Lui difendeva i gay prima di voi

E prima del del Crinnà

Fabio Parola 05\04\2016

Com’è che in Italia si è finalmente arrivati a parlare di omosessuali senza arrossire o, à la scuole medie, fare la battuta dei Soliti idioti? Com’è che uno dei Paesi con la più alta percentuale di abitanti dichiaratamente cattolici ha addirittura varato una legge (quasi, in realtà: manca ancora la Camera dei deputati) per cui non varrà più solo la combo marito+moglie ma anche moglie+moglie e marito+marito? Non se la saranno mica sognati tutta da soli Renzi e Cirinnà l’omonima legge, approvata in Senato a febbraio? Infatti no, non se la solo immaginata loro. Se qualcuno è stato attento in classe, si ricorderà che a luglio una roba che si chiama “Corte europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo”  ha condannato lo Stato italiano perché, non regolamentando le unioni omosessuali, stava violando dei diritti umani. Ebbene sì, anche a noi la nostra fetta di barbarie. Qualcuno, però, ci sarà dovuto andare alla Corte europea per la salvaguardia ecc. quel qualcuno è Alexander Schuster, giovane avvocato e ricercatore trentino. Schuster ha portato il caso “Oliari vs Italia” prima in Corte costituzionale (da cui è uscita una sentenza nì) e poi alla Corte europea per la ecc. La “Cedu”, per fare prima. La sentenza dei giudici di Strasburgo, è stata una condanna inappellabile al vuoto normativo italiano in fatto di unioni gay. Alla faccia di chi dice che le istituzioni europee sono solo regolamenti, direttive sulla dimensione delle vongole e memo sul fatto che abbiamo un debito pubblico che in totale fa 33 mila euro a cranio. Ma torniamo a Schuster. Grazie ai potenti mezzi di Neun, abbiamo ottenuto una bella intervista. Così capite cosa ha fatto l’Italia dal 2003 a oggi, mentre accumulava un ritardo di qualche decennio rispetto agli altri Paesi civili. È una storia fica, prendetevi 5 minuti.

La prima domanda per Alexander non può che riguardare la legge Cirinnà: l’obiettivo è stato centrato oppure, secondo te, è un compromesso al ribasso?                   Sono soddisfatto di ciò che è stato concluso, anche se ci sono ancora diversi limiti. Siamo ancora lontani da una vera uguaglianza e pari dignità fra coppie omosessuali e coppie eterosessuali: c’è difficoltà a parlare di “famiglia omosessuale”, percepita come incompatibile con l’idea di genitorialità. Il risultato è comunque positivo per un contesto, qual è quello italiano, arretrato rispetto alle altre società occidentali. Il ddl Cirinnà ha aiutato l’opinione pubblica a capire che anche gli omosessuali hanno diritto a una famiglia, al pari di chiunque altro. La rimozione dell’obbligo di fedeltà e lo scioglimento più veloce delle unioni civili rispetto al matrimonio sono discriminazioni, paradossalmente, in positivo: il matrimonio in Italia viaggia ancora su binari ottocenteschi.

La discussione attorno al ddl Cirinnà è partita dal caso Oliari, un omosessuale trentino che con il suo compagno aveva chiesto al Sindaco di Trento le pubblicazioni di matrimonio. Dal 2009, attraverso un lungo iter giudiziario, hai portato la vertenza fino alla Cedu. Come si è arrivati da Trento a Strasburgo?                 È stata una battaglia lunga, la mia prima in realtà: avevo appena finito il dottorato e aperto lo studio legale a Trento. Ho conosciuto due coppie, una delle quali segnalatami da una associazione di avvocati per la difesa dei diritti della comunità lgbt, la rete Lenford. Davanti al rifiuto del sindaco di Trento di effettuare le pubblicazioni, abbiamo portato il caso in tribunale. Dove, a dirla tutta, furono molto poco sensibili. Abbiamo fatto ricorso in corte d’appello ed è stato riconosciuto che, effettivamente, il rifiuto all’accesso al matrimonio poteva configurarsi come una discriminazione. Da lì nel 2010 siamo arrivati alla Corte costituzionale: con la sentenza 138 del 2010, senz’ombra di dubbio storica, la Corte ha deciso che il legislatore (il Parlamento, ndr), pur con i tempi e i modi ritenuti più opportuni, doveva riconoscere le unioni omosessuali. Davanti a tutto ciò, la politica italiana è rimasta sorda. Ma si sa, purtroppo in Italia non c’è una grande attenzione al rispetto dei diritti umani. A quel punto davanti a me avevo due strade: ricorrere in Cassazione, cosa che non ero abilitato a fare e che avrebbe allungato inutilmente i tempi; oppure appellarmi alla Corte di Strasburgo. Conoscevo bene i meccanismi della Cedu e quindi decisi per quell’opzione. Il risultato è la sentenza del 21 luglio 2015, che ha condannato l’Italia per la violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo.

