Musica elettronica collasso e ritorno

Per chi ancora ne diffida o crede sia roba da tizi in canotta

Federico Gambato 12\03\2015

Ora che il periodo di transizione è ormai giunto al termine, possiamo affermare che tra gli utenti dei più diversi generi musicali una buona fetta dedichi uno spazio di ascolto alla più recente categoria musicale: l'elettronica. L'affermazione non è così scontata, una buona fetta è diverso da tutti e ancora si ritrovano fazioni che vi oppongono resistenza evitando di far vacillare le proprie nicchie e trends di ascolto, di solito provenienti da culture radicate in generi agli antipodi come l'hard&heavy o la classica, chiuse nella propria banda di ascolto a spettro limitato in cui una gamma di frequenze estranea è tagliata fuori e classificata come disturbante. Con i mezzi multimediali a disposizione ritengo un comportamento simile quantomeno inaccettabile, una situazione che potrebbe essere trasfigurata metaforicamente in una piccola teoria eliocentrica, come se dovessimo convincere la quasi totalità della popolazione che è la terra a girare intorno al sole, non il contrario. Iperboli a parte anche la musica elettronica ha dovuto e deve fare i conti con chi non se la sente di abbandonare la propria sicura base, nemmeno se gli si sventolano di fronte le prove. Prove che in questo caso consistono nel feedback positivo generato sia da chi questa musica la produce, sia da chi la ascolta. Oltre a ciò, ora che la maggioranza si è convinta della "Teoria Elettronica" sarebbe anche interessante sapere quanti l'abbiano realmente capita e quanti invece si siano lasciati trasportare dal flusso generale. Chi nasce come ascoltatore oggi questo problema non lo prenderà in considerazione, lo darà per scontato a meno che non si ritrovi con un'educazione estremista citata in precedenza. Ecco, per entrambe queste categorie può essere utile capire genealogicamente che cosa sia l'elettronica. In realtà non ci vuole molto, basta digitare su un motore di ricerca le parole chiave che più ritenete adatte e con qualche crossover di idee tra un sito e l'altro avrete un buon quadro del come, del quando e del perchè. E se non ne avete voglia, continuate a leggere queste righe.

 

NON SOLO CLUB

Un valido deterrente che separa il mondo dell'elettronica da altri è spesso l'errata associazione tra musica elettronica e musica dance, più in particolare la musica da discoteca. Per chiarire, discoteca implica musica elettronica, ma non il contrario. In principio l'idea di musica elettronica era qualcosa di decisamente all'avanguardia nulla a che vedere con consolle e luci stroboscopiche, solo circuiti, macchine analogiche, e veramente tanto eclettismo. Il connubio tra conoscenza e arte aveva creato un movimento completamente distaccato dagli standard di allora, dagli inizi del '900 in cui si sperimentavano i primi computer, sino ad arrivare ai cruciali anni '60 in cui fecero capolino i sintetizzatori (già presenti qualche decennio prima in forma più primitiva, o meglio, analogica), colonna portante responsabile della diffusione di questa corrente. Parallelamente alla diffusione di suoni elettronici altre correnti musicali colsero l'occasione per ampliare il proprio repertorio sonoro imponendo drastici cambiamenti alla struttura musicale delle composizioni, cosa che l'avvento del rock e prima ancora del jazz aveva avviato già da qualche decennio. Degno di nota il Krautrock guidato e iniziato dai celebri Tangerine Dream. Nulla da togliere ai predecessori, ma furono esponenti di tale corrente quali Edgar Froese (d'obbligo citarlo in seguito alla sua recente scomparsa) apparentemente orientati verso un sound progressivo o psichedelico molto vicino ai Pink Floyd a spianare la strada a generi come techno, shoegaze, post-rock, ambient e in generale l'elettronica di consumo. Per rendersi conto di cosa proponessero le prime avanguardie abbiamo visto come siano stati determinanti i sintetizzatori e non ci volle molto prima che qualcuno iniziasse ad abbozzare le prime composizioni. Spiccano lavori quali "Puslers/Untitled" di David Tudor, ove lo sperimentare è spinto a livelli maniacali nella contrapposizione tra classiche melodie dai canoni di ascolto dell'epoca e qualcosa di nuovo, tutt'ora non certo di facile comprensione. Scavando ancora più a fondo si risale ai prototipi di quello che sarebbero diventate le strumentazioni moderne, per altro ad opera di due italiani, Francesco Pratella e Luigi Russolo esponenti del movimento futurista che concentrarono la loro attenzione nella ricerca di suoni innovativi, liberi dalle influenze musicali già esistenti, insistendo su un elemento decisamente sottovalutato: il rumore. All'epoca (si parla dei primi del '900) lo scetticismo era inevitabile, ma fortunatamente non fu così per tutti e chi lo colse fu uno dei maggiori innovatori di sempre nell'ambito della musica d'avanguardia, Edgar Varese.

