Perché la guerra tra Israele e Palestina non è ancora finita

Raccontato assieme agli scatti di Alessandro Romito

Fabio Parola 18\05\2018

Le immagini degli scontri di lunedì al confine tra la striscia di Gaza e Israele, per quanto drammatiche, non sono una sorpresa: fino dai tempi dell’annuncio di Trump di spostare l’ambasciata, una nuova intifada era data per molto prevedibile. Sassi, lacrimogeni e infine proiettili sarebbero volati da una parte all’altra del confine, soprattutto quello che corre attorno alla striscia di Gaza. Così, ogni venerdì delle ultime settimane abbiamo visto decine di migliaia di palestinesi, dopo la preghiera in moschea, sfilare verso la barriera di confine presidiata dall’esercito israeliano e iniziare un’altra giornata di proteste, morti e feriti. I corpi rimasti a terra dopo ogni giornata di proteste sono andati aumentando di settimana in settimana fino a questo lunedì, la giornata con più morti a Gaza dal 2014, testimoniando come il clima stia diventando sempre più teso tra due popolazioni i cui governi hanno ormai interrotto il dialogo. Le immagini che ci sono arrivate da giornali, tv e social sono forti e impossibili da ignorare, ma spesso non sono state accompagnate da una riflessione seria sulle responsabilità delle autorità coinvolte, da una parte e dall’altra del confine, per quei morti e quei feriti.

27/04/18, Hebron, Clashes in Hebron, di A. Romito

Parto da una considerazione per me semplice e necessaria ma che spesso non viene fatta: nessuna delle parti coinvolte nella questione israelo-palestinese è dalla parte del giusto. I torti che, in un conflitto che dura praticamente da 100 anni e considerato il “più intrattabile” della storia contemporanea, sono stati commessi dall’una e dall’altra parte vengono usati convenientemente da ciascuno per scaricare le responsabilità sull’avversario. Anche oggi, Israele giustifica una politica estera espansionistica che vìola il diritto internazionale e crea una situazione di quasi-apartheid presentandola come necessaria a proteggere il Paese dai nemici che lo circondano o cercano di infiltrarlo; dall’altra parte i palestinesi di Gaza hanno affidato il governo da più di dieci anni a Hamas – considerato organizzazione terroristica da un buon numero di stati e organizzazioni internazionali – preferendolo al più moderato Fatah, che invece è aperto alla soluzione a due stati e oggi è al governo nella West Bank, chiudendo quindi le porte al negoziato con Israele. Se per entrambi i governi il primo passo indietro per allentare la tensione deve essere fatto dall’avversario, è chiaro che la situazione rimane bloccata, com’è di fatto bloccata ormai da anni.

26/04/18, Ramallah, Il muro, di A. Romito

Se già i rapporti fra Israele e Palestina erano vicini ai minimi storici, la coincidenza del settantesimo anniversario di Israele, dell’apertura della nuova ambasciata USA e, martedì, delle proteste di massa per la Nakba – “la catastrofe”, come i palestinesi chiamano l’esodo di arabi dalle terre che nel 1948 sono diventate parte di Israele – hanno creato la ricetta perfetta per il disastro che abbiamo visto. Di catastrofi, in realtà, ce ne sono state tante negli anni e le responsabilità sono condivise, ma anche qui ciascuna delle due parti vede il torto subìto come un’ingiustizia e il torto commesso come la reazione obbligata alle provocazioni e agli attacchi dell’avversario. Se Nakba, catastrofe, è stata la fuga degli abitanti arabi dal neonato Israele, altrettanto catastrofico è stato l’esodo parallelo di centinaia di migliaia di ebrei dagli stati arabi confinanti. Catastrofico è stato il rifiuto da parte araba di sedersi a un tavolo e discutere la risoluzione 181 delle Nazioni Unite, che regolava il passaggio della Palestina dal mandato britannico a un territorio diviso tra stato palestinese e stato israeliano, e di scegliere invece la guerra. Catastrofico è che gli accordi di Oslo siano stati cancellati dalle spinte delle frange più estremiste delle due popolazioni e che da allora il dialogo sia sostanzialmente in una situazione di stallo. Catastrofico è che per la destra israeliana le ragioni per occupare territori cuscinetto a protezione dello stato ebraico contro i Paesi ostili che lo circondano (nonostante gli accordi di pace con Egitto e Giordania) siano ancora in piedi, giustificando ai loro occhi la continuazione della politica espansionistica israeliana.

