Forza maggiore è un problema

Nel senso che ne pone senza risolverli

Giulio Fugazzotto 05\06\2015

Complesso nella sua semplicità, coinvolgente nella sua staticità, Forza Maggiore è decisamente un film che ha qualcosa da dire. Una coppia con due figli (maschio e femmina) si trova in vacanza sulle Alpi francesi e trascorre serenamente le giornate sulle piste da sci; improvvisamente, durante una sosta in un rifugio, accade un fatto che sconvolge gli equilibri famigliari: Tomas sta filmando con il suo Iphone una valanga controllata, che inaspettatamente si rivela più minacciosa del previsto, anche se non letale. La paura ha il sopravvento e, avvertito il pericolo, il padre fugge con il suo telefono e i guanti, abbandonando moglie e figli. Un gesto di autoconservazione, un istinto umano comune a tutti gli avventori del ristorante, innesca una crisi psicologica evidente in Ebba, che non accetta la reazione del marito, reo di aver anteposto la propria salvezza a quella dei figli, e una più sotterranea, benchè non meno tragica, in Tomas, incapace di accettare la preponderanza del proprio istinto di conservazione su quello paterno.

A prescindere dallo svolgimento dell’intreccio, che esplicita gradualmente ed in modo equilibrato tematiche tutt’altro che lineari, il baricentro concettuale attorno a cui ruota il film è chiaro da subito: Forza Maggiore è un’indagine straordinariamente lucida e problematica sulla natura umana, che si dirama in abbozzi relativi ai cruciali binomi natura-cultura, uomo-natura, uomo-tecnologia. Insomma, massimi sistemi, uniti a suggestivi rimandi kubrikiani nelle inquadrature e nelle relative scelte musicali. Il candore eterno delle vette alpine e la squadrata monotonia di una neutra versione continentale dell’Overlook Hotel, nonostante promettano un lungo e profondo sonno, non annoiano per nulla; in ogni caso l’intensità dei contenuti ripaga pienamente qualche momento di eccessiva staticità. Östlund lavora da sociologo, anzi, da antropologo, è uno scienziato dietro la macchina da presa e la sua dimestichezza con il documentario stavolta è votata al soggetto, ma la sostanza non cambia. L’uomo è immerso in una dimensione caratterizzata dal dominio solo parzialmente arginato della natura. Lo sconfinamento della valanga è un monito spaventoso rivolto alla piccolezza e all’impotenza umana, il suo controllo è il rischio di Prometeo di fronte agli dei, con conseguenze indeterminate e solo vagamente percepibili. Qual è la prima reazione di Tomas di fronte al prodigio naturale? La paura, la meraviglia? No, la necessità di riprenderlo con l’iPhone. E’ un istante, il filmato dura pochissimo, ma il gesto ha una valenza incredibile. In precedenza, mentre la famiglia è ancora in albergo, Ebba chiede minacciosamente a Tomas se sta utilizzando il telefono e lui, mentendo, nega. Che significa? Siamo semplicemente di fronte a un’idiosincrasia di una moglie nervosa oppure Östlund, tramite le parole di Ebba e l’immediata reazione del marito alla valanga, vuole fare emergere una questione più ampia e spinosa? In un certo senso entrambe le cose. Da un punto di vista strettamente “interno” alla narrazione la reazione della moglie mette fin da subito in luce la tensione latente nel nucleo famigliare, caratterizzato, in questo senso, dall’ostilità di Ebba nei confronti della tendenza ad estraniarsi del marito e, d’altro canto, dalla volontà di Tomas di ritagliarsi uno spazio di libertà e di fuga. Proprio a partire da questo episodio funzionale allo sviluppo e alla comprensione dell’intreccio si può ricavare un aspetto più generale, che illumina e fornisce un respiro più ampio al senso degli eventi successivi.

Tomas si aliena nella dimensione virtuale dell’Iphone, che diventa una presenza fissa nella sua vita fin dal risveglio mattutino. Una sorta di schiavitù della connessione e della condivisione, in cui l’evasione ed il collegamento con l’altro che l’accompagna rischiano di essere inconsci pretesti di ripiegamento narcisistico, un velo di Maya dietro al quale la realtà risulta offuscata dal possessivo medium tecnologico. Altrimenti, di fronte alla dimensione sublime dell’evento e alla reazione scossa di tutta la famiglia, perché prendere subito il telefono? Perché non condividere il momento nello stupore e nella paura direttamente con i figli e la moglie? Probabilmente parlare di spettacolo integrato è eccessivo, ma il concetto di fondo è quello. Forse si potrebbe obiettare che l’iPhone è un oggetto casuale, per il fatto che viene raccolto insieme ai guanti, che abbia più significato in quanto tale che non come mezzo di comunicazione e alienazione. E’ possibile, ma poco convincente, troppo riduttivo, anche alla luce del ritorno del fattore mediatico costituito dal telefono nel finale, quando uno dei passeggeri filma l’autobus da cui è appena sceso, immortalando con una singolare ciclicità il luogo di un’altra situazione di forza maggiore. Di conseguenza, quindi, quanto il fattore culturale appena citato è in relazione con l’abbandono della moglie e dei figli o, meglio, qual è il suo reale peso di fronte ad una naturale tendenza all’autoconservazione? Dinanzi alla valanga, crollano tutte le ipocrisie, tutti i miti e tutte le sicurezze sull’uomo che reggono l’equilibrio della famiglia; la scintilla che determina questa conflagrazione è la natura, la natura selvaggia provocata che mostra all’uomo la sua umanità animale. Non solo il padre non si è comportato da eroe immolandosi per i figli, non solo è fuggito di fronte al pericolo, ma non vuole nemmeno ammettere a se stesso e agli altri la sua colpevolezza. Solo la visione del video, a cui Tomas è sottoposto dalla moglie, rivela l’oggettività dei fatti. Le immagini, condivise con una coppia amici, accentuano il senso di colpa sommerso e scatenano una discussione sull’istinto di autoconservazione degli uomini, sulla sua dimensione culturale e soggettiva.

