Che fare con i nazisti dell'Illinois?

E con i fascisti in curva nord?

Fabio Parola 4\11\2017

Gli ultras della Lazio sono fascisti. Pazzesco. Non so te, io avevo qualche sospetto da un po’. Fatto sta che l’Italia l’ha scoperto solo settimana scorsa, quando hanno trovato degli adesivi di Anna Frank con addosso la maglia della Roma nei bagni dello stadio Olimpico . Cosa che, fra l’altro, lascia sospettare che anche gli ultras romanisti trovino offensivo l’accostamento della maglia della Magica con la ragazzina ebrea, ma non vorrei rovinare la prossima sorpresa ai direttori dei giornali italiani. Comunque, dopo il fatto è partita la sfilata di reazioni politiche e non, da Lotito che va a portare i fiori alla Sinagoga a Renzi che invita a giocare con la stella di David sulla maglia. La Lazio ha poi effettivamente fatto indossare una maglia “no all’antisemitismo” nel prepartita successivo, ma ovviamente l’iniziativa non ha fermato gli ultras dal cantare cori che non erano esattamente elogi alla cucina kosher. Potevamo aspettarci qualcosa di diverso? Direi di no. Sono settant’anni che discutiamo con i neofascisti, cercando di spiegargli che la bonifica dell’Agro Pontino non basta a giustificare vent’anni di sospensione dei diritti civili e politici in un Paese. Se non l’hanno capita, non vedo perché leggere il Diario di Anna Frank allo stadio debba cambiare qualcosa. Ma ancora una volta, la risposta a una mossa razzista, antisemita e fascista è stata una risposta prima di tutto simbolica, di linguaggio e immagini.

Da simboli, linguaggio e immagini è nata anche un’altra polemica che ci ha fatto prendere bene su fb nei giorni scorsi. Quella attorno a un articolo del New Yorker in cui l’autrice, con un’ingenuità che solo un americano poteva mostrare, si chiede perché nel 2017 ci siano ancora così tanti monumenti fascisti in giro per il belpaese. La risposta migliore che ho letto in giro è stata un commento che diceva, semplicemente, che i simboli dell’architettura del regime sono ancora in giro perché “we are not like Daesh”, non siamo come l’Isis. Il commento sintetizza bene le due posizioni prevalenti in risposta all’articolo: chi dice che i monumenti vanno tenuti come reminder delle tragiche cazzate fatte dai nostri bisnonni; e chi dice che l’architettura e l’arte fascista, nonostante fasciste, sono comunque arte e architettura e come tali hanno una propria dignità. Poi però altri hanno detto che di monumenti fascisti ce ne sono anche di molto brutti, sulla cui dignità architettonico/artistica si potrebbe discutere, o altri ancora che lanciano dei messaggi troppo esplicitamente razzisti e fascisti da poter essere tollerati. Che fare allora? Come decidiamo cosa tenere su e cosa abbattere?
Il problema di come rapportarsi con i neofasci e neonazi è arrivato anche in Parlamento. Emanuele Fiano, deputato Pd di origini ebraiche, ha proposto una legge che rafforza il reato di apologia di fascismo, vietando la propaganda e la vendita di maglie nere e busti del mascellone. A parte la non troppo sorprendente opposizione di Movimento 5 Stelle e Lega Nord, il resto dei partiti maggiori si è trovato d’accordo con la proposta. L’opinione pubblica, invece, si è divisa fra chi, in nome della difesa dei valori della Costituzione, crede giusta l’introduzione del reato e gli oppositori alla proposta. Fra questi ultimi troviamo due correnti di pensiero che potremmo dire “liberale”: i liberali intransigenti, che credono che rendere illegale un’idea sia di per sé sbagliato e molto pericoloso per il funzionamento di una democrazia (faccio coming out, io sono fra questi, e anche tu frate se hai letto “1984” penso non faticherai a capirne le ragioni); i liberali invece “pragmatici”, secondo cui rendere illegale la propaganda fascista non fa che regalarle quel fascino del proibito che potrebbe finire per renderla più attraente per alcuni. Fra i liberali troviamo, per esempio, il buon Enrico Mentana, che si è reso disponibile a un incontro e dibattito con Casa Pound a Roma.  

A questo punto però, mi dirai, la domanda è ancora irrisolta: che fare con gli ultras della Lazio, i banchetti di Forza Nuova in centro, i pellegrinaggi a Predappio e i monumenti fascisti troppo brutti per essere tollerabili? Sicuramente posso dirti che non dovremmo fare due cose che stiamo facendo. La prima, a cui accennavo all’inizio, è sperare di battere il neofascismo solo (o principalmente) con i simboli, le dichiarazioni politiche di dissociazione e i giocatori di serie A con la kippah in testa. Farlo significa pensare che si possa screditare il fascismo con argomentazioni filosofiche, morali o storiografiche, senza pensare che staremmo parlando a gente che risponderebbe “me ne frego”. La seconda è illudersi di poter sradicare il neofascismo rendendo illegale pensarlo. (Già solo scrivere una frase del genere mi dà la sensazione di stare nella Cina della Rivoluzione culturale). La censura farebbe solo comodo a chi propaganda Mussolini, dandogli quel tocco di proibito e clandestino che porterebbe nelle sedi di Casa Pound qualche adolescente influenzabile in più. Non c’è bisogno di criminalizzare il pensiero, basta dire: puoi pensarla come vuoi, ma nessuna idea può giustificare atti violenti, discriminatori o anti democratici. Non sono criminali i pensieri, ma le azioni. Ovvio, la battaglia dei simboli e del linguaggio non va abbandonata: si fa con l’istruzione e l’educazione, cercando di tenere i regazzini il più vicino possibile alla cultura. Ma quando i balilla sono ormai troppo grandi per cambiare idea, la dialettica non è più efficace e serve, semplicemente, far funzionare le leggi che condannano la discriminazione e la violenza là dove succedono. Senza scordarci però che pure i neonazi, anche se non ci piace, sono parte della società quanto noi. Riuscire a confrontarsi con il diverso senza disumanizzarlo, tappargli la bocca e prenderlo a mazzate, alla fine, è quello che ci distingue da loro.

, Fabio Parola

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