I nuovi roghi

Fiamme e picconate sempre sullo stesso punto

Roberto Binetti 31\05\2015

La storia umana, secondo un vecchio andante, sarebbe costituita da frenate ed accelerazioni che se osservate a debita distanza restituiscono un’immagine di circolarità. Motivo per il quale siamo universalmente convinti di possedere le chiavi di lettura del mondo attraverso l’esperienza acquisita. Ma l’uomo, si sa, è quello strano animale che non impara mai dai propri sbagli. L’escalation di attentati commessi dallo Stato Islamico negli ultimi mesi, che ha visto come bersaglio il patrimonio archeologico di Siria, Iraq e Libia è la restituzione di quanto non abbiamo imparato, di quanto abbiamo dimenticato. Il 29 gennaio 2015 i miliziani dell’Isis fanno saltare in aria con grandi quantità di esplosivo le mura dell’antica città di Ninive, culla della civiltà assira; il 26 febbraio, ad un mese di distanza, viene diffuso un video in rete sulla distruzione delle opere contenute nel museo di Mosul, in gran parte provenienti dalle rovine della città assira di Hatra; il 5 marzo viene dichiarata la demolizione, condotta attraverso l’impiego di bulldozer, dell’antica città di Nimrud (uno dei siti più antichi dell’intera area, con reperti risalenti al XIII sec a.C.) non distante da Mosul, sempre in Iraq; i video vengono diffusi solo ad aprile; segue la distruzione della stessa Hatra il 7 marzo.

In un secondo momento l’orbita di questi attacchi devia la propria parabola: il 18 marzo viene preso d’assalto il museo nazionale del Bardo a Tunisi. Nell’attentato sono uccise 24 persone e 45 sono rimaste ferite: si tratta dell’attentato terroristico con il maggior numero di vittime avvenuto nella capitale tunisina. Questa volta non è coinvolta la materialità del reperto o del luogo, ma quello che potremmo definire un simbolo della cultura, l’anima di un luogo della non-violenza, testimonianza di un passato che è solo creduto protettivo ed ispiratore. Ora, con Palmyra, le pietre sono tornate a far parlare di sé. La città ed il sito archeologico sono l’antica porta romana d’oriente: Palmyra, sposa del deserto, sorge a 250 chilometri da Damasco, è stata per lungo tempo, dalla sua fondazione nel I secolo d.C., il crocevia per i mercanti che attraversavano il deserto siriaco per collegare Roma con l’Oriente. Questa strategica posizione, che l’ha da sempre resa uno spartiacque fra due mondi, ha favorito lo sviluppo di imponenti architetture a celebrare la sua straordinaria ricchezza e le sue aspirazioni di indipendenza dal centralismo romano. L’eccezionalità dello sviluppo del santuario di Baal, della via colonnata con il suo tetrapylon, del teatro e la necropoli fanno del sito archeologico di Palmyra uno dei più importanti della Siria e l’hanno resa Patrimonio dell’Umanità dal 1980. Il 21 maggio il Daesh (lo stato islamico) ha comunicato la cattura dell’intera città e del suo sito archeologico.

In un secondo momento sono diffusi in rete nuovi video che testimoniano i bombardamenti che hanno distrutto gran parte degli edifici che sono stati riconvertiti a vero e proprio campo di battaglia. I fanatici sunniti controllano ormai metà della siria e le più importanti regioni sunnite dell’Iraq: il primo obbiettivo dell’IS è stato raggiunto ovvero quello di controllare un territorio paragonabile ad uno stato a cavallo fra Siria ed Iraq, troppo pericolosamente vicino a Damasco e in pericolosa prossimità di Baghdad. L’immagine è davvero sufficiente a cambiare la percezione di un dramma Le immagini sono qualcosa di potente proprio perché parlano un linguaggio che non possiede le stesse frequenze del suono: sono parole afone che si depositano senza troppo clamore ad un livello più intimo e nascosto della nostra percezione. Lì lavorano sotterraneamente e silenziose con una forza detonante che gli eccidi quotidiani, gli stupri, le torture indiscriminate e le decapitazioni forse non avevano mai posseduto. L’iconoclastia, perpetrata dai jihadisti nei confronti di monumenti che sono patrimonio dell’umanità e che per questo riescono ad abbattere qualsiasi confine di appartenenza ideologica e topografica, lavora proprio su questa ricettività del mondo occidentale, su questo nervo scoperto che ci ha fatto percepire come indifesi e contemporaneamente colpevoli. In qualche modo la sensibilità internazionale è stata risintonizzata sulla lunghezza di quest’onda, percependola in modo inaspettatamente empatico. Duemila anni di civiltà presi a picconate in modo così feroce e al contempo con così tanta cognizione di causa, hanno permesso di congiungere i punti per poi renderci conto che essi restituiscono una terribile immagine: il nostro volto.

Forse siamo arrivati a riconoscerci. E l’Occidente di fronte a questo torna a sussultare. Un sussulto paragonabile all’esperienza del vuoto alla fine di una scala, quando il piede cerca ancora un gradino che in realtà non esiste. All’immagine subentra il ricordo. “Là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini”. La citazione di Heine sigilla il monumento di Bebelplatz a Berlino che dovrebbe ricordarci gli eventi terribili del 10 maggio 1933, quei roghi dei libri promossi congiuntamente dal ministro della propaganda Joseph Goebbels e (cosa ancora più inquietante) dall’Associazione Studentesca tedesca. Venticinquemila volumi dati al rogo in quella giornata nell’entusiasmo collettivo di quarantamila festanti presenze: prendono fuoco il giovane Torless di Musil, il castello di Kafka, il Swann di Proust e con loro tanti altri. Ora potremmo servirci della frase del poeta tedesco cambiando l’oggetto senza andare ad intaccarne il senso profondo, addirittura potenziandolo: “là dove si brucia il patrimonio dell’umanità si finisce per bruciare anche gli uomini”.

La storia torna a ripetersi.

 

, Roberto Binetti

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