I telefilm non sono film frate, anche se ci provano

Che sembra una frase scontata

Carlo Cosio 12\02\2015

Qualche tempo fa ho scoperto che cosa avessero i protagonisti di Friends da essere sempre così sorridenti: lo stipendio di ogni attore per le ultime stagioni della serie tv più costosa della storia si aggirava intorno ai 22 milioni di dollari. Superato lo sconcerto e la velata invidia, ho constatato che i telefilm di un certo livello sono sempre costati barili di soldi, ma che oggi di queste spese sembra parlarsene di più. Da fedele abbonato Sky nel 2010 cominciai a guardare Boardwalk Empire, una figata a mio avviso. Sia perché si parlava di proibizionismo, Atlantic City, gangster e boss, sia perché c'erano Steve Buscemi e Michael Pitt. Il tutto ovviamente curato nei minimi dettagli, con Scorsese produttore esecutivo e regista dell'episodio pilota. Ne fui entusiasta e neanche lo sapevo ma ero pronto: l'anno seguente approdava sul mio televisore Game of Thrones. Non trovai una prima donna, ma ci credo bene, una star sarebbe finita sotto la monumentalità dell'insieme. E alle star non piace finire sotto. Qui ancora di più si sfiorava il lavoro di Jackson per effetti speciali e ingegneria grafica e io ero definitivamente conquistato. Non potevo smettere di seguire questi due telefilm e allo stesso modo non potevo perdermene uno con protagonisti Kevin Spacey e Robin Wright. In realtà sì potevo, ma non l'ho fatto. Ho preferito crogiolarmi in un concetto di televisione, che investiva su prodotti di qualità, con attori e registi affermati tanto che mai come prima il suo piccolo schermo cominciava ad apparirmi grande. Questo mi ha stupito ancora di più quando la cosa ha cominciato a provocarmi disagio.

L'anno scorso Sky ha aperto un canale dedicato a questa nuova tipologia di telefilm. Fiore all'occhiello della passata stagione è stata senza ombra di dubbio la serie più cinica, dark e esistenzialmente intellettuale (o intellettualoide) che potesse vantare nel cast due attori hollywoodiani. soprattutto tenendo conto che uno dei due aveva appena vinto l'oscar e, uomo immagine di Dolce&Gabbana, stava per uscire con un film diretto da Nolan. Giusto, sto parlando di True Detective e dell'affascinantissimo e sexyssimo duo McConaughey-Harrelson. Doveva essere l'apice della mia quinquennale esperienza neo-telefilmica e lo è stato, ma in modo diverso da come mi sarei aspettato. Davanti all'ennesimo trascendente ultimo episodio mi sono trovato a fissare lo schermo nero senza capire se fossi soddisfatto. True Detective aveva spaccato: trama, attori, ambientazioni, fotografia: c'era tutto. Eppure sentivo solo un notevole senso di vuoto. Avevo già provato una sensazione simile qualche tempo prima davanti al finale di stagione di House of Cards; e di Game of Thrones; e di Boarwalk Empire. Ma con quest'ultimo era diverso, era andato oltre gli schemi che avevo individuato nei suoi predecessori finendo per essere la serie tv più vicina a quello a cui da anni questi telefilm ambivano ad essere: dei bei film. Mi piacciono i bei film e spesso quando ne guardo uno mi trovo a ripensarvici nei giorni successivi. Alcuni film, lo dico con una certa sicurezza, hanno influito sul mio modo di vedere le cose, tanto che da ciò penso che un'opera d'arte del cinema, se ben recepita, debba avere questa utilità per lo spettatore. Oggi, allo stesso modo, non credo che un telefilm possa averla. Il perché di questa sostanziale differenza sta nel fatto che un telefilm non può mai fare i conti solo con se stesso, o quantomeno non con la stessa libertà con cui può farlo il suo genitore. Quando guardo un film è come se decidessi di conoscere una persona, che in un paio d'ore ha la possibilità di mostrarmisi. La guardo e la valuto, conoscendola nel tempo della sua intera vita e se decide di dirmi tutto di sé o di lasciare qualcosa in sospeso, posso solo giudicare questa sua scelta. Un telefilm non può. Per lui il non detto è funzionale a qualcosa che ci sarà dopo, alla puntata successiva. Non mi lascia sospeso perché pensa che possa essere utile per me, ma perché sa essere utile per se stesso.

 

 

E davanti all'ultimo episodio di True Detective mi sono sentito così: sospeso, solo e quasi tradito come se l'arte del colpo di scena avesse finito per intrappolarmi in un circolo di colpi di scena tanto da farmene perdere il significato. Ma in realtà il significato di quello che stavo guardando era venuto meno perché ero io ad essere mutato nel pormi ad esso, mi aspettavo qualcosa di più di quello che poteva essermi dato, di più dell'intrattenimento, di più del "Oh hai visto che buche in terra l'ultimo episodio": mi avevano convinto che un telefilm potesse sostituire un film e nemmeno me n'ero accorto. Ecco perché l'impalcatura è crollata, perché all'apice di questo processo di identificazione, o confusione, delle due cose, finendo per mostrare cosa c'era sotto: il vuoto. Un vuoto necessario per la natura stessa del tele-film, perché per esso più che di vivere si può parlare di sopravvivere e il modo migliore per farlo è far sì che lo spettatore sia intrattenuto, spinto a guardare sempre la puntata successiva. In tal senso ho pensato alla più significativa forma di intrattenimento che conoscessi e ho controllato, in nessuna prima stagione di questi telefilm si supera la terza puntata senza una ben diretta scena di nudo o di sesso. Anzi in Game of Thrones forse si farebbe prima a spuntare le scene in cui i personaggi indossano qualcosa. Poi sangue, a galloni, colora trame che si basano su tradimenti, imbrogli, giochi di potere e stravolgimenti. Insomma ciò che socialmente un uomo è spinto a desiderare: sesso, denaro, potere, Kevin Spacey.

 

 

Che i finali aperti e insoddisfacenti servissero per mantenere di puntata in puntata un pubblico incollato allo schermo l'avevo capito già dai tempi di Dragon Ball, ma attori da film, registi da film e produzioni da film mi avevano dato l'illusione di avere a che fare con qualcosa di diverso. Notizie e opinioni su questi neo-telefilm sembrano continuare a spingere verso questa apparenza: con i fratelli Coen produttori di Fargo, Fincher in procinto di dirigere ben tre serie televisive (contemporaneamante?), Lynch che prepara la terza stagione di Twin Peaks e Woody Allen alle prese con un telefilm per Amazon sembra che il mondo del cinema sia inesorabilmente destinato a riversarsi in televisione, come affermato da autorevoli articoli degli ultimi anni, per abbandonare il grande schermo. o forse, semplicemente, è un altro modo per farci vedere la prossima puntata della prossima serie. bene, ho finito l'articolo: posso andare a guardarmi la fine dell'ultima stagione di Boardwalk Empire.

, Carlo Cosio

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