Filippo Andreani, cantautore tra calcio e punk

Lo abbiamo intervistato, in occasione dell'uscita del suo nuovo album

Davide Zanelli 12\06\2018

Filippo Andreani è un cantautore come oggi se ne trovano pochi. Non che cinquant’anni fa ce ne fossero tanti abituati a parlare di calcio e di amore in una certa maniera. Ma la voce profonda e lo stile, con rime alternate o baciate, sono quelli di un’altra epoca. Resta comunque difficile provare a categorizzarlo, perché Andreani proviene dalla scena punk (era il chitarrista degli Atarassia Gröp) ma soprattutto dal tifo calcistico ed è appassionato di Beppe Viola, Brera e Mura. Si parlerà anche di pallone e - non temete - vi si darà una mano nei passaggi più “calcistici” di quest’intervista, ma se non conoscete i tre nomi scritti sopra, vi conviene cercarli in libreria perché si parla di tre grandi maestri.

In ogni caso, Filippo l’abbiamo incontrato al Magazzino 47 a una bella serata di finanziamento per lo sport popolare: abbiamo fatto una chiacchierata più che un’intervista e bevuto un bicchiere di vino. Facciamo due, dai. Lui ha 41 anni, il viso e occhi di un bambino e quest’anno ha lanciato “Il secondo tempo”, il suo quarto album (trovate tutto qua e vale la pena dargli un ascolto).

Ciao Filippo, rispetto al primo album mi sembra abbiate fatto un lavoro più professionale. Non è che inizi a fare solo il cantante?

Sì, l’album è lavorato meglio. Io però ora ho due bambine e un mutuo: non è che posso avventurarmi a fare il cantautore. Però il mio sogno è quello lì: io, vivendo di sogni come quando ero bambino, penso che un giorno potrò fare il cantautore. Però non ho un progetto vero. La musica per me è tutta in perdita. Faccio l’impiegato, mi ero laureato in Giurisprudenza, ma ora per fare l’avvocato bisogna far tutto, anche sfratti e pignoramenti. E io queste cose non le volevo fare.

Come si scrive una canzone tutta in rima in un “derby d’ospedale”?

Per chiunque faccia arte le idee arrivano in un certo momento e in quel momento tu devi essere capace e avere il culo di coglierle perché se no vanno. Quando c’è un coinvolgimento emotivo così grande, è facile: o scrivi una minchiata allucinante o scrivi una bella canzone.

Il calcio è un’altra fonte di ispirazione?

Essendo un grande appassionato di stadi e soprattutto di quello che c’è intorno, è chiaro che pesco tanto da lì. Il calcio lo uso sempre come scusa per parlare di qualcos’altro. Per esempio, anche se era chiaro che volessi fare una canzone per Gigi Meroni, quello che volevo comunicare era che l’amore sopravvive anche alla morte, per cui la storia di Gigi e Cristiana si prestava perfettamente anche a questo.

Dietro ai tuoi pezzi sembra quasi che ci sia un lavoro giornalistico, come per Adelmo Cervi. [Filippo l’ha conosciuto di notte, dopo un concerto a Berlino. Indossava bermuda era senza maglietta e mangiava prosciutto da una vaschetta. Aveva circa 70 anni ed è il figlio di Aldo, uno dei fratelli Cervi]

Una ricerca attenta la faccio sempre. Nella canzone per Adelmo, per esempio, volevo parlare del rapporto tra padre e figlio, perché il papà non se ne va mai, resta sempre accanto al figlio. Io, avendo perso il mio, avevo il desiderio di fare una cosa così.

E cosa c’è di te in Gigi Meroni? [Si sta parlando uno dei giocatori più forti ed estrosi visti in Italia negli anni ‘60]

Credo soprattutto la sincerità: Meroni non andava in giro con la gallina al guinzaglio perché così la gente lo guardava. Lui andava in giro con la gallina al guinzaglio perché lo voleva fare. Era una persona molto sincera ed educata.

Che valori ti ha trasmesso vivere il calcio facendo parte del dodicesimo uomo?

