Da un campo rifugiati ad Hong Kong

Insieme ad altri ragazzi nel refugee art movement

Giulia Gandini 23\11\2015

La realtà è che negli ultimi mesi ho iniziato a sentirmi in colpa. Credo per gli svariati motivi dati dall’attualità: la situazione rifugiati, ad esempio. Ho iniziato a percepire il mio essere privilegiata come un peso: aver sempre avuto un tetto sopra la testa, una famiglia vicina, un paese non in guerra. Più di tutto, ho iniziato a sentirmi a disagio a causa del vuoto presente tra la mia conoscenza puramente nozionistica e la completa mancanza di esperienza personale: la solita storia di cui si lamentano i ragazzi alle superiori insomma, che quando studi geografia sai tante percentuali e date ma non conosci il sapore delle strade in India, o del cibo in Giappone, o il suono della lingua vietnamita. Da brava maestrina quale sono, so ripetere il numero di rifugiati che oltrepassa il confine tedesco ogni giorno, conosco le percentuali dei loro paesi di provenienza. Ma non so molto altro. Non so che odore ci sia in un campo profughi. O meglio, non lo sapevo fino a tre settimane fa. Ad Hong Kong, dove mi sono trasferita da quattro mesi ormai, è nato un progetto chiamato Refugee Art Movement: siamo in pochi a farne parte, perlopiù studenti stranieri ed europei. Ogni Domenica ci mettiamo in spalla zaini pieni di tempere, matite, fogli di carta e tele e viaggiamo per un’ora verso l’area nord dell’isola di Hong Kong per raggiungere una zona residenziale chiamata Lam Tei. Quando si esce dalla metro tutto sembra nella norma: un panorama lontano dai grattacieli del centro città, con venditori di bok-choy e cavolo di Pechino sul ciglio della strada che parlano solo cantonese; numerosi edifici residenziali all’orizzonte; bambini che vanno in bicicletta e anziani che fanno thai-chi nelle chiazze d’erba spuntate qua e là tra una strada e l’altra. Ma basta camminare cinque minuti per trovarsi davanti a una distesa di baraccopoli informe: un labirinto di cemento e lamiere che danza nell’umidità asiatica.

foto scattate da Sara Furxhi

Qui non si sente parlare cantonese: non si sente nulla se non il silenzio. Sembra un posto fuori dal tempo e dal mondo. È uno dei campi rifugiati di Hong Kong. Le “case” sono costruite alla buona, ammassate le une sopra le altre in vicoli stretti e sporchi: sono cubiculi o piccole stanze in cui vivono una o più persone. Non c'e acqua corrente né bagni e non esiste privacy ovviamente: non ci sono porte, solo qualche panno o tenda al posto delle porte. Zanzare e insetti di vario tipo sono onnipresenti. Questa è la condizione in cui vivono i quasi 10.000 rifugiati presenti sul territorio. Abbiamo trovato una zona subito fuori dalla baraccopoli, isolata dalla strada: è un sottospecie di gazebo in pietra con qualche panchina, e tanto spazio disponibile. Quel che facciamo di solito è stendere materassini da yoga per terra, mentre alcuni di noi si avviano al campo per avvertire gli abitanti che siamo arrivati: alcuni si presentano ogni settimana, altri sono facce nuove. Ci sediamo in cerchio e iniziamo a colorare e disegnare tutti insieme seguendo un tema: la prima settimana è stato “la natura e ciò che ci circonda” ad esempio. Le donne provengono principalmente da paesi sud-asiatici come l’Indonesia, gli uomini invece da Pakistan e India; la maggior parte dei bambini sono nati nella baraccopoli. Parliamo un inglese molto semplice fra noi e riusciamo a capirci, riusciamo a raccontarci storie. Eka ha due anni e mezzo, ed è nata qui a Lam Tei: sua madre è originaria dell’Indonesia, suo padre è Pakistano. I due si sono incontrati nel campo e hanno costruito insieme una casa e una famiglia, mettendo al mondo Eka e il suo fratellino minore ancora in fasce: lo spazio in cui vivono è piccolo e malmesso, ma se non altro è loro. Dormono tutti insieme nella stessa stanza, mentre un’ area centrale, all’aperto, funge da cucina e salotto. I giochi per i bambini sono sparpagliati ovunque. Eka ha un bel caratterino, è molto socievole e adora comandare e mordere. Ha imparato di recente i colori primari in inglese e mi chiama “auntie” (che corrisponde all’incirca a “tata” nella cultura locale); é una delle persone più attive durante i nostri workshop artistici, anche se non si attiene proprio sempre al tema.

foto scattata da Sara Furxhi

La madre di Eka prende parte alle iniziative con la figlia quando il piccolino dorme: dice di essere contenta di farlo ogni Domenica, perché la vede giocare e sorridere, mentre all’ interno della baraccopoli non ha troppi stimoli o amici. Atul invece ha una storia molto diversa, e meno felice purtroppo. Indiano ha 29 anni, parla raramente, a voce bassa e ti stringe la mano debolmente, mantenendo sempre una certa distanza fisica. ha lo sguardo di una persona con un’intera vita alle spalle.

Si preoccupa sempre per gli altri: offre ogni volta una sedia, acqua e ombra nella propria “casa”, che consiste in una stanza con un letto e qualche mobile. Fa del suo meglio per raccontare la propria storia: in un cassetto di casa ha conservato pile di documenti ufficiali del governo indiano e di Hong Kong. Atul sostiene di essere scappato dal suo paese dopo aver subito persecuzioni fisiche: ci parla di “tortura”, indicando le cicatrici che gli segnano le gambe. Non potrebbe mai tornare indietro, perché significherebbe ricevere lo stesso trattamento, se non peggio. Non può nemmeno diventare un cittadino locale e trasferirsi in una casa migliore con un lavoro stabil: è bloccato in una sorta di limbo fatto di lamiere e solitudine. Una volta era diverso, dice. Appena arrivato al campo ha conosciuto una donna indonesiana di cui si è innamorato. Hanno vissuto insieme per tanto tempo e avuto quattro figli. Ma ora lei non c’è più. Atul non entra troppo nei dettagli, accenna soltanto al fatto di non sapere dove siano la donna che ama e i suoi bambini. Non ha ancora deciso di partecipare ai nostri workshop, gli facciamo visita solo nel campo, sperando che un giorno accetti di unirsi a noi. Ci sono tante altre storie all’interno di quel labirinto, tante altre persone nella situazione di Eka o Atul.

Vite che sembrano messe in pausa: che hanno perso tutto e stanno cercando di ricostruirsi un futuro. Ma ogni Domenica, nel nostro piccolo, cerchiamo di fare la differenza portandoli fuori dal luogo in cui sono costretti a stare, a volte solo di pochi metri, spingendoli a creare, scoprendo cos’hanno dentro e trasformandolo in un linguaggio fatto d’immagini e colori. La magia dell’espressione artistica è che non ha regole, non ha lingua o religione, e non ha confini: il Refugee Art Movement è questo per me.

Non statevene seduti sul divano a farvi opinioni e sogni riguardo a quale sia la situazione dei rifugiati nel mondo; non assorbite passivamente informazioni che vengono trasmesse in televisione, sui social media o sui giornali senza appurarle con i vostri occhi. Cercate il vostro movement e se non ce n’è uno createlo voi stessi. Se avete letto tutto ciò che ho scritto finora è perché in fondo siete curiosi di sapere e di scoprire: allora ditemi, che odore c’è in un campo rifugiati? Io adesso so rispondere. E tu?

 

 

, Giulia Gandini

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