E' interessante capire come le generazioni successive ai primordi siano passate da studi di registrazione in cui le uniche luci erano emesse dai circuiti integrati, alle piste gremite di canotte scollate e mandibole volanti. Semplicemente è accaduto che ad un certo punto la tecnologia è stata resa sempre più accessibile, così da stabilire un rapporto inversamente proporzionale alla capacità media degli utilizzatori. Ora tonnellate di strumentazione sono assimilabili in una singola scheda audio di dimensioni pari ad uno smartphone che, insieme all'abbassamento del costo dell'hardware, ha permesso a CHIUNQUE di avvicinarsi alla produzione. Già, la democrazia. Essendo questa tecnologia a portata di tutti, soprattutto di chi non ne conosce la provenienza e di conseguenza le reali potenzialità, è possibile un suo utilizzo arbitrario, che ne sminuisce le reali funzioni portando al progressivo allontanamento del concetto iniziale, sia nel bene che nel male. In tal senso la vera svolta che smosse la creatività degli artisti dell'epoca arrivò con i sintetizzatori digitali, decisamente più pratici e funzionali, e con la redazione del protocollo che regola l'interazione tra strumentazione e computer, la benedizione di ogni DJ, il MIDI. Di lì a poco fu questione di tempo e la creatività esplose frantumandosi in ogni direzione. La mannaia che divise definitivamente l'avanguardia dalla sperimentale fu brandita dai Kraftwerk, che abbandonarono le vie del rumore e si concentrarono sulla distribuzione commerciale di questa nuova cultura. Quindi mentre negli anni '80 nasceva la techno, altri avevano imparato a traslare l'elettronica nel pop, nel rock e in altri generi prevalentemente vocali e strumentali. Sulla falsa riga del Krautrock, nacquero così pietre miliari come Depeche Mode e Talk Talk. Ma insieme alla popolarità si palesò la necessità di creare luoghi di ascolto consoni al genere. L'obiettivo era di creare un'atmosfera simile a quella dei concerti enfatizzando le performance attraverso luci, laser e chi più ne ha più ne metta. Il tutto però al chiuso. Già, prima di arrivare ad essere ballata, la musica elettronica è stata ed è tutt'ora in buona parte ascoltata, tanto che ai tempi non a tutti piacque questa nuova trasformazione e qualche bontempone decise addirittura di tornare indietro di qualche passo e di reinventare l'elettronica a partire dal messaggio che si voleva trasmettere. Sia chiaro, mentre si popolavano i club e spuntavano i primi DJ l'elettronica classica non rimase a guardare, anzi.

 

MUSICA E RUMORE 

Dei rumori prodotti dai macchinari rudimentali di Russolo qualcuno colse ben più di un semplice disturbo e questo qualcuno pensò bene di restringere ancor di più il divario tra il concetto di musica e quello di rumore. La nuova avanguardia divenne prerogativa di questi musicisti che svilupparono la così chiamata musica d'ambiente, ricreando atmosfere eteree e complessi effetti sonori. Fu un vero e proprio ritorno alle amate strumentazioni dei primordi, in un processo al cui vertice è indiscutibile la presenza di La Monte Young, pioniere per eccellenza di rumoristica e drone, componimenti corposi e ridondati, musica decisamente lontana dai prima citati generi d'esordio degli anni '80. Non è semplice apprezzare a pieno l'atmosfera proposta, che talvolta viene semplicemente definita "noise" minimizzando il significato più profondo di quanto risulti a primo impatto, ma un esempio chiaro di come si possa interpretare il rumore ce lo mostra John Cage

