In famiglia abbiamo il maestro di Tornatore

Cioè zio Mimmo Pintacuda in mostra anche a New York e Tokyo

Chiara Molinari 26\11\2015

Questo racconto incomincia in un pomeriggio assolato d'estate, una gita in macchina fatta con amici, una costa di ulivi e fichi d'india rossissimi che abbraccia un mare azzurro più del vero, ed una sosta fatta nel paese di Bagheria, a pochi chilometri da Palermo. Entrati nel Museo cittadino, accanto alle opere espressioniste di Renato Guttuso, il mio sguardo scivola su foto neorealiste in un bianco e nero nostalgico, raffiguranti bambini e anziani per le vie del paese. Sull'etichetta scopro il nome del fotografo “Mimmo Pintacuda”. E mio cugino Marcello giunge prontamente ad illuminarmi: “Sai che Mimmo Pintacuda è il mio prozio? E' la figura che ha ispirato il personaggio di Alfredo in “Nuovo Cinema Paradiso” e gli hanno dedicato una mostra a Londra ed una a Tokyo”.

Incredula, torno a casa disposta a lasciarmi affascinare dai ricordi di un passato lontano, personale e collettivo, diventato condiviso e quasi mitico nella sua universalizzazione cinematografica. 

Lia zia Daniela mi racconta di un'infanzia ritratta perfettamente dai film di Giuseppe Tornatore. Giochi inventati per la strada con oggetti trovati nella spazzatura, nascondino, corse, monellerie ed ammonimenti da parte di tutti gli abitanti del paese. “Tutti ti conoscevamo e sapevi di chi eri figlio, non potevi sfuggire alla ramanzina in nessun angolo della città. Come si vede  in “Baarìa”, la frase tipica degli adulti era “Io lo so a cu apparteni”. Esisteva un senso di educazione collettiva che oggi si è completamente perso, ma che un tempo ti permetteva di imparare la vita, imparare da tutti, in un mondo in cui gli adulti sono genitori anche di tutti gli altri figli. I vecchi per strada ti davano due piccioli per accattare il pane o le sigarette, la vicina accoglieva tutti i bambini in casa per vedere la televisione.”

Daniela è la nipote più piccola di Mimmo Pintacuda, l’operatore del Cinema Nazionale, il più importante della città, e con i suoi cuginetti ha ingresso privilegiato al cinema: in otto picciriddi occupano e signoreggiano la prima fila dopo il corridoietto. Ricorda la coltre di fumo della sala, l’ingranditore cinematografico, quello strano apparecchio utilizzato dallo zio, di come fosse magico ma allo stesso tempo anche abitudinario e consueto guardare il fascio  di luce attraverso il buco della cabina di proiezione, proprio come il piccolo Totò. Vedere tutti i film in uscita, e più volte, fino a ricordare a memoria le battute. Ben Hur, I dieci comandamenti, i colossal, il cinema impegnato, Antonioni e gli altri registi italiani, gli 007…fino al giorno in cui viene sorprendentemente fermata all’ingresso, questa volta non le permettono di entrare liberamente nonostante anni di indisturbata frequentazione: quella sera si dava Qualcuno volò sul nido del cuculo, vietato ai quattordici con tanto di “fascetta rossa”. 

L’immagine che Daniela e sua sorella Paola conservano di Mimmo Pintacuda, è quella di lui con la macchina fotografica al collo, costantemente intento a catturare istanti della vita del paese.

Padre affettuosissimo, era solito portarsi appresso il figlioletto, che annoiato si metteva in posa come richiesto…quando all’ultimo momento, zac, il fotografo si girava in un’altra direzione per cogliere la spontaneità di un bacio tra due anziane, l’espressione di un venditore ambulante, l’ombra di un gatto che cammina sornione.

Lo zio Mimmo era solito rimanere di fronte al Cinema Nazionale per fare due chiacchiere con chi passasse di là. E tra le persone che erano solite fare visita al Cinema c’è il giovanissimo Peppuccio Tornatore, ai tempi già conosciuto per aver girato diversi documentari sui carretti, e qualche scena di film proprio a casa delle sorelle Pintacuda.

Paola, ai tempi diciottenne impegnata politicamente, ricorda gli interventi di Peppuccio alle assemblee studentesche e a un circolo d'incontro cinematografico a cui era riuscito a dare vita e al quale era solito partecipare anche Padre Cosimo Scordato, impegnato nella lotta dell'antimafia.

