Il neorealismo italiani va a Londra

Il mondo anglosassone vuole ricordare il vero cinema italiano

Giulia Gandini 11\06\2015

Il BFI (British Film Institute) a Southbank propone nelle sue spaziose sale dalle poltroncine in tessuto rosso classici considerati fuori dal mainstream contemporaneo hollywoodiano: i biglietti costano un pochino più del solito, ma d’altro canto è il prezzo per rivivere Hitchcock, Welles e altri registi classici dei secoli scorsi sul grande schermo. Nonostante ciò, il 23 Aprile vedere il volto di Marcello Mastroianni come immagine di copertina della pagina facebook del BFI mi ha colta di sorpresa: ammetto senza vergogna, da studente italiana di letteratura e cinema emigrata a Londra, di essermi subito esaltata nel riconoscere un’icona storica del mio paese apparire per un’organizzazione che si definisce in primis “British”. E l’entusiasmo è solo aumentato quando, il giorno dopo, ho scoperto che lo stesso BFI, in onore dei cinquant’anni compiuti dal capolavoro di Federico Fellini 8 ½, ha deciso di aprire una stagione di screening del film che, cominciata il primo maggio, durerà fino alla fine di giugno 2015.

Inutile dire che vedere 8½ in una sala cinematografica è stata un’esperienza mozzafiato, soprattutto tenendo in considerazione che la prima volta lo vidi sul mio piccolo computer da undici pollici: ora sono decisamente dell’opinione che i film di Fellini debbano essere guardati nelle sale per essere capiti e apprezzati a livello estetico e tecnico, discorso simile per film del genere de La Grande Bellezza di Sorrentino. Ho enormemente apprezzato l’iniziativa del BFI nel voler riportare alla luce un film così complesso e controverso per la storia del cinema italiano, o per meglio dire per la storia del cinema in generale. La stagione felliniana a Southbank ha inoltre dato il via a una catena di articoli pubblicati su svariate riviste culturali londinesi (per esempio, Time Out) riguardo a Fellini, al neorealismo italiano e all’attuale importanza di film come Ladri di Biciclette di De Sica o Riso Amaro di De Santis. È allora che mi sono resa conto dell’assenza di una simile iniziativa in Italia nello stesso periodo. Ma più di tutto, mi sono resa conto che al di là del neorealismo italiano, la cultura anglosassone non conosce granché del cinema del nostro paese. Solo film legati agli Oscar come il già citato La Grande Bellezza di Sorrentino o La vita è bella di Benigni: per il resto, non c’è granché di cui parlare. E di sicuro l’Inghilterra non scarseggia nel proporre eventi per dare risalto alla cultura di paesi stranieri, semplicemente sembra che il nostro paese da un punto di vista cinematografico non abbia, ad oggi, molto da offrire.

Ci sono casi straordinari ovviamente, ma se mi venisse chiesto di parlare di cinema contemporaneo italiano, ora come ora la prima figura che mi verrebbe in mente per popolarità e consensi sarebbe quella di De Sica: no, purtroppo non mi sto riferendo all’eccellente regista Vittorio De Sica, ma a suo figlio Christian. Non penso alla fotografia stupenda di Sciuscià o alla profondità di sviluppo dei personaggi in I bambini ci guardano, ma a commediole totalmente prive di valore artistico e intellettuale come Natale a Miami o Natale a Rio (e ogni anno mi convinco sempre più che se Christian De Sica si facesse il Natale a casa propria sarebbe meglio). In luoghi di cultura e formazione accademica come il King’s College London (in cui il dipartimento di Film Studies è quotato al primo posto nelle università d’Inghilterra) si insegna neorealismo italiano al secondo anno: non è un corso obbligatorio, ma è uno dei corsi più popolari. Gli studenti studiano l’influenza fascista e la crisi economica e sociale del dopoguerra italiano e si stupiscono di come i film del periodo neorealista riescano ad esprimere perfettamente certe difficoltà e ansie sociali, pur mantenendo uno spirito artistico innovativo e uno stile naturale, ma al contempo forte ed elegante. Io invece, da italiana, guardo Gelsomina in La Strada o Cabiria in Le Notti di Cabiria (sì, sono una fan di Fellini, Nino Rota e Giulietta Masina nel caso non si fosse ancora capito) e mi chiedo che fine abbia fatto quella poesia e quella nostalgia romantica e al contempo struggente che distingueva il cinema Italiano del periodo di crisi. Sono convinta che “periodo di crisi” sia l’espressione chiave per rapportarsi a quel fecondo movimento cinematografico, perché è un’espressione che negli ultimi anni è riecheggiata in modo pervasivo nella nostra penisola: con rammarico mi rendo conto che non sta producendo artisti o opere d’arte degne di quegli anni, ma blockbuster dalla trama e dalla forma discutibili.

Riconoscere icone come Mastroianni e Fellini all’estero mi ha resa fiera delle mie origini; riconoscere che purtroppo figure simili non esistono più mi ha resa malinconica. Mi rendo conto che questo più che un articolo è un garbuglio di esperienze personali e riflessioni soggettive più o meno superficiali. Mi rendo conto che ha un che di emotivo e nostalgico. Ma con chi dovrei parlarne? Nella città in cui vivo Christian De Sica non lo conosce nessuno. E in fondo, è meglio così.

, Giulia Gandini

Lascia un commento all'articolo