Viva la deriva autoritaria

E viva pure la democrazia

Fabio Parola 6\12\2016

La campagna per il referendum di domenica è stata una delle più brutte, confuse e caciarone che ci siano capitate negli ultimi anni. E sì che di campagne elettorali in Italia se ne fanno tante. Tra tutte le cose dette, quelle dette male e quelle che era meglio risparmiarsi, però, secondo me nessuno ha fatto la domanda giusta. Quella che avrebbe fatto dire a tutti: “Ah! Ecco di cosa stiamo parlando! Minchia se è così allora io so cosa voglio votare”. Ecco invece nessuno l’ha fatta sta domanda. E la domanda (in realtà sono due ma sono legate tra loro) è: “Che cosa è la democrazia in Italia oggi? Come dovrebbe essere per funzionare meglio?”.
Un’idea parecchio diffusa dice che la democrazia è il sistema in cui governa il volere della maggioranza. È un’idea di Rousseau, e che molti “rousseauiani” più o meno inconsapevoli hanno difeso durante la campagna per il referendum. Ma molti (me compreso, lo ammetto) non sono d’accordo con quella definizione: la democrazia non è basata sul consenso. Non è basata sull’appoggio del 51% dei votanti. E se ci pensate un attimo, vi verrà in mente gente che ha avuto consensi in percentuali bulgare (tipo Napoleone III, Hitler o Mussolini) senza essere per questo democratica. Vi verranno forse in mente anche quei “governi di minoranza”  che solo una razza di alieni come gli scandinavi riescono a far funzionare bene (questi sì, invece, che sono democratici). La democrazia, infatti, è basata su due cose: le protezioni legali e sostanziali della minoranza; la possibilità per i cittadini di cambiare i propri governanti a intervalli regolari.



Il resto, per quanto ne dicano i rousseauiani, è un di più. Giustamente ora mi dirai: ok, ma cosa c’entra tutto questo con il referendum? C’entra frate perché adesso parliamo di quella cosa che tanti hanno tirato in ballo e si chiama “deriva autoritaria”. Ocio.
Dunque, i “basta un no” hanno spiegato che la nuova riforma più la legge elettorale, che oggi assegna un premio di maggioranza al partito che prende più voti, creano una situazione pericolosa: il primo partito, infatti, riceverebbe il 54% dei seggi alla camera, mentre il senato conterebbe praticamente zero e non potrebbe fare da contrappeso. Che siate d’accordo o meno, per il nostro discorso, non è importante. L’importante invece è capire come, dicendo “deriva autoritaria”, si intenda il fatto che il partito che prende più voti possa (in teoria) governare per 5 anni con una maggioranza garantita che non gli deriva direttamente dai voti che ha preso. È un problema sì o no? Se ti senti rousseauiano, credo di sì. Se invece anche tu pensi che la democrazia non sia basata sul consenso ma sul rispetto delle regole di cui parlavamo prima, capirai che il fatto di avere per 5 anni un governo difficile da mandare a casa non significa vivere in una non-democrazia. “Deriva autoritaria”, allora, forse ha poco senso in questo caso.
Andiamo oltre: vorrei cercare di spiegarti perché un po’ di “deriva autoritaria” (nel senso di qui sopra eh, chiaro) potrebbe fare addirittura bene alla democrazia italiana. Ti sei mai chiesto frate perché l’Italia è in questo stato? Un sociologo e politologo di nome Luciano Cavalli crede che la causa dei disastri che i governi italiani hanno combinato per decenni sia la mancanza di una “delega di responsabilità” da parte dei cittadini.



Cioè in pratica i nostri nonni e i nostri genitori (con Berlusconi la situazione è un po’ cambiata) non hanno mai eletto un governo che durasse tutta una legislatura, dando le chiavi del Paese a un primo ministro per 5 anni filati (questa sarebbe la delega di responsabilità). Il sistema istituzionale italiano, spiega invece Cavalli, era basato sull’elezione non di un governo, ma piuttosto un insieme di partiti (il “pentapartito”) i quali poi facevano e disfacevano, nel giro di 5 anni, tutta una serie di governi che duravano finché i partiti erano d’accordo. La situa aveva due conseguenze importanti: 1. Siccome un governo era sempre a rischio sfiducia, non poteva pensare di proporre politiche che, per quanto potessero essere utili al Paese, fossero impopolari. Questo perché, altrimenti, i parlamentari che lo sostenevano avrebbero perso i voti degli elettori e la poltrona; 2. Quando il governo faceva una cazzata, era sempre colpa di tutti e di nessuno. Era colpa del “pentapartito”.



Quindi forse, dicono Cavalli e altri, all’Italia potrebbe fare bene darsi delle regole per cui il partito che vince possa creare un governo che duri 5 anni, con una maggioranza cicciona (creata anche via premio di maggioranza) che lo sostenga. Per diverse ragioni: 1. Si avrebbe, finalmente, la benedetta delega di responsabilità e si saprebbe finalmente a chi dare la colpa se succede un disastro; 2. Il governo non avrebbe più come orizzonte i sondaggi del lunedì sul Corriere, perché avrebbe la certezza di poter lavorare in pace per una legislatura intera: di conseguenza, a premiare in termini di consensi non sarebbero più le politiche che pagano subito, ma quelle che si rivelano positive dopo 5 anni (un lasso di tempo sufficientemente lungo, credo, per provare a cambiare le cose nella terra dei cachi); 3. Sapendo che ci si sta scegliendo il capo per i prossimi 5 anni, il livello del dibattito politico dovrebbe alzarsi e i cittadini deciderebbero in modo più responsabile (ma Trump impone il condizionale). Vantaggi non da poco. Quindi frate la prossima volta che parli del referendum con un rousseauiano, prova a fargli presente che, forse, un po’ di “deriva autoritaria” non ci avrebbe fatto poi così male.

, Fabio Parola

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