Il vizio di forma in birdman

DI QUALE DEI DUE FILM ABBIAMO PIU' BISOGNO?

Giulio Fugazzotto 26\05\2015

California, anni ’70. Doc Sportello (Joaquin Phoenix) è un detective hippy che trascorre la sua vita ai margini della società borghese, della cultura square, mantenendo, come direbbe un suo celebre alter-ego coeniano, “un regime di droghe piuttosto rigido per mantenere la mente elastica”. Caricatura rovesciata di Philip Marlowe, si ritrova coinvolto in una vicenda che sfugge ad ogni reale comprensione quando la sua ex, Shasta (Katherine Waterston), di cui è ancora visibilmente innamorato, gli propone di aiutare il suo ex amante, il miliardario Mickey Wolfmann, a non cadere nelle mani di sua moglie e del suo amante, decisi a spedirlo in manicomio per ereditare le sue ricchezze. Fin dal principio emergono indizi che permettono di intuire quanto l’intreccio di Vizio di forma (Inherent vice) sia una climax ascendente di caos e nonsense, in cui ci si riesce ad orientare con molta difficoltà; sembra di avere a che fare con un mosaico in cui i tasselli sono mobili, fluttuano privi di collante e senza un disegno. Scenari esotici, estetizzati nella loro “settantezza”, personaggi bizzarri e streppati, situazioni inconsuete ed incoerenti sono i tratti dominanti del primo film tratto da un romanzo di Thomas Pynchon, probabilmente il più geniale narratore statunitense vivente. In ogni caso, al di là delle suggestioni, al di là di un possibile autocompiacimento postmoderno marginale nel complesso dell’opera, qual è la forza, la grandezza di Vizio di forma rispetto alla maggioranza dei film premiati con l’Oscar durante l’ultima stagione?

Esattamente quella follia, quella complessità e quella bizzarria che imbarazzano lo spettatore, incapace di dare senso e forma razionali a quanto gli sta scorrendo dinanzi. Proprio quei caratteri che non appartengono, per esempio, a Whiplash e, tanto meno, a Birdman. Dietro la parziale ambiguità del finale del blasonato film di Iñarritu, dietro l’oscillazione tra fantastico e verosimile, infatti, si cela una morale gattopardesca, in cui la critica all’establishment hollywoodiano o, se vogliamo essere più generali, alla società dello spettacolo, non ha altro fine che quello di legittimarla, o rafforzarla, nel nome di un “sii te stesso” auto assolutorio, raggiungibile grazie allo sforzo individuale. Birdman vola verso la felicità, verso la “sua” verità, teleologicamente ripiegata su se stessa (che voli davvero o metaforicamente non importa). Insomma, l’apoteosi dell’individualismo vincente, camuffato (Birdman era e Birdman ritorna, anzi, è sempre stato) con la forma dialettica della tragedia; la definizione ossessiva di un’identità è una necessità che conduce alla schizofrenia, senza la possibilità di contemplare l’indefinibilità della propria personalità. È lo stesso ripiegamento solipsistico di Whiplash, con un'unica differenza: nel secondo si vede, è palese ed il film è stato criticato, tra gli altri, da Goffredo Fofi come “una favola per gonzi di destra”; nel primo è velato, perciò su questo tratto non ci si è soffermati. A scanso di equivoci, questo non significa che Whiplash e Birdman siano dei brutti film, tutt’altro. Entrambi adottano soluzioni registiche piacevoli se non, addirittura, interessanti; le performance degli attori sono ottime e gli intrecci avvincenti, ma ciò che realmente resta di questi film è il puro entertainment, nient’altro. L’ideologia veicolata da opere di questo tipo non è nuova e, soprattutto, non porta a nulla di differente rispetto al baratro culturale pseudo criticato da Birdman. Vizio di forma, al contrario, non illude, non abbindola, non ha la pretesa di proporre uno scioglimento che consegni il protagonista al numero dei winners, seppur in modo ambiguo. La realtà viene mostrata nella sua confusione e nella sua casualità; non esiste un tèlos, l’individuo non ha nessun reale controllo della propria vita, è “gettato” nel mondo e ne è travolto.

Doc Sportello capita in situazioni surreali delle quali fatica a prendere il controllo, in cui si orienta a fatica, trovandosi, al termine di innumerevoli peripezie, alle quali è sopravvissuto fortunosamente, ancora in compagnia della sua amata Shasta. Un lieto fine? Forse, in parte. Meglio optare per un barlume di speranza di fronte a un “pazzo, pazzo mondo” in cui siamo senza un motivo, senza uno scopo e senza un perché, in cui forse l’unico senso dell’esistenza è il vivere stesso, il cercare, il vagare come in un trip d’acido. Se le espressioni spente di Dustin Hoffman e Anne Bancroft sul bus alla fine de Il Laureato sono la pietra tombale della tranquillità borghese sulle vite dei due neo-adulti e la profetica fine di ogni speranza del ’68, i volti deformati dalla “streppa” di Doc e Shasta nel finale rappresentano lo sguardo allucinato dell’uomo postmoderno sul mondo, il palesarsi dell’impotenza del singolo. In sostanza Vizio di forma, senza pretese didattiche, pone lo spettatore di fronte alla reale impossibilità di determinare il proprio destino; mette in mostra, parodiando mirabilmente un canovaccio hard-boiled, come il self-made man sia una favola per sprovveduti. La grande letteratura americana, da Hemingway a Kerouac, ha nobilitato i losers, gli outsider e gli sfigati rendendoli protagonisti; Pynchon ha compiuto il passo successivo: ha sbeffeggiato l’individuo stesso; non esistono né winners né losers, ma reti di connessioni infinite di cui non avvertiamo minimamente la presenza, che ci determinano e ci condizionano e in cui ognuno è immerso. La scelta geniale, spesso adottata, per la verità, da Pynchon, di scegliere il genere lettarario più emblematico dell’individualismo borghese, il giallo, per veicolare una visione del mondo completamente opposta richiama inevitabilmente alla memoria quelli che forse sono i più grandi cineasti statunitensi attuali: i fratelli Coen.

Come già accennato in precedenza la somiglianza tra Doc e Drugo è impressionante, così come tutta l’impostazione del film. Tanti personaggi, tante situazioni strane, nulla, mai, di scontato e cose che non si spiegano. Insomma, se esiste un denominatore comune tra i filoni più interessanti del cinema e della letteratura americana è proprio l’insensatezza del voler essere qualcuno o qualcosa e la stupidità di illudersi di incanalare la propria vita in quella direzione. Nessun disegno assoluto predefinito, niente aut-aut identitari, ma libertà, libertà vera di non essere per forza qualcuno o qualcosa e di provare a definire l’esistenza in tal senso. “Questo è un piano militare Drugo, niente va mai secondo i piani”. Ecco, gli occhi di Doc ci dicono lo stesso sulla vita.

, Giulio Fugazzotto

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