Ebba, nel frattempo, ha cominciato a maturare una forte e lampante ostilità nei confronti del marito e del suo presunto egoismo; non si sente sicura; una conversazione con Charlotte, un’amica sposata e con figli, che intraprende con disinvoltura relazioni con sconosciuti senza percepire sensi di colpa e contraddizioni, la destabilizza; le sue granitiche certezze sulla famiglia intesa come sacrificio sono incrinate. E’ possibile che gli uomini, benché padri e mariti, di fronte al pericolo pensino prima a loro stessi? Il clima è teso, il nucleo si divide e Tomas ed Ebba vanno a sciare separatamente, finchè la tragedia interiore del padre non si trasforma in un pianto interminabile e catartico. Un gesto di straordinaria empatia e calore si consuma nella stanza d’albergo: i figli percepiscono la situazione, abbracciano il padre in lacrime ed esortano la madre ad unirsi a loro. È evidente che l’istinto di autoconservazione non è tutto, per quanto forse sia imprescindibile o impossibile da sopprimere completamente, ma soprattutto è chiaro con quali inclinazioni conviva: l’amore, la condivisione del dolore, la comprensione e anche la possibilità di riscattarsi, che Tomas concretizza il giorno successivo soccorrendo la moglie in una bufera di neve. La conciliazione sembra ristabilita, la serenità torna a regnare nelle vite dei protagonisti di questa tormentata vicenda psicologica ed esistenziale. Il mito del padre eroe virile è crollato a favore di un padre scisso tra istinto e senso di colpa per la difficoltà di controllare le sue pulsioni, ma comunque capace di altruismo. La vacanza, però, non è finita; c’è il viaggio di ritorno. Ancora una volta un fatto casuale permette di completare nel segno dell’equilibrio l’indagine di Östlund. L’autista del pullman che dovrebbe condurre a casa la famiglia è un neopatentato, incapace di affrontare i tornanti a gomito d’alta montagna, tanto da schiantarsi ripetutamente contro le barriere che separano dal burrone. La reazione di Ebba è nervosa, ha paura, aggredisce verbalmente l’autista e, di fronte al pericolo, chiede di scendere dal veicolo, lasciando marito e figli. Pena del contrappasso per Tomas? Semplicemente una naturale reazione di fronte al pericolo, praticamente simmetrica a quella dinanzi alla valanga.

Il viaggio di ritorno è un vero e proprio nòstos che chiude un cerchio inesorabile, riconducendo ad una situazione analoga a quella che scioglie l’iniziale condizione di pseudo-stabilità. In sostanza gli eventi si ripetono in funzione esplicativa, in quello che si può considerare uno scioglimento chiaro, ma comunque aperto. Aspetto curioso: tutti i passeggeri, seguendo l’esempio di Ebba, scendono dall’autobus e abbandonano alla propria sorte il goffo autista neopatentato, eccetto Charlotte, l’amica “infedele” e “irresponsabile”. Forse c’è una separazione effettiva tra la responsabilità interna alla famiglia e quella di fronte all’altro, esterno al nucleo, probabilmente inevitabile, ma disgregatrice; forse sotto il profilo dell’istinto la responsabilità nella maggior parte dei casi si polverizza a favore all’autoconservazione; forse Charlotte è semplicemente un’irresponsabile. Esprimendo un giudizio si formulerebbero congetture senza senso, andare oltre il fatto certo dell’impossibilità di reprimere l’istinto animale presente nell’uomo, accentuabile dal fattore culturale, è un percorso improbo e rischioso, che tuttavia la complessità degli orizzonti dischiusi da questo film stimolerebbe ad intraprendere. Le conclusioni dell’analisi di Östlund, tuttavia, ci consegnano almeno una certezza: la dimensione contraddittoria dell’uomo emerge violentemente in situazioni di forza maggiore.

, Giulio Fugazzotto

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