Paterson e l’insostenibile leggerezza del quotidiano

Quando Adam Driver ti fa pensare alla vita

Carlo Todeschini 08\02\2017

Appena trascorse le vacanze natalizie ho deciso, di comune accordo con la mia ragazza, di trascorrere una tranquilla serata al cinema qui a Trento, città nella quale studio da ormai tre anni. Solito cinema di Corso Michelangelo Buonarroti, ore 21:15: poca gente e atmosfera tranquilla all'ingresso. Una decisione abbastanza normale fra, direte voi, l'abbiamo già sentita questa storia. E invece no.
Sì, perché la mia ragazza quando mi propone un film riesce sempre a provocarr effetti devastanti. Ha questa sorta di sesto senso nello scegliere cosa andare a vedere ed in qualche modo i “suoi” film hanno un grande impatto su di me: mi fanno riflettere talmente tanto che appena esco dalla sala ho sempre il cervello che va a mille e non ascolto una parola (quasi) di quello che mi dice. Esagerato dai, cos’avrete visto mai?! Abbiamo visto un film nella sua apparente leggerezza così impattante che ho deciso di spendere un paio d'ore a scriverne un resoconto. Abbiamo visto Paterson.
Il film ha come protagonista Adam Driver, (sì proprio Kylo Ren di “Star Wars: Il risveglio della forza”, quello dei meme) che nel film interpreta la parte di Paterson, un autista di autobus nell'omonima cittadina di Paterson, in New Jersey. Ex militare e con un presente che condivide con la sua bella ragazza Laura (l’iraniana Golshifteh Farahani) ed il cane Marvin, i tre vivono un’esistenza tranquilla nella casa in cui abitano.
Laura è una sognatrice, ha ambizioni strambe e sempre ispirata da nuove idee eccentriche, mentre lui è sostanzialmente un tranquillone con una grande passione per la poesia e per lo scrivere poesie che ogni giorno, finito il turno al lavoro, si spara una birra al bar sotto casa col pretesto di portare a spasso il cane.
Quando arriva la parte interessante, quindi?

Paterson ha il grande, grandissimo merito di saper trasmettere a chi lo guarda la dinamica di un mondo di cui noi tutti siamo partecipi, il mondo della routine quotidiana, di ieri, dell’oggi e del suo inevitabile scorrere fino al domani, degli infiniti elementi che compongono le nostre giornate segnate dai turni di lavoro, dall’inevitabile monotonia che accompagna il nostro trascorrere temporale e dalle piccole-grandi gioie che ci regalano le persone con cui ogni giorno interagiamo: a partire dagli sconosciuti che incontriamo per strada fino ai membri della nostra famiglia.  “Quando sei bambino impari che ci sono tre dimensioni: altezza, larghezza e profondità, come una scatola di scarpe. Più tardi capisci che c'è una quarta dimensione: il tempo”, pensa Paterson, nello scorrere delle sue giornate.  Jim Jarmusch, considerato già come uno dei più importanti nel cinema indipendente americano, è solito presentare nei suoi film storie di soggetti che in un certo senso vivono ai confini della comunità di origine, individui non provvisti di percorsi di vita sorprendenti, ma in balia di identità sociali più grandi e grosse di loro, esprimono quel senso di alienazione nei confronti del mondo che li circonda e di qui fanno già parte anche se non vogliono. Personaggi borderline che riproducono la particolare visione disillusa del regista, che non crede più nel sogno americano, ma più in un incubo in declino; ambienti e spazi che caratterizzano l'agire dei personaggi vengono concepiti come espressione diretta dello stato d'animo degli individui che l'attraversano. Perfino le città americane rappresentate si somigliano tutte: si tratta infatti di spazi che sembrano incapaci di evolvere e trovare un'unicità. Jarmusch stesso infatti dice “Oggi gli Stati uniti sono simili in ogni parte. Puoi spostarti di migliaia di chilometri e ritrovare la stessa geografia. Il paesaggio non definisce più dove sei”.

Il protagonista di Paterson, emblema della sua cittadina, contempla la mediocrità e ritrae il suo essere in poesie spontanee e infantili, accettando ed esaltando la regolarità dei giorni della settimana che scandiscono la vita. Incontra nelle sue giornate persone ordinariamente straordinarie, che lo ispirano durante la sua settimana, così come il film è scandito temporalmente. Oggetti, incontri, il bar e gli ambienti che Paterson frequenta quotidianamente si tolgono quella patina di mediocrità che li conduce alla dimensione del “niente” per assumere la sembianza invece del tutto, delle costituenti fondamentali il sistema che circonda la vita del nostro eroe.
Certo, non un film per tutti i giorni, specie per l'andamento minimale di Jarmusch nel raccontare gli eventi, ma nemmeno un pacco intriso di ideali astrusi e metafisici da sciorinare a piccole ed eterne dosi. Paterson è una riflessione, un quadro sulla vita di un uomo snocciolato in termini poetici nella post-modernità che il buon prof Bauman definirebbe liquida perchè legata strettamente al concetto di incertezza che caratterizza la fine dell'era delle grandi ideologie, rendendo impossibile la pretesa di verità assolute e di conseguenza la creazione di tante forme di moralità.
Un tema, quello del film, contro cui sbattiamo il muso ogni giorno, la nostra mente è sempre a caccia di avvenimenti rivoluzionari, immersa in un mondo a sua volta dipendente dai grandi cambiamenti, cozza con la vita quotidiana di ognuno di noi, lottatori di ogni giorno alle prese con impegni di routine e bisogni mai completamente soddisfatti.
Al di là di ogni riflessione, un film che davvero consiglio a quelli che che almeno una volta ogni tanto si domandano, in para, cosa determina lo scorrere del tempo e l'entità del peso degli avvenimenti che questo ci presenta quotidianamente.
Un film diverso, unico nel suo genere ma che trovo essenzialmente un must see di questo inizio 2017.

, Carlo Todeschini

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