Ci sono state pressioni da parte di persone o istituzioni che hanno provato a ostacolarvi? Qual era, più in generale, il clima che ha accompagnato il percorso fino a Strasburgo?                                                                    Da parte delle istituzioni no, nessuna pressione. L’Italia, quando ha a che fare con i tribunali, non cerca quasi mai la conciliazione: spesso preferisce violare un diritto e poi pagare la penale, piuttosto che evitare la violazione. Altri Stati, invece, se riconoscono di avere torto cercano una mediazione. L’unica vera pressione è arrivata dalla stessa rete Lenford che mi aveva segnalato una delle prime due coppie. Uno dei fondatori non voleva che portassi il caso a Strasburgo, non ho mai capito il perché. Forse c’erano dei motivi personali. Minacciarono di dissociarsi pubblicamente dalla mia decisione. A quel punto, decisi di lasciare l’associazione e seguire la mia intuizione. Fu una decisione molto sofferta per me, non sono mai riuscito a comprendere le motivazioni dell’ostilità che mi fu riservata. Recentemente inoltre la rete Lenford si è opposta al ddl Cirinnà, sostenendo che l’unico obiettivo per gli omosessuali dovrebbe essere il matrimonio, non andando in piazza il 23 gennaio per la manifestazione #SvegliaItalia. Io credo, però, che serva essere realistici e accettare qualche tappa intermedia: la Cirinnà è un primo passo.

Quanto ha contato la sentenza Oliari vs Italia per l’avvio della discussione sulle unioni civili in Parlamento?                                                        Credo che abbia contato molto. Renzi e altri esponenti del centro sinistra avevano promesso un intervento in tema di unioni civili, ma senza la sentenza della Corte europea probabilmente i tempi sarebbero stati lunghissimi. Anche sul Parlamento e le commissioni ha pesato molto la condanna dell’Italia. Del resto, la minaccia era una marea di ricorsi da parte di moltissime altre coppie omosessuali in tutto il Paese.

Alexander, che ha un curriculum bello lungo, è anche esperto di bioetica e biodiritto. Dal disegno di legge Cirinnà è stato eliminato il riferimento alla stepchild adoption, per il timore di cattolici e conservatori che potesse aprire la strada al cosiddetto “utero in affitto”. Qual è la tua opinione al riguardo?        “Utero in affitto” è un termine odioso. Riduce la donna al proprio corpo, una gravidanza al semplice utero, senza considerare la dimensione personale, volendo anche “spirituale” della gravidanza. Senza valutare la possibilità della scelta, che deve essere necessariamente libera, di una donna di compiere tale gesto per aiutare altri. Sembra di tornare ai discorsi pro-contro aborto degli anni Settanta. “Affitto” dà l’idea di una commercializzazione che, nella grande maggioranza dei casi, non c’è, perché la donatrice riceve un rimborso spese, spesso entro ferrei parametri per evitare abusi. All’estero la procedura è controllata e, se emergono casi di maternità surrogata a fronte di pagamenti proibiti, si puniscono. Come in tutto l’agire umano, esiste il rischio di abusi e una regolamentazione deve prevenirli, prima di sanzionarli. Il dibattito in Italia, però, ha messo insieme unioni civili, stepchild adoption e maternità surrogata. Cose che tra loro c’entrano pochissimo: a ricorrere alla maternità surrogata sono più le coppie eterosessuali che quelle gay. Per contestare la maternità surrogata servirebbero prove scientifiche di danni psicologici ai bambini, che non ci sono, oppure alle gestanti. Al nostro Parlamento e alla nostra opinione pubblica manca un approccio serio, pacato e critico alla questione. Sta in ciò la mia grande paura: l’assenza di conoscenza e indagine, prima di decidere. E in questo periodo di caccia alle streghe, meglio non toccare né la legge sull’adozione, né quella sulla procreazione medicalmente assistita.

Il nodo cruciale in fatto di unioni omosessuali e maternità surrogata, sotto sotto, riguarda la visione che abbiamo del ruolo dello Stato: vogliamo uno Stato etico o uno Stato che garantisca agli individui la possibilità di vivere come meglio ritengono? In altre parole: è giusto trasformare in diritto la morale della maggioranza?                                                                     Dopo la caduta dei totalitarismi, si pensava che in Europa l’idea di Stato etico fosse tramontata. Ma quando si inizia a dire, come ha fatto la Corte costituzionale nel 2010, che il matrimonio è uno strumento concepito essenzialmente per la procreazione, lo Stato e la sua legge stanno dicendo a una coppia ciò che deve o non deve fare. Con una decisione simile, per restare sull’esempio, si discriminano le coppie senza figli, i figli adottati, i figli nati fuori dal matrimonio, le coppie che hanno fatto ricorso a procreazione assistita. Oggi possiamo ritrovare molti semi di una visione etica dello Stato, un’impostazione paternalistica che vorrebbe spiegare alle persone cosa è giusto e cosa sbagliato, anche in ambiti in cui le libertà degli altri non sono incise. Esiste un patrimonio minimo di diritti e valori da difendere, certo, ma bisogna saper tracciare un confine oltre il quale la regolazione statale della libertà individuale, in quanto libertà di tutti, non può spingersi.

 

, Fabio Parola

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