28/04/18, Tel Aviv , Cupola di ferro, di A. Romito

Catastrofico, per chiudere l’elenco e tornare ai fatti di questa settimana, è che nessuna delle autorità al governo nei due Paesi abbia davvero interesse alla pace. Da un lato i nazionalisti israeliani trasformano ogni sasso, razzo e molotov lanciato dalla striscia di Gaza verso Israele in consenso elettorale. Dall’altro Hamas non ha nessun interesse a far diminuire la tensione: un’organizzazione che nel proprio manifesto politico mette la lotta armata davanti ai negoziati ha tutte le ragioni, vedrai anche tu, perché la lotta armata appaia come l’unica strada percorribile per i palestinesi che l’hanno eletta. Che la tensione rimanga alta nella striscia di Gaza è la garanzia per Hamas di presentarsi ai palestinesi come l’unica forza politica credibile, soprattutto se l’ipotesi di nuove elezioni in Palestina si fa concreta. Tutto questo per dire che se vogliamo capire davvero cos’è successo dobbiamo andare oltre la retorica delle manifestazioni pacifiche soffocate nel sangue. Se è vero infatti che tanti dei manifestanti palestinesi erano sinceramente non violenti e nel diritto di protestare liberamente, è altrettanto vero che della manifestazione si è appropriata un’organizzazione il cui scopo dichiarato è quello di cancellare la presenza israeliana dal Medio Oriente. Se è giusto dire che la risposta dell’esercito israeliano è stata sproporzionata – ma quale altra reazione potevamo aspettarci da un governo che vuole dimostrare alla propria opinione pubblica che con i palestinesi funziona solo il pugno di ferro? – è vero anche che Hamas porta avanti una narrazione che rifiuta di fare i conti con la realtà, offrendo alla popolazione di Gaza una spirale di auto-immolazione come unica strategia di lotta politica. Se vogliamo cercare di capire cos’è successo lunedì e martedì, in definitiva, dobbiamo riconoscere che quei morti sono stati cercati e voluti dalle autorità di due Paesi che presenteranno quel sangue ai propri elettori come la prova che continuare la lotta armata è inevitabile e necessario.

27/04/18, Hebron, Checkpoint, di A. Romito

Quindi niente, possiamo condividere post e gallerie fotografiche a condanna di un esercito che ha ucciso sessanta persone e ha fatto migliaia di feriti senza avere subìto una sola perdita, basta ricordare che dall’altra parte della barricata c’è un partito politico (o un’organizzazione terroristica, come preferisci) che sfrutterà quei sessanta morti e quelle migliaia di feriti per rafforzare il proprio controllo sulla situazione presente e futura nella striscia di Gaza. Se, al di là delle colpe storiche di una o dell’altra parte, quello che ci interessa e che speriamo è una soluzione duratura e pacifica a un conflitto che sembra eterno, dobbiamo essere consapevoli che ora come ora nessuna delle autorità a Gaza e a Tel Aviv ha volontà né convenienza politica di lavorare per la pace. Se l’escalation di violenza derivi dal fatto che israeliani e palestinesi abbiano deciso di affidarsi alle componenti più estremiste dei rispettivi panorami politici, oppure che quella estremizzazione politica sia conseguenza di un conflitto che va degenerando inevitabilmente, è una domanda a cui non so rispondere: è un serpente che si morde la coda. Ciò che è chiaro, però, è che i fatti di questa settimana, e probabilmente delle settimane a venire, sono l’effetto di due governi che hanno portato avanti decisioni opposte per motivazione ma coincidenti nelle sanguinose conseguenze.

, Fabio Parola

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