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Pastorale americana vi spiega perchè gli americani sono così americani

Elisa Santoro 11\11\2017

«Arrivai ad abitare nel posto più bello del mondo. Odiare l'America? Ma se in America ci stava come dentro la propria pelle! Tutte le gioie dei suoi anni più giovani erano gioie americane, tutti quei successi e tutta quella felicità erano americani, e non doveva più tenere la bocca chiusa solo per disinnescare l'odio ignorante di sua figlia. Avrebbe sofferto di solitudine, da uomo, senza i suoi sentimenti americani. Avrebbe sofferto di nostalgia, se avesse dovuto vivere in un altro paese. Sì, tutto ciò che conferiva un significato alle sue imprese era americano. Tutto quello che amava era lì.»

Questa citazione è tratta da uno dei grandi romanzi americani Pastorale Americana di Philip Roth, una lunga immersione sui come e i perché l'America è quello che è, filtrati attraverso la vicenda di un ebreo, Levov "Lo Svedese". Un tipo nato e cresciuto nella città industriale di Newark, un uomo che ama l'America e che, pur essendo ebreo e vivendo nel ghetto ebraico, si è sempre sentito americano, e non solo perché era campione di baseball al liceo, non solo perché in America la sua azienda di guanti ha prosperato e lo ha reso ricco, non solo perché ha potuto sposare una giovane cattolica, andando contro alla sua religione. L'America è ciò che lo ha reso quello che è, è il posto che gli ha permesso di prosperare e di essere felice. È la libertà di realizzazione. Tutto ciò si scontra però con una figlia incazzata che odia tutto ciò che suo padre ama, l'America. La odia talmente tanto che diventa una bombarola comunista che fa attentati per protestare contro la guerra del Vietnam. Questo scontro di coscienze e di ideali distruggerà Lo Svedese, facendo crollare ogni sua certezza, tutto il mondo che aveva costruito, mandando in pezzi il suo sogno americano.

Ma fermiamoci un istante, se ti dico "America" cosa ti viene in mente, zio? Probabilmente il baseball, il liceo con gli armadietti, gli hamburger, forse Obama o forse Trump. Ma come mai? Come mai quando si parla di America, contenitore che comprende pure il Canada, il Messico, persino Cuba, ci vengono subito in mente immagini legate al mito degli Stati Uniti? Perché siamo talmente imbevuti dalla cultura statunitense che questa ormai egemonizza la nostra idea di America. Il "sogno americano" fatto di benessere economico e felicità, il self-made man, la possibilità di essere quello che vuoi, non importa da dove vieni. Da dove salta fuori tutto questo? 
Facciamo un passo indietro, alla nascita degli Stati Uniti. È il diciassettesimo secolo, in Europa c'è la Controriforma, il Papa si è parecchio infuriato coi luterani e i calvinisti e gli altri della loro schiera e ha deciso di perseguitarli per benino. Da qui un gruppo consistente di pellegrini decide di scapparsene, di cercare la sopravvivenza non solo in un altro paese, ma in un altro continente. Ed ecco i cosiddetti Padri Fondatori, quegli uomini col cappellone nero che vengono celebrati durante il thanksgiving. Cosa fondamentale, questi signori erano protestanti, soprattutto calvinisti, ma più di tutto erano la classe borghese emergente in Europa, detentrice del potere economico (che forse il Papa volesse attaccare quello più che l'eterodossia religiosa?). Immagino servirà a tutti una rispolverata su cosa credeva il buon Calvino. Ebbene è stato lui a parlare per primo di "elezione", una parola molto importante, che non aveva tanto a che fare con la purezza di cuore o la penitenza ma con la fortuna, in particolare la fortuna economica. Se eri ricco e gli affari ti andavano bene, allora eri stato eletto da Dio, se invece eri un povero pezzente nulla ci potevi fare, eri e restavi un perdente. Ti suona familiare? La capacità di fare denaro e di acquisire potere è una cosa a cui gli americani danno estrema importanza. Se guardate un telegiornale statunitense in tempo di elezioni e tutto un "Tizio ha guadagnato il suo primo milione a 25 anni" "Caio dirige metà delle fabbriche di bastoncini di pesce degli Stati Uniti", scarsi riferimenti ai programmi elettorali, il focus è concentrato su quanto si possiede e quanto bravi si è stati a possederlo. Se sei ricco e potente è per le tue capacità e per questo devi essere ammirato, anche se queste capacità comprendono il malaffare, non importa, se ti è sempre andata bene vuol dire che sei pure bravo a fregare. Anche il concetto di "erranza" fa parte del discorso retorico sull'America, errare in senso di vagare, ma anche di sbagliare: è un viaggio, che seppur attraverso errori, deve condurre alla perfezione. Anche il più disincantato autore americano esprime sempre la speranza di una futura perfezione, magari ammettendo che il presente fa schifo ma sempre con l'incrollabile sentimento che l'America ha il potenziale per essere la Terra Promessa (e ritorniamo alla storia dei pellegrini), il luogo dove si possa creare una società giusta.

Leggiti la poesia America di Creeley, una critica alla nazione e al suo essere nient'altro che retorica, che però si conclude con una spiazzante richiesta alla stessa America di "essere quello che è" (probabilmente essere "Great again"?) ovvero realizzare il sogno di democrazia e benessere, il sogno americano. Quello di Levov lo Svedese, che però si scontra con la realtà dei fatti, con le ingiustizie sociali e la povertà e il razzismo, perché in fondo il protagonista di Pastorale Americana non è altro che un ebreo che sogna di essere americano, ma non ci riesce. Un personaggio estremamente attuale se si pensa alla quantità di sostenitori di Trump che non sono propriamente "americani" (cosiddetti WASP, white anglo-saxon protestant), ma che come lui si sentono americani e coltivano il sogno americano. Il grande problema è che la loro fede è incrollabile, se c'è un posto nel mondo in cui può esistere la felicità è l'America, è questo che credono. Il punto è che questa fede è condivisa e travalica i confini americani, grazie alla globalizzazione e alla diffusione dei modi di vivere e dei costumi made in USA, siamo tutti convinti che lì sia il posto delle grandi possibilità. In parte senza dubbio è vero, ma non si può essere ciechi di fronte alle gigantesche lacune e a tutti i problemi, non si può continuare a pensare che siano solo errori in un viaggio verso la perfezione. Tenendo comunque presente che non è tutto da scartare (non so, io tipo sono felice di poter ascoltare la musica americana), bisogna essere consci dell'importanza di creare un'alternativa capace di dare pluralità al mondo. La vera domanda che dovremmo porci è: esiste un'alternativa alla pastorale americana? Oppure siamo già troppo imbevuti della loro cultura per farne a meno? Ai posteri l'ardua sentenza. 

 

, Elisa Santoro

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