Godard faceva cinema senza saper fare cinema

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Stefano Arduini 02\02\2017

Jean-Luc Godard: Parigino, premio Oscar alla carriera, amante delle belle donne, fondatore del movimento della Nouvelle Vague e anche una testa di cazzo grande così. Jean-Luc è come quel fra che fa video con il cellulare tenuto in verticale, che filma qualsiasi cosa e che magari sta pure addosso con le dirette su Facebook. Ma è anche il fra che nel ‘68 boicottò il festival di Cannes per schierarsi con i tumulti studenteschi di quegli anni. Il suo è un cinema dissacrante: pieno di citazioni dei grandi classici, riferimenti all’arte e gran belle donne; Jane Fonda e Brigitte Bardot, giusto per citarne due a caso.  
Il nostro JL inizia a fare cinema nel 1960, in un’epoca i cui principali riferimenti filmografici sono personaggi del calibro di Alfred Hitchcock, John Ford ed un giovane e ancora timido Stanley Kubrick. Il cinema americano la fa da padrone e con lui una meticolosa costruzione della scenografia, accompagnata da uno studiato utilizzo delle comparse e un attento posizionamento delle luci; il tutto coronato da una sceneggiatura lineare, di facile lettura e adatta per ogni fascia d’età: inizio -> svolgimento-> fine, il cinema è ancora soprattutto un prodotto commerciale smerciato dalle case di produzione.
“Bene…” dice Jean-Luc “Fanculo!” il cinema lo vuole fare a modo suo.

E infatti le riprese sono fatte tutte in esterni: niente teatri di posa, solo ambienti reali e luci naturali; niente cavalletti, ma camere a mano che seguono le scene con lunghi piani sequenza, senza stacchi e cambi di inquadrature e niente attori professionisti per le comparse che sono passanti inconsapevoli di essere ripresi. Godard è uno di quei registi che se ne fregano di come si gira un film: lui lo fa e basta, eliminando tutto ciò che ritiene “superfluo”: scrivere i dialoghi, fare uno storyboard, dirigere le comparse, robetta insomma. Perché per Jean-Luc, il cinema non è illusione di realtà come per i suoi predecessori, ma è uno sguardo sulla realtà: realtà che, filtrata attraverso lo schermo, scopriamo in una nuova forma, oltre quella propostaci dal cinema classico.
“La fotografia è verità, e il cinema è verità 24 volte al secondo” dirà Godard per spiegare la sua idea di cinema, che vuole scuotere lo spettatore dallo stato di torpore in cui si trova durante la visione di un film. I suoi attori spesso si rivolgeranno alla macchina, parlando allo spettatore e ricordandogli che sta solo guardando un film, che tutto ciò è pura finzione, disintegrando la tensione che si crea davanti ad una scena particolarmente intensa. Anche i microfoni e i ciak entrano nelle inquadrature nei momenti meno opportuni, per superare il rapporto passivo e incantato che c’è fra spettatore e schermo. 



La cinepresa di Jean-Luc sembra tenuta in mano dal macellaio che ti vende le salamine sotto casa: spesso la vedrai perdersi andando a inquadrare una parete senza alcun significato apparente, lasciando solo sentire i personaggi che conversano in fuoricampo. “Ma fra, non senti che ci sono dei personaggi che parlano fra loro? Fammeli vedere!” pensa il pubblico “Zio ‘scolta, il mondo è fatto anche di pareti inutili, mica solo di bellocci che fanno gli splendidi con le tipe” risponde Godard “perchè l’anima del reale venga fuori, non bisogna filmare le cose, ma ciò che sta fra le cose” dirà lui con più stile.
Se pensi di non aver visto ancora nulla di tutto ciò perché "che vecchi i film di Godard", sappi che magari qualcosa l’hai già visto in un film di Quentin Tarantino, che da lui ha attinto a piene mani, dichiarando di essere un suo devoto discepolo. E in effetti gli sguardi in macchina, l’utilizzo della voce fuori campo, le citazioni di altri grandi film e la centralità dei personaggi femminili nelle sue pellicole fanno pensare a come sarebbero i film di JL se girati dai ’90 in poi. Perché magari non si dice molto in giro, ma se oggi il cinema è quello che è, lo dobbiamo anche al buon vecchio Jean-Luc Godard.

, Stefano Arduini

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