slovenia. In Italia abbiamo il Movimento 5 Stelle - “la cosa grigia” -, in Francia la Le Pen; tra gli invitati c’è anche il laburista inglese Jeremy Corbin e persino Geert Wilders, leader del Partito delle Libertà olandese, chiaramente xenofobo e anti-immigrati. Tutte personalità dei maggiori paesi europei che apparentemente non hanno nulla in comune, se non la parvenza di rappresentare la protesta contro il sistema e una presunta discontinuità con il passato. In questa confusione e indecisione indotta dai media e dalla politica, vi è però un elemento involontario di chiarificazione grazie al quale possiamo trarre una prima osservazione. Sembra infatti chiaro che il vecchio binomio destra-sinistra non basti più per raccontare la realtà dei fatti e che populista sia oggi tutto ciò che viene percepito come “anti-sistema”, inteso come la volontà di rovesciare una classe dirigente ormai asservita alla finanza e al potere economico; una fase del ciclo storico che si oppone al momento istituzionale, e che si ripresenta ogni qual volta il sistema economico entra in crisi come diretta conseguenza di un risentimento comune verso l’establishment, identificato come colpevole del disastro socio-economico. In risposta i partiti pro-sistema della destra tradizionale moderata e di centro-sinistra si schiacciano verso il centro a difesa della stabilità e contro le fronde più estreme dando vita a una battaglia dai mille volti. Per l’establishment si combatte a difesa dell’ordine e contro il caos, per gli anti-sistema la scelta è tra conservazione dello status quo e cambiamento, ma la realtà dei fatti vede invece una lotta tra chi ha qualcosa e chi non ha nulla, tra le èlites e il popolo con i suoi mille umori.

  Però a destra si trova a suo agio

“Un popolo ignorante è un popolo facile da ingannare” diceva qualcuno. E in effetti basterebbe provare a conoscere-le-cose per capire che gli slogan propri della destra anti-sistema marciano sulla paura e la disinformazione per raccogliere consenso: “gli islamici sono terroristi”, “gli immigrati sono criminali, cioè terroristi”, “ci rubano il lavoro, non si vogliono integrare”. Certo, e Trump fa gli interessi degli americani, le bombe occidentali hanno portato stabilità in Nord Africa e il terrorismo non è la conseguenza dell'imperialismo statunitense ed europeo.
La crisi ha messo in luce i limiti e i difetti del modello economico neo-liberale e del processo di globalizzazione che oltre ad aver polarizzato la distribuzione delle ricchezze, ha portato all’indebolimento degli stati nazionali. Le ragioni sono diverse. La crescita, la fusione e la diffusione di multinazionali restie dal sottoporsi al fisco dei paesi in cui delocalizzano; la transizione di poteri verso enti sovranazionali (come l’Unione Europea a cui sono state cedute le scelte in politica economica, prima monetaria e poi fiscale; la Banca centrale Europea, l'Fmi, la Banca Mondiale); la libertà di ricercare informazioni al di fuori dei media nazionali e il maggiore accesso alla cultura straniera; l’invadenza della cultura pop predominante e comunemente accettata che necessariamente assottiglia le identità locali e nazionali. Il sistema economico mondiale e l’Europa hanno reso gli stati un po’ meno sovrani generando un conflitto che, dovuto a un ovvio riflesso difensivo e identitario, non ha potuto che assumere tratti nazionalistici, favorendo la preminenza della destra piuttosto che della sinistra all’interno dei movimenti cosiddetti “populisti”.

Il terzo assist arriva da sinistra

La sinistra europea, oltre ad essersi trovata a interpretare un sentimento nazionalista distante dalla sua tradizione pansocialista, paga le sue stesse scelte a partire dall’accettazione di un modello economico che è sorto in antitesi con essa. Negli ultimi decenni si è dunque affidata alle forze neoliberiste e ordoliberiste, sperando di ammorbidirne le asprezze, anziché denunciarne le logiche che mandano in pezzi quel modello di società e di stato sociale che proprio la sinistra ha contribuito a creare. I partiti socialisti di Francia e Spagna, il Pd in Italia, così come i socialdemocratici tedeschi e i socialisti greci, uno dopo l'altro hanno accettato il programma di austerità neoliberista e pro-finanza imposto dalla troika: in nome del rigore fiscale e del pareggio di bilancio (inserito in costituzione) come antidoto alla crisi, sono state adottate politiche restrittive e deflattive che hanno gravato su ciò che più tutela il cittadino: educazione, sanità, pensioni, stabilità e tutele sul lavoro - “Jobs Act” in Italia e la Riforma sul lavoro voluta dal governo Hollande/Valls in Francia - pensioni, diritti. Ciò rende oggi poco credibile chi, in Italia e in Europa, vuole intercettare e indirizzare la protesta anti-sistema richiamandosi alla sinistra.

