Novecento e cinque ore ben spese

Perchè al cinema le dimensioni contano

Filippo Parola 27\12\2016

Il mio capo scout è un fumettista e se ne intende un sacco di cinema e gli fa piacere darmi spesso qualche dritta. Una sera mi consigliò un film che includeva nella sua top three. Me lo sparo, pensai. Scoprii che durava cinque ore. Tipo che dovevo bruciare una giornata di scuola per vederlo tutto filato. Alla fine l’ho guardato (senza bruciare), e l’ho trovato una bomba. Oltre a farmi conoscere uno dei miei registi preferiti. Basta perifrasi adesso. Sto parlando di “Novecento” di Bernardo Bertolucci. Anno 1976. Atto I + Atto II = 310 minuti. Insomma due film al prezzo di uno. Giustamente mi dirai: “ Chi me lo fa fare di morire mentre guardo un film?”, e hai ragione, l’ho pensato anche io prima di vederlo. Ma voglio anche dirti che ne vale la pena. Ecco perché. La trama si sviluppa nell’arco di quasi 50 anni, dalla morte di Verdi al 25 aprile 1945. Il tema di fondo sono le lotte dei contadini emiliani, che si impegnano per ottenere delle condizioni migliori. Questo è solo lo sfondo, dato che la vicenda si concentra sul rapporto tra due personaggi “amici-nemici”, Olmo e Alfredo: Alfredo (Robert De Niro) è figlio di un ricco proprietario di un’azienda agricola; Olmo (Gérard Depardieu, magro) è figlio di contadini che lavorano per la stessa azienda. Su di loro, si misurano le conseguenze dei cambiamenti sociali.

Questa è una caratteristica del cinema di Bertolucci: dare un taglio intimistico, personale alle pellicole, puntando prima sul singolo e poi sui grandi avvenimenti. In “Novecento”, però, non si limita a dare spazio ai due boys, ma compie una cosa simile per gli altri personaggi. Niente turbe psicologiche o teorie psicanalitiche peso: la personalità di ognuno viene presentata semplicemente dalle azioni e dai dialoghi, e questo rende il film interessante e profondo ma anche scorrevole. La scelta di raffigurare un periodo storico pieno di avvenimenti e di lasciare spazio ad ogni personaggio giustifica la lunghezza del film. Una pellicola con una durata nella media non sarebbe mai riuscita a rendere tutto questo. Ma queste non sono le uniche ragioni che rendono “Novecento” un filmone. Ci sono anche le musiche di Ennio Morricone, la presenza di un cast da pora (oltre ai due citati sopra, Lancaster, Sutherland, Dominique Sanda, Hayden, Sandrelli) e la fotografia di Vittorio Storaro, uno stile di luci e ombre alla Caravaggio e di campi dorati come Van Gogh. “Novecento”, ancora prima di essere un affresco delle grandi lotte, di essere la volontà di (cit. Bertolucci) “rappresentare l’impossibilità dell’utopia, compreso tutto ciò che di vero c’è nelle utopie”, è la storia di una grande amicizia alla faccia di cash e bandiere rosse.

Adesso tu mi dirai: “Ci sta. Bello. Ma servivano davvero 5 ore?” Io ti dico di si frate, tutte. Quando l’ho visto ho pensato: “Non toglierei una scena, è tutto dosato al punto giusto.” Il cinema ha bisogno del suo spazio per esprimersi. E questo dipende dal messaggio che il regista vuole trasmettere e dal modo che sceglie per farlo. Ci sono registi a cui basta una lunghezza standard, altri che raccontano storie che richiedono tanto tempo per svilupparsi. Non c’è un “cinema giusto” o uno “sbagliato”, come non ci sono distinzioni manichee nell’arte. Sono solo due modi differenti di vedere le cose e di parlare allo spettatore. Woody Allen, per esempio, ha fatto molti film belli senza mai esagerare con i minuti. Ve lo immaginate un suo film lungo 3 ore? Sarebbe fuori luogo. “C’era una volta in America” è lungo quasi 4 ore. Se Leone lo avesse dimezzato avrebbe perso tutta la sua potenza. Come disse un critico che non conosco, il film di Leone “è come un pranzo di nozze”, e non c’è paragone migliore per descrivere queste pellicole lunghissime. Lunghissime si, ma quando finiscono ti senti pieno, soddisfatto. Come nelle domeniche dopo i pasti dalla nonna.

Il cinema è un gioco fatto di urla e silenzi, di scene frenetiche e di altre calcolate, lente, fatte morire poco a poco. C’è bisogno di spazio per articolare una storia, per non staccare l’inquadratura prima del momento giusto, per dare importanza a ogni gesto, ogni volto. Ci vuole tempo per far assaporare tutto questo, proprio come per i pranzi dalla nonna. Perché noi li sbafiamo in cinque minuti e poi sveniamo sul divano, ma lei ci mette passione e tempo per prepararli. Se non ci fosse dietro quel lavoro non sarebbe la stessa cosa. Tutto questo pippone infinito frate non tanto per convincerti a guardare “Novecento”, quanto per cercare di dirti che spesso ci fermiamo all’apparenza delle cose, mentre se avessimo un po’ più di curiosità e zero pregiudizi potremmo fare e vedere un sacco di cose che, magari, risulterebbero fiche, mentre le avevamo etichettate come noiose e inutili. Questo non vale solo per film, ma anche per i viaggi, le esperienze, i locali sconosciuti e i cocktail velenosi che i nostri amici inventano al momento. Un po’ per tutto quello che ti pare.


    

, Filippo Parola

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