Che cosa ci dice sulla politica italiana l'attentato di Macerata

La dice lunga e ovviamente non si tratta di complimenti

Fabio Parola 06\02\2018

Che il più grave attentato terroristico di matrice neofascista in Italia dagli anni di piombo  accada a un mese dalle elezioni è il segnale fin troppo esplicito che, da parecchi mesi ormai, l’aria che tira nel nostro Paese è molto brutta. Lo sport preferito dei candidati alla corsa alla presidenza del consiglio è di bollare gli spari di Macerata come lo sbrocco di uno psicolabile e condannare la violenza senza se e senza ma. È un po’ troppo facile, però, pensare di sistemare la faccenda in questo modo, dissociandosi dalle azioni di un terrorista senza vedere come siano il risultato di una campagna elettorale che ha fatto della violenza verbale, dell’isolazionismo e dell’attacco alle istituzioni il ritornello più suonato da sinistra, destra e centri vari. Non abbiamo spazio né tempo né cazzi, adesso, di stare a analizzare le responsabilità di ogni parte politica nella gestione dell’immigrazione negli ultimi 15 anni, anche perché la questione riguarda il livello nazionale, europeo e internazionale e ogni forza politica in Italia ha avuto occasione di stare al governo e influenzarne l’esito. La verità è che i toni accesi sull’immigrazione, come su tanti altri temi caldi della campagna elettorale, sono il riflesso di una narrazione politica pericolosa, che mette a rischio non solo gruppi emarginati come gli immigrati, ma le fondamenta stesse della democrazia in cui siamo stati abituati a vivere. 

Parto da una considerazione base, seguimi: il sugo della questione non è chi abbia creato la questione dell’immigrazione o del neofascismo, ma piuttosto chi stia facendo proposte credibili per gestirli. Risposta veloce: nessuno. Risposta lunga: nessuno, perché nessuna parte politica riesce a fare una proposta che abbia un significato per il resto della società, per quei gruppi sociali che non votano il partito X ma ne sentono le idee in tv, sui social o all’aperitivo.

In parole povere, il linguaggio, la narrazione che ogni partito propone al proprio gruppo di elettori sono totalmente diversi da quelli usati dalle opposizioni. Il risultato è una Babilonia di gruppi che si urlano in faccia senza capirsi, in una spirale di autismo politico in cui nessuno riesce a dialogare e tutti si sentono circondati dal nemico. Prendiamo il caso vaccini, una discussione che ha rotto i coglioni ma esemplifica bene: il dibattito (non quello “istituzionale” dei salotti tv, ma quello che succede sui social, fra gli attivisti di base) non è sui pro o contro dell’obbligo vaccinale, ma sui fondamenti scientifici dietro i vaccini stessi. Stessa dinamica per l’immigrazione: da un lato chi vede gli sbarcati come risorse da accogliere incondizionatamente, dall’altro chi li accusa di essere una bomba sociale e propone espulsioni di massa. In altre parole, i partiti non hanno semplicemente approcci interpretativi diversi, ma piani ontologici diversi. Non solo si propongono di agire in modo diverso sulla realtà, ma vedono proprio realtà diverse. Sono su pianeti diversi.

Una delle ragioni per cui ciascun partito, e la tribù di riferimento con la quale dialoga, ha iniziato a parlare una lingua incomprensibile al resto della società è che i capi tribù, aka i capi partito in corsa per la poltrona più grassa d’Italia, hanno smesso di comportarsi da leader e hanno iniziato a fare i portavoce del proprio elettorato. Siccome di sicuro l’inglese lo palleggi, saprai che leader sta per “colui che guida”, che è esattamente ciò che un leader (uno “statista”, se vogliamo far felice il Consiglio di Stato) dovrebbe fare: ascoltare ciò che il proprio elettorato chiede, portare quelle richieste dove si decidono le cose (aka il Parlamento), mediare con altri leader che rappresentano altri gruppi sociali, arrivare a un compromesso che il 50%+1 del Parlamento sia pronto a votare, decidere, tornare dagli elettori e spiegare il perché e per come della decisione. La roba più lineare del mondo, no? Invece, siccome ora trovare soluzioni e saperle giustificare è diventato sempre più difficile, per via di tutta una serie di ragioni che non abbiamo spazio per analizzare (globalizzazione, Unione Europea, etc.), ciascun capo tribù ha deciso che lui ha la soluzione giusta e gli altri non capiscono una minchia.

Tutto questo si riflette nella narrazione che ogni politico fa al proprio elettorato, il quale a sua volta, non credendo più all’utilità di mediare e trovare soluzioni condivise con il resto della società, non cerca un leader ma solo un portavoce, un “puro” che possa difenderlo a oltranza.

La campagna elettorale che stiamo vivendo sta portando alle conseguenze più estreme la perdita di una grammatica politica comune, la polarizzazione di linguaggi e posizioni. Il risultato è la sfiducia verso le istituzioni della democrazia liberale, vista ormai come il sistema dove le intenzioni immacolate con cui i politici promettono all’elettorato di agire sono svendute per l’inciucio, il compromesso, il cambio di casacca. Abbiamo trasformato la politica dal luogo in cui interessi diversi si coordinano per soluzioni comuni in uno scontro tra tifoserie. E le tifoserie, lo sappiamo, più che parlarsi si prendono a sassate.

Così torniamo all’improvviso a Macerata, alla macchina nera e alla pistola di un uomo, sicuramente esasperato e probabilmente malato, che ha creduto una volta di troppo a chi diceva che i passati governi avevano svenduto l’Italia ai rettiliani del piano Kalergi, a chi presentava la magistratura incaricata di indagare sull’omicidio bestiale di una ragazza come una manica di comunisti e “anime belle”, a chi predicava che per salvare la razza bianca bisogna chiudersi al mondo esterno. La colpa, però, non è solo di chi ha cavalcato le paure di tanti italiani sperando di guadagnarsi un posto al sole di Montecitorio, ma è anche di chi quelle paure non ha voluto vederle, o le ha viste ma le ha bollate come deliri di xenofobia e ignoranza. È colpa di una classe politica che ha rinunciato alla responsabilità di governare una nazione e di trovare un linguaggio capace di integrare chi si sente emarginato in essa; chi si sente minoranza accerchiata al punto da convincersi che una Glock e due caricatori funzionino meglio della democrazia rappresentativa.

, Fabio Parola

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