 

Parallelamente a ciò un movimento meno radicale provò a seguire le orme dei predecessori, sperimentando l'aspetto "rilassante" della musica d'ambiente, tra i primi di essi sicuramente furono Brian Eno e gli stessi Tangerine Dream sopra citati: nessuna pista da ballo, ma un'atmosfera introspettiva che coinvolge null'altro che ascoltatore e fonte sonora. A complicare ulteriormente le cose ci pensarono menti perverse catalizzate da chi sa quali sostanze, produttrici di una compilation che spaccò ulteriormente il mondo elettronico, definendo un concetto ambiguo, quale quello di musica intelligente. L'acronimo IntelligentDanceMucic fu definito a seguito dell'uscita della celebre Artificial Intelligence (Warp 1992) capitanata da dei giovanissimi Autechre, Aphex Twin (il quale compare sotto lo pseudonimo di The Dice Man), Speedy J, Gus Gus e molti altri eccellenti nomi, alcuni dei quali oggi non esistono più. L'album è di difficile se non impossibile definizione, non ho idea di come potesse suonare alle orecchie di chi era abituato a ballare sino al sorgere del sole o di chi era abituato a godersi un vinile sorseggiando una quieta tazza di té. L'idea alla base era di realizzare un tipo di musica che non fosse da ballare, ma che non rinunciasse a quei ritmi trascinanti tipici delle drum machines. Il sound creato secondo quest'input in realtà richiamava molto ritmi e samples provenienti da glitch e acid/breakcore (o più in generale EBM, intesa come musica d'incontro tra dance-commerciale ed industrial electro), i quali evolvevano circa nello stesso periodo anche se in scala e direzioni differenti. Quel suffisso "-core" potrebbe evocare l'ombra di un estremismo musicale come accade nel metal o nel rap e in un certo senso è così, beat scatenati delle drum machines che raggiungono il limite oltre il quale ci sono solo i 190bpm dei rave party, mantenendo però una certa eleganza e struttura.

Chi ha sentito parlare di Venetian Snares, Flexe, Wisp o simili sa bene quanto sia insidiosamente vicino il baratro che precipita l'elettronica nell'hardcore trash. In fondo per quanto possa piacere e possano esserci contrastanti opinioni al riguardo, generi come Frenchcore, Hardtek e miscugli vari (in generale la fantomatica teKno) non sono altro che derivati dei predecessori, pompati a suon di steroidi sintetizzati in bit, a cui la fantasia dei rispettivi DJ aggiunge elementi reggae, dub, acid e drum'n'bass. Del resto l'unico sostegno a questo tipo di elettronica è la cultura rave, dato che in rari casi riviste, blog e classifiche ne mettono in luce le produzioni, al contrario che per le nicchie estreme appartenenti a metal, drone, rock e altri. Nonostante ci sarebbe da spendere qualche altra parola a proposito di ciò, è bene tornare alle nostre care discoteche e club, dove in più che in ogni altra location le cose cambiarono nel giro di pochissimo tempo. Dopo il buon esempio dato dai Kraftwerk l'elettronica prese una piega sempre più commerciale conquistando i cuori dei locali metropolitani ed affermando qualche anno più tardi i tanto acclamati Daft Punk su cui c’è poco da dire, in quanto forse troppo è già stato detto. Di lì a poco crebbe la mia generazione, quella dei primi '90. Avremmo dovuto essere allevati quindi a suon di un'elettronica più orecchiabile e vocale, ma non qua. Non in Italia. Da noi in particolare dopo l'apertura di locali come il Piper si affermò un deciso cambio di stile, imposto soprattutto dall'esplosione artistica dei vicini europei. Un esempio è la reintroduzione delle luci stroboscopiche, indigene al pubblico nostrano già dagli anni '70, come anche la scarsa importazione di musica estera, pratica assai poco comune nel Belpaese in quegli anni. Se inizialmente queste situazioni erano riservate ad un pubblico più o meno altolocato, via via la crescente concorrenza interna ne trasformò i requisiti estendendoli alle classi meno abbienti. Droghe, anni '80, disco dance e psichedelia fecero il resto e il nostro paese finì per vivere quest'epoca non con un ruolo da protagonista, né da personaggio secondario, ma piuttosto come una comparsa che si accontentava di assorbire o affittare nuove tendenze, cercando di mantenere una difficile dialettica con la propria tradizione. Voglio dire: al Piper ci furono i Pink Floyd ma anche Patty Pravo, simbolo di un atteggiamento che a mio avviso fu il più grande errore, quello che ha poi portato al collasso di cui sto scrivendo.

