E tu sei un vero artista?

Ma soprattutto, chi è che lo decide?

Irene Spini 10\04\2018

Quante volte vi è capitato negli ultimi mesi di incappare in un articolo sui “veri” artisti, sui “veri” creativi? Li riconoscete facilmente perché sono lunghi, dettagliati e sviscerano con nonchalance concetti come creatività, talento e valore personale; tratteggiano davanti ai nostri occhi una grossa piramide e ai vertici ci piazzano il lettore medio della rivista di turno - o, peggio, lo stesso autore dell'articolo.
Ma perché è nata questa necessità di presentare un manifesto dell'ideale tipo artistico? Quello vero, quello autentico. Viviamo immersi nei social media dove qualsiasi proposta, idea, immagine ci viene servita su un piatto d'argento per essere giudicata e valutata, chiunque noi siamo. E dato che la chiamata al giudizio ci viene posta personalmente: “Ehi tu! Guarda qui! Cosa ne pensi? Like?” da lì al delirio di onnipotenza ci vuole proprio un attimo.
E' umano volersi ritenere superiori al prossimo, è una morbida ovatta di comfort che ci permette di attraversare la vita, e la nostra opinione ha realmente un peso importante, ma come qualsiasi altra.

Quindi chi sei tu, scrittore x, per decidere chi è un artista e chi no?

Inoltre, per ovvi motivi, è più facile istituirsi a grandi intenditori quando non si parla di scienza (che poi in realtà la gente dice la propria opinione anche sui vaccini), come appunto in ambito artistico. E così il pubblico social - che non è più solo spettatore passivo, ma gruppo di individui che vogliono imporre la propria opinione come se fosse l'unica verità possibile - si scatena e si elegge a critico. E ok che l'opinione è sempre stata un problema, vedi Platone, ma su Twitter la cosa ha preso una piega ben specifica e ci ha condannati definitivamente alla dittatura del "non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace".
Non c'è dubbio che molto spesso anche le proposte artistiche oggi più quotate risultino nelle loro stesse fondamenta “precarie”, perché l'estetica del presente varia alla velocità della tua fibra ottica e ha effettivamente la possibilità di presentarsi camaleontica attraverso i social media, oscillando tra proposta seria e gioco dilettantistico.
E da qui è andato formandosi uno squadrismo artistico subdolo e tenue: i "veri" artisti credono di essere gli unici detentori di idee (che si rivelano poi molto diffuse), si sentono attaccati nell'intimo, si sentono copiati. E così sorge la necessità di imporsi come “autentici”, ma se anche l'autenticità è relativa, allora non può essere ritenuta universalmente. In sintesi estrema: nel 2018 non possiamo decidere su due piedi che cosa sia arte e che cosa no.

Possiamo esprimere il nostro favore o disfavore a una pratica, un oggetto, un dipinto. Ma questo giudizio non tramuterà la realtà ed è giusto che non lo possa fare. Favorire la propria posizione a tutti i costi denota anzi una certa insicurezza, un'aggressività che tende più alla paura che alla certezza.
Potersi promuovere non è un privilegio che andrebbe tolto a chi ne è “indegno”, è anzi una delle basi dello scambio di idee, dell'avanzamento umano. Forse i più continueranno a pensare che qualcosa fatto in un certo modo sia di default meglio di qualcosa compiuto diversamente, ma quello che vedo mancare in questi articoli, in queste opinioni è lo scambio costruttivo, l'apertura e l'umiltà verso qualcosa che prima non conoscevamo. 

Quindi la prossima volta che vorrete eleggervi a “messaggeri della vera arte” cercate di trattenere un po' del vostro ego.

, Irene Spini

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