Gli scrittori servono per litigare

Dissacrare fa bene alla salute

Filippo Parola 9\03\2017

Al mio ultimo anno di liceo un giorno alla settimana avevamo il giornale gratis. Ce lo portavano il giorno della lezione di religione. E che culo: non che sia un ateo imbestialito eh, ma il punto è che quelle lezioni il 90% delle volte sfociavano in video di youtubers fanatici che ti spiattellavano i motivi per cui non dovresti festeggiare Halloween, video biografici su Padre Pio che sembravano girati da Moccia e santoni vari che Wanna Marchi scansati proprio. Insomma, per tutta una serie di motivi mi conveniva leggere il giornale. Un giorno l’occhio mi cade su un articolo che parlava di Pier Paolo Pasolini, e iniziai a leggerlo. E’ passato molto tempo e probabilmente in quel momento il fascino discreto del trash e di Natuzza Evolo trionfava sul mio Ego pseudointellettuale, quindi non me lo ricordo precisamente. In pratica c’era questo zio (un pezzo grosso credo) che criticava, con un ragionamento sensato e non uno sproloquio alla Sgarbi, il modo di fare cinema del regista. Contro di lui, sempre nell’articolo, un coro di voci difendeva Triplo P, sostenendo che non ci si dovrebbe permettere di criticare un genio del suo calibro.  
Non è tanto la critica in sé che mi ha spinto a scrivere questo articolo, quanto l’esplosione di fedeltà e di intoccabilità nei confronti di quello che è, sicuramente, uno dei più importanti intellettuali del Dopoguerra made in Italy. Il fatto che PPP fosse un genio non lo metto in dubbio, come non lo metteva in dubbio lo zio che l’ha criticato. Ma questa affermazione non coincide col fatto che non gli si possano muovere critiche. Allora frate, diciamocelo chiaro, in quelle che vengono denominate “arti” ci sono delle gerarchie: Shakespeare ha importanza maggiore di Dario Fo, come Fellini rispetto a Sorrentino. Su Truce Baldazzi e Bello Figo ho ancora i miei dubbi. Parlare di superiorità non significa che uno sia un grande e l’altro conti meno di zero, ma che il primo, vuoi per le materie e i temi trattati, per l’influenza sui posteri, per le innovazioni che ha introdotto, è entrato a far parte della gang dei “classici” assumendo quindi su di sé un’importanza che un po’ tutti riconoscono. Da questo secondo dato di fatto ricavo due affermazioni talmente semplici che molto spesso tendiamo a dimenticarcene.

Primo. Nessuno mi obbliga a leggere i classici o a preferire loro agli artisti “meno fortunati”. Se ritengo Baricco più importante di Moravia probabilmente mi sono perso dei pezzi, ma se accetto l’evidente e riconosciuta gerarchia tra i due nessuno mi vieta di preferire “Oceano mare” ai romanzi del romanaccio. Secondo. L’importanza universalmente attribuita ai classici non è sinonimo di ineccepibilità. Ed è qui che sta il senso del discorso e il motivo per cui mi sono un po’ scazzato di fronte al coro in difesa di Pasolini. Per farti un esempio, Dante è sempre stato e rimarrà un Big, non si può negarlo. Ma questo non significa che a me debba piacere per forza e che non gli possa muovere delle critiche. Nel momento in cui prendo atto che Dante è un king del verso posso benissimo non apprezzarlo per una serie di motivi (la superbia nel ritenersi giudice e dividere i bravi ragazzi dai cattivi, la rima incatenata che vincola e limita la libertà di un verso meno rigido, ecc.). 
Ed è proprio questo che i fedelissimi di Pasolini sul giornale non volevano capire. Forse per loro l’importanza coincide con la sospensione del giudizio, o forse non permettono simili dubbi per paura di vedere dissacrato un personaggio sicuramente importantissimo. Ma è proprio qui che secondo me si sbagliano: gli scrittori devono essere dissacrati. Parlo di scrittori perché sono quelli che mi stanno più a cuore, ma puoi metterci chiunque rientri nella categoria degli artisti. E dico dissacrati non nel senso che mandiamo in fumo la storia della gerarchia di cui parlavamo sopra, ma nel senso che non li consideriamo come il Vangelo, quindi possiamo permetterci di trovare dei punti di dissenso. 
Vanno dissacrati non tanto perché oggi non conti più un cazzo niente e nessuno, ma solamente perché attraverso le critiche, le osservazioni e i dubbi si può provare a capire la vita di un artista e quello che ha fatto. Se imparo le citazioni di Shakespeare a macchinetta ma non sono in grado di fare un ragionamento riguardo a una sua opera, se non mi lascio coinvolgere da essa, allora ho solamente buttato via del tempo. Leggere ha senso nel momento in cui l’atto della lettura mi provoca qualche sensazione, che sia di disprezzo o di apprezzamento, mi coinvolge emotivamente, mi fa ragionare su temi che non avevo mai considerato o analizzare i soliti attraverso una prospettiva nuova. Gli scrittori servono per litigare proprio perché il litigio con loro diventa un litigio con me stesso, un’azzuffata che mi permette di mettermi in discussione, ricredermi aka crescere e diventare una persona migliore. 

, Filippo Parola

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