L'Europa sanguina

I principali stati fondatori tremano sotto le scosse anti-sistema. Il popolo di Gran Bretagna si è espresso a favore della Brexit, in Francia la Le Pen ne è uscita sconfitta, complici Macron e il ballottaggio, ma ciò non toglie che un francese su tre ha voluto sostenerla; in Italia abbiamo il M5S che grida a gran voce il ritorno alla moneta nazionale. Significativa è la situazione della Germania: vera beneficiaria del sistema Euro, vive un periodo di benessere e stabilità interna che non lascia spazio all'espansione di quel sentimento anti-sistema, nonché anti-europeo, che presuppone la crisi economica e identitaria per alimentarsi. Un' Europa divisa è ciò che occupa i sogni di Trump, di Putin, di Xi Jinping e tutti quei soggetti destroidi, xenofobi e razzisti che sbavano all'idea di tornare agli stati nazionali. La sconfitta di Marine LePen in Francia ha dato ossigeno a un'Europa pesta e lacera scongiurando, almeno per il momento, il rischio concreto di vedere il vecchio continente colorarsi di un inquietante “nero”.. per la gioia di Casa Pound e fashion bloggers. Lotta tra poveri, nazionalismo, disuguaglianza e perdita di diritti rappresentano verosimilmente le conseguenze, e a tal punto guardare ai vicini di casa può esserci utile per scorgere il domani: la Russia di Putin, l'Ungheria di Orban e la Turchia di Erdogan fondano il nazionalismo e il proprio autoritarismo alla forma democratica, dando vita alle cosiddette “democrature”.
Davvero vogliamo abbandonare un sistema che, nel bene e nel male, è riuscito a garantire settant'anni di pace, oltre che diritti, lavoro, unione doganale e politiche sociali? Io non sono affatto un europeista convinto, anzi, ma penso che questa Europa vada riformata su basi sociali piuttosto che economiche. Credo che il sistema bancario e finanziario sia il colpevole di questa crisi, e che, se i nostri rappresentanti non fossero mossi da interessi personali riconducibili tutti a quello monetario, la politica tornerebbe a prevalere sul potere economico rimpossessandosi di quella nobiltà che deriva dall'avere come fine l'interesse umano e collettivo. Non può esistere un'Europa della banche, delle multinazionali, del TTIP, dell'asservimento agli Stati Uniti.

Ma d'altronde si sa, la politica contemporanea è mossa dalla convenienza economica, a partire dagli stati nazionali. Se così non fosse, l'Italia non fornirebbe armi al regime saudita che, da oltre un anno, conduce bombardamenti indiscriminati su città, scuole e ospedali in Yemen provocando almeno 2 mila morti civili, per un quarto bambini. Oppure alla Turchia che bombarda i curdi con elicotteri italiani, o alla Russia che continua a ricevere blindati Lince della Fiat nonostante l'embargo post-Ucraina, o all'India nonostante la crisi dei Marò e la guerra contro la ribellione contadina naxalita, o ancora al Barhein, al Qatar, al Kuwait, a Israele che porta pace in Palestina. In questa grande ipocrisia in cui l'etica viene dopo il guadagno economico, una nuova forma di fanatismo si è affiancata a quello religioso.
Il problema non è l'Europa, il problema è la collusione tra potere economico e politico, e finchè sarà così qualsiasi sistema politico sovranazionale o nazionale che sia non agirà mai l'interesse dei suoi cittadini.

Nel nome dell'Euro, del Dollaro, del Dio Denaro, amen.

, Davide Enriotti

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