Temporalmente il collasso arrivò a fine anni '90/inizi 2000, mandando a rotoli i buoni propositi per il nuovo millennio. Così mentre giovani londinesi sperimentavano dubstep nei propri garage, poco più a sud nei Paesi Bassi si sgambettava a suon di Hard Style e Tecktonik e qui da noi beh... Sappiamo tutti cosa piacque. Sostenuti dalla più comune house music, conosciuta come truzza e catalogata oggigiorno come trash da utilizzare per qualche serata riciclata in nome dei vecchi tempi, il genere in questione si diffuse a macchia d'olio, gradualmente da nord a sud, ove perdura ancora in qualche zona in cui i cantanti neo melodici vanno ancora forte. La nostra generazione era in grave pericolo. I truzzi avevano un'arma imponente a loro disposizione, Netlog era un cavallo di Troia che all'interno nascondeva vestiti attillati post anni '80, discutibili autoscatti accompagnati da filtri improbabili, propagandati come parte di una cultura musicale paragonabile all'indie. Chiaramente l'Internet come portatore di giustizia universale in pochi anni estirpò questo delirio, rimettendo in primo piano la musica, in parte grazie anche al sussidio di blog e testate musicali indipendenti. Che poi si sia degenerati nella commerciale che oggi ci viene proposta in radio è ben altro e ampio discorso, ma storicamente una buona carta se la giocarono i primi ad intuire le potenzialità dell'electro-house, condizionati soprattutto da etichette come Ed Banger Records che di fronte alla sovranità truzza proponeva musica decisamente più sofisticata e culturalmente accettabile, oltretutto senza porre obblighi particolari di stile in ambito vestiario. Ed eccoci arrivati a oggi. Attualmente l'elettronica si ramifica continuamente anno dopo anno creando sempre nuove atmosfere a seconda del pubblico a cui si rivolge, miscelando più generi che a loro volta divengono parte di altre macchinazioni sonore, traslanti metriche e schemi imposti dai generi coniati dalla stessa elettronica. Evidentemente anche questa nuova corrente è indirizzata alla saturazione, ma nonostante ciò il dramma che un artista più o meno creativo deve ancora subire è un pubblico ancora troppo refrattario. Seppur allontanandosi di poco da standard come techno, electro-house e banalmente EDM, gli ascoltatori diminuiscono esponenzialmente e con essi le vendite e il sostegno a chi propone qualcosa di alternativo. Morale, detta e ripetuta, le case discografiche non hanno motivo di spingere nell'acquisizione di novità rilevanti, semplicemente limitano l'area di ricerca al miglioramento di quello che già viene proposto e solo poche label (poche delle big che contano, ma soprattutto un abbraccio virtuale a quelle nascenti ed esistenti che ci provano) nonostante la popolarità concentrano i loro sforzi a promuovere l'evoluzione di generi e artisti. Il pubblico per retroazione ascolta ciò che viene proposto, senza un vero motivo o interesse ad approfondire. Dunque il loop è servito. Ma a questo riguardo sarebbe un errore prendersela solo con il solito gusto massificante. C’è un pubblico che lamenta precarietà di ricercatezza e originalità dei media, affidandosi a blog, riviste e canali punti di riferimento contro il mainstream musicale italiano o estero. Canali che spesso da baluardi dell'originalità finiscono per proseguire il lavoro delle label cui si oppongono imponendo musicisti non tanto abili quanto vengono descritti, per altro paragonandoli a nomi importanti così che il lettore possa dire "Fico lo conosco quello, se dicono che è bravo come lui allora lo cerco su Spotify". Insomma, viva lo spirito di critica ben utilizzato e soprattutto le recensioni leggetele dopo una vostro giudizio o a condizionarvi senza neanche accorgervi saranno proprio quei portatori di tendenza di cui spesso ci si vanta.

 

, Federico Gambato

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