Nel mondo ultras la parola valore, così come mentalità, mi sembrano termini troppo abusati e ridondanti. Anche nella vita, nella musica e negli affetti mi sono sempre tenuto lontano dagli slogan perché li trovo completamente inutili: però ho imparato il rispetto, sia per l’amico che per l’avversario. E poi ho imparato tutte quelle cose più belle. Non so, gli odori. Lo stadio ha un odore che non trovi da nessun’altra parte, c’è solo lì: nel mio caso è “l’odore d’acqua dolce che attraversa l’inferriata”. Poi l’amicizia e l’idea che ogni tanto si debba lasciare a casa la testa.

Come è stato il passaggio dagli Atarassia Gröp alla vita da cantautore?

Da una parte mi sono ritrovato lì, dall’altra parte però, nonostante gli Atarassia Grop fossero un gruppo street punk, mezzo skin, comunque non abbiamo mai scritto “scenderemo nelle strade e vi romperemo il culo”. Cercavamo di fare dei testi un pochettino più articolati e già almeno negli ultimi due dischi che avevamo fatto tutti insieme credo si senta bene l’amore che ho verso le parole. Ormai mi pesa suonare alle 3 di notte: io continuo ad avere 12 anni tranquillamente, però il giorno dopo i miei 41 li sento tutti. Dire più o meno le stesse cose, ma in contesti più “cristiani” in cui puoi suonare alle dieci sera in questa fase della mia vita è meglio.

30 gennaio 2014 è la canzone sul “derby d’ospedale” in cui è nata tua figlia Annarella, a cui chiedi di salvarti“da una noia da provincia di Milano”. Ci è riuscita?

Sì, m’ha salvato anche troppo. A parte che il senso non è esattamente la noia: il senso è più quella normalità che non piace. È più da quando uno fa programmi: io sono uno molto razionale: tra tre anni faccio una cosa, tra dieci quell’altra… Quando hai bambini piccoli, queste cose non le fai più. Dici: “Cosa facciamo tra cinque minuti?”. E poi fai sempre il contrario di quello che avevi programmato.

Come nasce l’idea di Best, uno dei calciatori di cui si è parlato di più? Scrivi una canzone su di lui senza tenere conto di tutta quella letteratura legata al fatto che vivesse di alcol e belle donne. [Si parla di George Best, un fenomeno rovinatosi il fegato e la vita a forza di bere]

Lui stesso però se l’è costruita tutta questa letteratura. Parto dal presupposto che se uno beve per divertirsi, è normale, ma un alcolista sta davvero male, anche se ha molte donne e auto sportive in garage. Alcune parole della canzone arrivano dalla sua autobiografia. “Gli uomini di Belfast non ballano mai” son parole sue.

Però lo leghi a sua mamma, anche lei alcolista…

Sì, perché mi piace di più guardare dietro al personaggio e capire cosa c’è. Best quando diventa calciatore? Quando ha uno stadio intero che lo acclama o quando gioca in un campetto nel fango a Belfast? Secondo me è la seconda. Io odiavo che Best fosse associato solo ad alcol, donne e macchine sportive. Le persone non sono così, questo è quel che ti ritrovi durante la vita: qualcuno non si trova niente, qualcuno troppo. In Best c’è tantissima tenerezza e umanità: lui, pur essendo stato uno dei più grandi playboy, si è fatto vedere mezzo moribondo dicendo: “Oh, ragazzi, non bevete perché diventate come me”. Per fare così devi avere sensibilità e coraggio. Avrebbe potuto morire come uno che aveva fatto una vita da fare invidia, ma ha scelto di morire come un disperato.

Il tuo ultimo album s’intitola “Il secondo tempo”. Perché ti fa così schifo il primo?

Ma non è che mi fa schifo, è che non esiste. Quando i bambini giocano a pallone fanno partite che non hanno un termine: quando fa buio o ti chiama la mamma si torna a casa. Ma i bambini non lo sanno mica, per loro esiste solo un tempo ed è sicuramente il secondo. Il primo è un tempo in cui le squadre si studiano, è tattica, e poi se prendi un gol c’è sempre la possibilità di pareggiarlo nel secondo. Invece se lo prendi nel secondo devi rimetterlo subito, i bambini hanno fretta di pareggiare. I bambini vivono nel secondo tempo e così faccio anche io, per carattere, da sempre, anche quando avrò ottant’anni, dopo i prossimi quindici dischi e prima degli ultimi due. Il secondo tempo è uno stile di vita.

, Davide Zanelli

Lascia un commento all'articolo