Philip Larkin, il sadboy dei poeti inglesi

"Get out as early as you can, / And don’t have any kids yourself."

Elisa Santoro 29\05\2017

"E allora, di cosa parlava la tua tesi? Di un poeta inglese contemporaneo? Ah tipo Yeats, Eliot? Chi? Philip Larkin? No, non lo conosco..." No, non lo conosci, pochi in Italia lo conoscono, non esistono quasi edizioni italiane delle sue opere, anche se in UK è un classico, "l'altro poeta laureato", lo si studia alle scuole medie. Eppure Philip Larkin non valica i confini, perché?
Il signor Larkin era un uomo comune, un bibliotecario: amava il Jazz, l'alcool e andare in bici nelle campagne inglesi. Non è mai uscito dal Regno Unito e non ha mai fatto il poeta, ha sempre vissuto e lavorato ad Hull (paesino a Nord dell'Inghilterra), scrivendo poesie la sera. La sua vita è "uneventful", triste, è spesso accusato di conservatorismo e pure di misoginia (anche se in realtà mi pare più onesto dire che Philip odia tutti, a prescindere dal sesso, la chiamerei misantropia). Lo zio è uno sfigato, un vecchio, burbero e incattivito dalla solitudine. Così appare Philip Larkin, e così è stato incluso in quel gruppo di letterati inglesi chiamati Movement, una corrente poetica che aveva   riportato in auge i metri tradizionali inglesi (elisabettiani in particolare), in forte opposizione alla sperimentazione eliotiana. I poeti del Movement scrivono con toni mesti di argomenti minimi (periferie inglesi, vita borghese), descritti senza alcuna trascendenza simbolista. 

Larkin, dicevamo, è inserito in questo gruppo di autori: uno dei più grandi misunderstandings della critica letteraria. Infatti lo zio Filippo adotta sì una metrica tradizionale, un lessico quotidiano e un soggetto "provinciale", ma ciò che le sue poesie esprimono (e che me lo hanno fatto amare) vanno totalmente oltre. 
"I work all day, and get half-drunk at night." 
Un quadro abbastanza accurato eh? Niente sbornie romantiche o voli idealistici. Philip parla della sua vita, che è poi la vita di tutti, della gente che fa le vasche in centro il sabato pomeriggio, che si veste male e compra oggetti in svendita "Push through plate-glass swing doors to their desires--/ Cheap suits, red kitchen-ware, sharp shoes, iced lollies, / Electric mixers, toasters, washers, driers--". Però, dietro questa patina grigia e modesta, Larkin riesce ad esprimere tutta l'angoscia esistenziale che caratterizza l'uomo del ventesimo secolo.
"Man hands on misery to man. / It deepens like a coastal shelf. / Get out as early as you can, / And don’t have any kids yourself."
Il quadro complessivo della vita umana che emerge dalle poesie di Larkin è di desolazione, desiderio e fallimento di condurre una vita significativa (Philip si sente escluso dal resto del mondo, senza casa, senza amore e senza ambizioni) e, infine, la morte. Queste tematiche inseriscono l'opera di Larkin in un panorama letterario estremamente contemporaneo ed europeo, avvicinando la sua idea di individuo a quella di altri zii che forse conosci: Beckett, Camus e Kafka. A differenza di questi, però, la poesia di Larkin lascia da parte ogni simbolismo ed è calata in una metrica tradizionale e una lingua semplice. I suoi personaggi si muovono in un mondo facilmente riconoscibile e compiono azioni ordinarie. Nonostante questo sono poesie dell'uomo per l'uomo, del disagio interiore, che si occupano dei massimi sistemi della vita (e della morte, il cui pensiero è una vera e propria ossessione per Larkin). Provate a leggervi "Aubade" (https://www.poetryfoundation.org/poems-and-poets/poems/detail/48422), l'ultimo componimento dello zio Philip, che parla del pensiero reiterato della morte e della vacuità della vita contemporanea e capirete di cosa parlo. 

Per questo il catalogarlo come poeta retrò, limitando la sua diffusione, è una delle perdite più grandi della storia letteraria recente. Per questo è un grande peccato che Larkin non si conosca fuori dal Regno Unito, dove comunque è considerato un poeta "tradizionale", in quanto la sua poesia è ritenuta limitata, quando invece tocca temi universali. La poesia di Philip colpisce per la sua semplicità, ma anche per la sua forza, per l'angoscia che trasmette in ogni suo componimento, quell'angoscia che senti quando ti svegli alle sei del mattino e fissi il soffitto al buio, sentendo di non aver concluso nulla nella vita, quel disorientamento e senso di rimorso, per ciò che non è stato e non sarà mai, perchè in fondo, diceva lo zio: "Life is first boredom, then fear. / Whether or not we use it, it goes, / And leaves what something hidden from us chose, / And age, and then the only end of age.".

, Elisa Santoro

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