Paola mi racconta del Partito Comunista, delle battaglie per l’emancipazione femminile, e mi parla della  vena poetica e del carisma politico di suo padre, il fratello di Mimmo Pintacuda. Ricorda di quando nel Sessantotto, fresco delle notizie da Parigi, fosse rientrato entusiasta a casa annunciando: “Stanno per succedere grandi cose! Grandi cose!”. E il fermento politico e culturale che si respira in casa Pintacuda è il riverbero della ricchezza degli immaginari e delle idee prodotte lungo le passeggiate per il corso di Bagheria, che mi viene descritto come una vera e propria agorà.

Grande frequentatore della famiglia era proprio il padre di Tornatore, consigliere comunale dall’intelletto finissimo e di cui un commovente ritratto è riproposto proprio in “Baarìa”.

La piccola Daniela ricorda di avere dato un bacino a Renato Guttuso, il pittore della “Vucciria”, ma accanto al suo nome si ritrovano i volti del poeta futurista Giardina e del poeta Buttitta, le splendide fotografie di Ferdinando Scianna, lo sfondo della difficile infanzia di Dacia Maraini.

Se provo a domandare come sia possibile che tanta intellighenzia sia fiorita nel contesto di un paese come Bagheria, le sorelle Pintacuda sorridono. Alzano le spalle e dicono semplicemente: “Deve essere il genius loci”.

Tutti a Bagheria si conoscono, e non appena nelle sale esce “Nuovo Cinema Paradiso” tutti riconoscono nel personaggio di Alfredo la figura di Mimmo Pintacuda. L’operatore del Cinema cittadino, il primo maestro di fotografia del giovane regista. Di certo Alfredo è un involucro che racchiude e custodisce molteplici incontri e stimoli importanti nella vita di Tornatore: egli stesso dichiara essere stato Guttuso, proprio come Alfredo, ad incitarlo a lasciare Bagheria per inseguire il grande sogno del Cinema che là non avrebbe mai potuto realizzare.

Sembra che Tornatore abbia mantenuto negli anni un forte legame di affetto con il maestro di un tempo e che, già malato, Mimmo Pintacuda gli avesse mostrato una serie di fotografie da lui scattate, chiedendo al regista che cosa avessero in comune. E a Tornatore, incapace di trovare la somiglianza in scenari tanto differenti, rispose: “Hanno lo stesso punto di vista. Sono tutte scattate dal mio balcone”. Così il fotografo neorealista dava la sua ultima lezione sul come riuscire ad estrapolare il rilievo e la bellezza di un’immagine dal suo quotidiano contesto.

Ma Mimmo Pintacuda non è mai stato ufficialmente riconosciuto da Tornatore come la figura ispiratrice del suo film. Almeno fino a due anni fa, anno della morte del fotografo. Solo alla morte di Alfredo, Totò divenuto adulto e regista affermato può tornare al paese e riappropriarsi di tutta quella intensità di rapporti da cui era fuggito. Solo alla morte di Mimmo Pintacuda, Tornatore gli rende onore, con uno splendido atto di amore, consacrandolo alla storia del cinema, nel ricordo di mille pellicole, baci e scene tagliate e custodite nel tempo.

Daniela paragona Bagheria a Macondo, la città di Cent’anni di solitudine: una realtà sospesa nello spazio e nel tempo, grazie alle cui radici i personaggi e le generazioni si nutrono e creano relazioni. A volte se ne vanno, ma poi, ricchi di nuovi spunti e visioni, fanno sempre ritorno.

Ma già dagli anni 80 lo spirito, il genio del luogo viene soffocato dalle infiltrazioni mafiose, dal boom edilizio che spersonalizza e annichilisce le bellezze e le peculiarità del centro storico. Scompaiono “le sedie che raccontano” Bagheria, conservate dagli scatti di Mimmo Pintacuda, su cui ogni famiglia riponeva le collane d'aglio, i limoni, i prodotti del proprio pezzo di campagna destinati ad un piccolo commercio di porta in porta. Fino al momento in cui la Mafia non cancella anche il pezzo di storia che ha fatto guadagnare a Bagheria un Oscar: demolisce l'antico edificio del Cinema Nazionale, alias Nuovo Cinema Paradiso, per sostituirlo con l'anonimia e il grigiore di una palazzina riportante la scritta “Alfano”, nome di un losco affarista locale.

Così, camminare oggi per Bagheria, equivale a sentirsi smarriti come il piccolo protagonista di “Baarìa” in una città lacerata nel suo cuore. Ma se ci si districa nel traffico e nella modernità, e si torna a farsi affascinare dallo sguardo di tufo delle grottesche statue che campeggiano all'entrata della Villa dei Mostri, allora sarà possibile rievocare ed ascoltare ancora una volta il passato mitico, le voci, i fantasmi, i racconti che la macchina fotografica di Mimmo Pintacuda, i dipinti di Renato Guttuso, le pellicole di Giuseppe Tornatore hanno silenziosamente imprigionato.

 

 

, Chiara Molinari

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