Quasi saggio su Lo Cascio

O lo Iago

Chiara Molinari 19\05\2015

Luigi Lo Cascio ha gli occhi scuri, profondi. E’ lui stesso a raccontare di come il suo volto derivi dalla città in cui è nato, Palermo. Palermo conca aurea, crogiolo di culture, arti e tradizioni, ferita dalle stragi di Mafia negli anni ottanta, fino ad arrivare agli attentati di Capaci e di via D’Amelio nel novantadue. "Come siciliano, non so prendere le distanze e dire lucidamente quale sia il mio rapporto con quegli avvenimenti,- dice - posso solo affermare che il modo in cui oggi sono, il mio sguardo, la mia persona derivano da lì". Il cinema ce lo consegna per la prima volta sugli schermi nell’immortale ruolo di Peppino Impastato ne “I Cento Passi” di Marco Tullio Giordana. Con grande ironia Lo Cascio sa parlare anche di morte e ricordo: "Quando arrivammo con la troup a Cinisi, per incontrare la famiglia di Peppino, mi consigliarono di non dire alla madre che avrei interpretato il ruolo di suo figlio, perché a quanto pare non vi era traccia di somiglianza fisica tra noi. Infatti mi accolse dicendomi in siciliano stretto: “Dimmi che non farai tu Peppino. Non ci assomigli per niente”.

Nel visitare la casa iniziai a capire che in realtà già sentivo e portavo nella pelle quella che era la storia di suo figlio: potevo riconoscere la stanza in cui scriveva poesie e i discorsi per la radio…e una volta trovatomi di fronte alla libreria, vedendo dei volumi di Majakovskij, Pasolini e Marx, le dissi che anch’io nutrivo una passione per quei testi, per quanto non ne facessi lo splendido uso che ne aveva fatto Peppino. Iniziando ad interessarsi a me un pochino di più, prima di congedarci, mi disse: “E’ vero, di faccia non ci assomigli, ma il corpicino è lo stesso. E per me il corpo ha una grande importanza, perché non l’ho potuto seppellire”. Fu in quel momento che capii che girare “I Cento Passi” per me sarebbe stato come restituire il corpo di Peppino Impastato, e tornandomi ossessivamente in testa la frase della madre durante le fasi di recitazione, mi resi conto che la tecnica sarebbe passata assolutamente in secondo piano". Il dialogo con quest’attore umanamente splendido risale all’ultima settimana di febbraio quando la sua inusuale riscrittura dell’Otello shakespeariano è passata in tournèe per Brescia, facendo tappa al Teatro Sociale. Come ha avuto occasione di narrarci negli incontri collaterali alla rappresentazione, questa è stata per lui una gran prova di confronto con uno dei testi più amati, una delle opere che ha costituito parte della sua formazione. Lo Cascio nasce infatti come attore di teatro sperimentale in giro per le strade d’Europa, tentando di racimolare qualche soldo, finché non viene notato dal regista Federico Tiezzi e portato sul palcoscenico in Italia con una piccola parte in “Aspettando Godot”. Come candidamente ammette, Lo Cascio era convinto dell’assoluta superiorità del teatro sul cinema, ignorando totalmente il Grande Cinema da Truffaut a Kubrick, e racconta di aver confessato questa mancanza prima di iniziare a lavorare con Giordana. Ma pare che il regista abbia commentato soltanto: “Che fortuna, devi provare e vedere ancora tutto per la prima volta”.

 

 

L’Otello portato sulle scene da Lo Cascio è un Otello bianco, una storia di passioni umane che travolgono e rabbuiano l’anima al di là di ogni colore di pelle. E’ un Otello interamente recitato in siciliano, una lingua che sa raggiungere vertici di romanticismo come essere dura e violenta. Un linguaggio con un ritmo cadenzato e altalenante, quasi a ricalcare liriche composte alla corte di Federico II, e al tempo stesso “una lingua da uomini”, dalla quale la sola Desdemona è esonerata. E' una straordinaria rivisitazione che fonde uno dei classici della letteratura mondiale con la tradizione siciliana dell'Opera dei Pupi, in cui il cuntastori, il “narratore”, accompagna le avventure e le scene epiche, ispirate al ciclo carolingio, a cui prendono parte le marionette, nel caso dell'Otello, vissute da attori concretissimi e tormentati. In un'interpretazione estremamente fisica, l'attore palermitano Vincenzo Pirrotta domina la scena come un enorme Otello, il cui corpo possente è un tutt'uno con la profondissima voce e la sofferenza che si manifesta in strazianti convulsioni. Dimensioni fisiche che contrastano con la semplicità e l'ingenuità d'animo con cui Otello si fa travolgere dall'amore e dall'odio. Al suo fianco, quasi in contrapposizione, un piccolissimo, esile e pallido Lo Cascio nel ruolo di Iago, una parte che pare in contraddizione con l'etichetta di personaggio positivo e brillante che il cinema gli ha assegnato. Lo Iago di Lo Cascio è l'incarnazione della cattiveria in tutta la sua grandezza, è uno Iago filosofo e intellettuale, che parla di “pensiero” e “condizione umana”. Audace è l'accostamento di Otello e Orlando Furioso, in un raffinato raccordo raggiunto in virtù dello sfondo cavalleresco. Pirrotta perde il senno in vertiginosi e violenti spasmi, e bisognerà arrivare fin sulla luna con un ippogrifo per recuperarlo.

Il 21 febbraio, al termine dello spettacolo al Teatro Sociale di Brescia, cala il sipario, si spezza la finzione e l'immaginazione sfuma per lasciare spazio alla commozione: Luigi Lo Cascio, occhi velati dal pianto, annuncia la scomparsa dell'amico e maestro Luca Ronconi. E lo spettacolo, a lui dedicato, rifulge magicamente come un omaggio all'amatissimo regista, che nel 1969 aveva portato sulle scene una splendida versione proprio dell'Orlando ariostesco. “Talìa che miravigghiusa, straziante biddizza, 'u firmamentu”, dicono i personaggi pensati da Lo Cascio una volta giunti sulla luna, volgendo lo sguardo dalla piccolezza dell'uomo all'immensità dell'universo. La meravigliosa, straziante bellezza di un'arte che continua a vivere e a rinascere dalle ceneri della tradizione del passato: l'uomo che da sempre si meraviglia di fronte alle stelle e che da sempre si riflette, pensa e si commuove nello specchio di un palcoscenico.

, Chiara Molinari

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