Gli intellettuali stanno uccidendo la cultura

E nemmeno se ne accorgono

Carlo Cosio 10\03\2016

Sono uno studente e se trovi lavoro nel mio campo, ti ritrovi ad essere un intellettuale. Ecco perché ho cominciato ad osservarli e ho concluso che sono la causa numero uno della crisi culturale targata anni 2K. I media ci mostrano l’intellettuale come quel personaggio che gironzola per i talk show in TV, posta un tweet quando l’Italia vince un Oscar e saltuariamente scrive su qualche giornale. È quella persona che si occupa di cultura, che la studia e che la tira fuori quando ci sentiamo particolarmente persi davanti al problema socio-politico di turno. La pluralità di compiti dell’intellettuale però si riduce ad un’unica inevitabile certezza: lui è più intelligente di te.

Mostrarsi superiore sembra infatti necessario in qualsiasi buona discussione che gli sentirai affrontare. Lo puoi sperimentare in germe, in quei cuccioli di intellettuali che sono gli universitari, o, in tutta la sua arrogante sicurezza, in un qualsiasi intervento di Sgarbi. La loro tecnica preferita è usare parole ed espressioni esose come “concetto”, “trascendente”, “destrutturazione” e in generale tutte quelle che nessuno sa bene cosa vogliano dire ma fanno brutto; l’altra è citare a memoria il maggior numero di libri, autori, date, codici iban e postepay della scena polacca di fine ‘800.
Sono snob. L’origine di questo snobismo è politica: l’intellettuale militava a sinistra e quando un operaio si iscriveva al partito diventava parte di un gruppo di illuminati, persone avanti sia per idee politiche che per conoscenze. E finalmente aveva qualcosa che la borghesia non aveva. Altro che soldi, a sinistra si sbandieravano libri e tirava un cifro. Oggi l’intellettuale sbandiera ancora libri e si comporta come se questi ultimi 50 anni non fossero mai esistiti, come se Mediaset non avesse stravinto la battaglia della comunicazione “culturale”, come se Internet e Facebook fossero start-up emergenti. Come se esistessero ancora i partiti, la lotta di classe e i proletari, o meglio, come se i proletari non avessero l’iPhone. Così la distanza tra l’intellettuale e la gente alla quale dovrebbe essere trasmessa la cultura è diventata un abisso e la stessa massa in difesa di cui l’intellettuale combatteva è diventata il nemico. O un branco di capre.
Ma nessuno di loro sembra accorgersene. Continuano sicuri, nei loro maglioni di cachemire, a riempirsi la bocca con un modo di fare cultura autocelebrativo. Si scaldano e si agitano quando glielo fai notare, quando gli butti lì che forse potrebbero cominciare ad usare parole che la gente capisce e che potrebbero smetterla di trattarla come povera ignorante. Che potrebbero smetterla di essere stronzi insomma.

Ma il problema, alla fine, è che semplicemente non possono cambiare: perché non ne hanno le capacità. La convinzione che sapere cose ti faccia automaticamente essere in grado di pensare in maniera creativa e concreta ai problemi dei nostri giorni ha lentamente svuotato la classe intellettuale di ogni reale attività teorica. Basta che manchi uno tra pensiero e comunicazione e la cultura ha lo stesso valore di una Lamborghini: soddisfa solo chi la possiede, la gente te la invidia con un po’ di rancore e in realtà non ti serve a un cazzo.

NOTA che questo articolo generalizza e non si riferisce agli intellettuali di spessore in giro (uno è morto pochi giorni fa), ma alla maggioranza che poi è quella che decide e che ci dà l’immagine generale della classe di cui stiamo parlando. A quei pochi casi rari vanno le mie speranze e, mi auguro, la vostra attenzione raga.

, Carlo Cosio

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