OK Computer compie vent'anni

E all'epoca già aveva previsto un po' di futuro

Roberto Binetti 30\03\2017

Ti sarà sicuramente capitato di inciampare in uno di quei libri/film/opere d’arte che pur appartenendo ad un altro passato sembrano parlare ad un eterno presente. C’è chi ha azzardato l’utilizzo di questa considerazione come discrimine per individuare la vera grandezza di un qualsiasi prodotto culturale. 
L’elenco è corposo: da George Orwell che con il suo romanzo 1984 ha descritto una società distopica di un recente futuro votata alla divinità del controllo, fino alla canzone “Meno-male-che-Silvio-c’è” di Andrea Vantini che, leggenda vuole, dopo essersi affidato direttamente alla musa Euterpe, decide di comporre il più bel pezzo che sia mai stato scritto per una campagna presidenziale. Correva l’anno 2008 (anche se il capolavoro è datato 2002) ed il nostro ex-proprietario di un’agenzia per serenate a domicilio scrive uno dei più bei pezzi della tradizione della musica leggera realizzando la sua vocazione di Cassandra inascoltata e preconizzando l’integrità morale del cavaliere addirittura due anni prima dell’inchiesta Ruby Ter (cito direttamente la parte cantata dal ragazzo del call-center “Canto così / Con quella forza / Che ha solamente /Chi è puro di mente / Presidente siamo con te / Menomale che Silvio c’è” minuto 1:56). 

Questa settimana si celebra il ventesimo anniversario dall’uscita del terzo e più importante album dei Radiohead, OK Computer, il primo ad aver vinto un Grammy, l’album che rimane il più oscuro ed affascinante di tutta la loro quasi trentennale carriera. Ormai lo sai meglio di me che gli anniversari sono sempre stra impo e che, anche se sotto sotto nel tuo cuore a forma di iPod un posto per i Radiohead c’è sempre stato, in queste occasioni qualsiasi prodotto culturale torna a parlare. 
Come 1984, Ok Computer è rileggibile ed è stato riletto come una puntata pilota mai realizzata di Black Mirror, una delle ultime serie prefe che ti hanno fatto scrivere almeno quattro stati su facebook negli ultimi mesi urlando al combloddo. E se le etichette di Post-Moderno e di Distopia sono ormai diventate un salvagente per conversatori di poco spessore, come non rimanere affascinati dal fatto di vivere nei ruggenti anni ’10 del secolo, era della Post-Humanity e della Post- Truth, del Genderness, dei nuovi nazionalismi e delle vecchie cattive abitudini, delle generazioni sdraiate? (Boh, non lo so veramente, dimmelo tu). 
Ok Computer sembra poter contenere tutto questo. Ma torniamo un attimo indietro, con una piccola capriola temporale, al 1997. L’Internét è ancora un gioco per pochi ma Thom Yorke sembra aver già intuito i possibili effetti collaterali di un mondo in apparente connessione continua: l’entusiasmo privo di senso, il conformismo più becero, l’illusione della socialità sono solo alcune delle intuizioni riguardo ad un presente prossimo che i Radiohead sembrano avere anticipato.
Ma il caro vecchio Thom non si è fermato qui, fradè: Ok Computer in un certo senso non adatta solo le classiche regole del gioco distopico nel quale la tecnologia è visto come evento centrale nelle logiche di spersonalizzazione (e tu con Pokemon Go installato sul cellulare questa estate sei un tassello importante di questo mosaico), ma tenta un colpo da maestro, cercando di prevedere, in modo allusivo, certi eventi più prettamente storici del nostro presente e del ridente futuro del 1997.

In Airbag, la canzone che apre l’album e che mi ha sempre messo addosso una botta di tristezza, si può ascoltare: 

In the next World War
In a jackknifed juggernaut
I am born again
In the neon sign
Scrolling up and down
I am born again
In an interstellar burst
I’m back to save the universe 

Il riferimento ad una terza guerra mondiale e ad un’esplosione atomica che sembrava, alla fine degli anni Novanta, quasi frutto di una suggestione millenarista, nella situazione attuale suona leggermente meno privo di basi: basti pensare alla comica conferenza (che di comico ha in realtà ben poco) nella quale Trump afferma di voler abbattere una nave militare russa perché troppo vicina alla costa orientale americana (siamo nel Febbraio 2017). Considerazioni del genere da parte del capo della più importante potenza militare occidentale, per quanto sembrino fuori dallo spirito del tempo e facciano sorridere, sono proprio per questo tanto pericolose, perché sono la realizzazione di quanto più prossimo potremmo trovare a quei romanzi di George Orwell, con dentro anche un pizzico di “Menomale che Silvio c’è” al fine di auto-tutelarsi nel gioco della provocazione politica. 
E sullo stesso piano può essere letta anche una delle canzoni più celebri dell’album, Karma Police: 

Karma police
Arrest this man, he talks in maths He buzzes like a fridge
He’s like a detuned radio 

Giocare ad interpretare i deittici in un testo poetico causa sempre qualche gatta da pelare, ma a chi scrive piace leggere in “this man” non solo un riferimento alle teste di serie dell’entusiasmante puttan-tour che ci governa e che guida il mondo, ma anche un po’ a tutta la nostra generazione, frate, quella mia e tua che sembra lanciata verso un presente-futuro alla stessa velocità invidiosa del meccanismo in cui è inserita e che sembra non saper fare altro che glitchare come un disco rotto o gracchiare come una radio stonata. 
Ma alla fine Thom ci saluta con quello che sembra essere a metà fra il bon courage ed una rapina a mano armata in Climbing up the walls: 
And either way you turn I'll be there
Open up your skull
I’ll be there 
Climbing up the walls 
E se la prospettiva di trovarti un Thom Yorke fatto di un sorridente strabismo nel giardino di casa non ti stimola troppo, allora forse questa canzone può essere letta come un invito ad abbassare le difese nei confronti di un qualunque altro rispetto a noi e scavalcare una serie di muri che più che realizzazioni distopiche di nuove frontiere, sono i confini che ti autoimponi. 
Buon 1997 e buon presente-futuro. 

 

, Roberto Binetti

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