Le donne folli del cinema anni Ottanta

Non si capisce se siano nemiche o vittime del sessismo

Chiara Novali 06\04\2018

Negli anni Ottanta sembra che il cinema proponga storie di follie femminili estreme e tristemente vere. Ed è successo che a distanza di mesi mi son ritrovata a vedere due film dello stesso periodo, ma di due registi totalmente diversi anche per nazionalità, proporre la stessa folle immagine di donna.

Mi è capitato, dunque, di guardare 37.2 Degré le Matin, una sera. Conosciuto anche come Betty Blue, si tratta di un film del 1983 del regista Jean-Jacques Beineix, un perfetto sconosciuto per me. La storia è inizialmente ambientata in una sorta di villaggio sperduto « da qualche parte in mezzo al nulla ». Lui è un operaio che passa le sue giornate nella calura di questo luogo stile deserto, torna a casa dal lavoro e ascolta musica sulla terrazza legnosa di una casa prefabbricata, di tanto in tanto sorseggia birre e alcolici super. L’immagine iniziale è quella che metaforicamente si potrebbe riassumere come il far west abbandonato e un covone di paglia che ruzzola per la strada.

Mesi dopo quindi mi decido a guardare un altro film, datato 1986 e intitolato L’èté Meurtrier ("L’estate Omicida"). Il titolo è accattivante perché qui dove sto io il freddo non desiste, inoltre il legame «estate» - «calura» mi fa ripensare al film di cui ho appena parlato e di cui conservo un buon ricordo, quindi è fatta.

E infatti, mi si ripropone lo stesso incipit dell'altro: lui è un meccanico trentenne che vive in un piccolo bucolico villaggio tra la campagna e la montagna. Condivide la casa con l’anziana madre, la zia sorda e due fratelli - ovviamente molto diversi da lui - quando a una erto punto eccolo: il covone di paglia che si aggira per le strade del far west.

Per una volta i miei precoci viaggi mentali ci hanno azzeccato, penso tra me e me. In realtà i due film non sono identici ma, guarda caso, entrambi i giovani protagonisti, aitanti operai che non sanno più dove cercare l’ultimo spiraglio di felicità, si imbattono in due altrettanto giovani e folli donne che non possono lasciarli indifferenti.

In 37.2 degré le Matin, è Betty, una ragazza un po’ svampita ma sicura di sé in virtù del suo corpo perfetto che piomba sulla scena e cambia le regole del gioco. Così come in L’été Meurtrier, Eliane è una bellissima donna che cambia tre vestiti al giorno e che disdegna le amiche sempliciotte del villaggio.

Il primo dato in comune è la folle fissazione che queste due creature, piazzate lì in una sfera un po’ onirica e sicuramente irraggiungibile, dimostrano nei confronti dei due ragazzi altrettanto «fuori dal mondo», che sono in realtà molto meno sempliciotti di quanto ci vogliano far credere. Gli uomini si rivelano infatti essere portatori di principi solidi, semplici, come la famiglia, gli amici, il lavoro: sono due modelli di quel genere di vita che sembra essere ben lontano dalla condotta delle due parti femminili in questione. Betty e Eliane cadono nella rete di quell’amore folle in quanto stranamente semplice e quotidiano, senza mai un litigio e senza mai un sospetto per il quale non si possa trovare una catena di cause ed effetti ben razionali.

In entrambi i film le protagoniste sono preda di altri tormenti interiori, uno a caso quello di essere l’oggetto degli sguardi voraci del pubblico maschile e chiaramente di disdegnare, nello stile della Venere che esce dalle acque, le richieste di qualsiasi comune mortale che non sia l’innamorato in questione. Sono innamorate, ma a modo loro. Sono semplici all’inizio, ma si rivelano folli alla fine.

Il magico potere del cinema è, tra le altre cose, quello di catturarti in una storia che in realtà anche se non te ne accorgi può prendere le pieghe più inaspettate e strane. In questo caso la piega più assurda è senz’altro il passaggio ben calcolato da quella situazione idilliaca e controllata di amore semplice, al momento in cui tutto si sfalda per trasformarsi in una sorta di inferno che ti fa pensare «ommioddio pensa se capitasse a me». 

Ed è a questo punto che la cosa ha cominciato a stupirmi, quando, ad un certo punto, le donne si trasformano in due mostri; entrambe scoprono di avere dei fantasmi, delle nevrosi chiuse nel cassetto per troppo tempo che saltano fuori ad una certa e sconvolgono le loro vite: finiscono per essere internate in un ospedale psichiatrico - che il regista si sforza di dipingere come un luogo neutro e quasi accogliente - senza più capire perché sono al mondo e soprattutto rinnegando la loro stessa identità. Betty non parla più, Eliane pensa di avere nove anni e aspetta che arrivi suo padre a prenderla per portarla a casa.

Due finali insomma che hanno saputo sconvolgermi un po'. E certo, ne sarò rimasta impressionata perché sono una donna - o comunque una sottospecie di creatura che si può definire femmina - e perché Betty e Eliane si sono ridotte in quello stato a casa di due uomini. Ma a uno sguardo già profondo mi rendo conto che la causa della malattia mentale è solo apparentemente un uomo (fidanzato o padre che si voglia), la verità è che la follia delle donne era da tempo qualcosa che determinava dei momenti un po’ slegati dalla realtà nelle loro vite e che faceva sì che spesso avessi l’impressione di osservare una strana specie di animale mitologico-fantastico, molto raro.

Poverine, insomma, penso alla fine. Mentalmente sono a un passo dal rivalutare la questione etica del famoso « stupro » di Ultimo tango a Parigi, per cui Marie Schneider ha fatto parlare di sé in un periodo storico importante per i movimenti femministi. Cosa ne è stato, mi domando, della madre premurosa che si ritrovava nei film degli anni cinquanta e fino ai primi sessanta? Dov’è finita la dolce e intelligente moglie che tiene a bada il marito ubriacone nello stesso preciso momento storico e cinematografico? Perché le donne per essere contro il sistema devono essere dipinte come FOLLI?

Non ho una risposta che non sia una molto personale visione della cosa. Negli anni ottanta la questione della parità dei sessi, era un tema sicuramente caldo, nuovo e in parte ancora da metabolizzare. I due registi, dunque, rappresentano secondo me una parte della reazione pubblica alla questione femminile. Con i film, i due hanno deciso di mettere in luce una degenerazione di una nevrosi femminile attraverso il contrasto tra protagonisti uomini - simbolo dei costumi - e protagoniste donne - simbolo della ribellione. Per tutta la durata dei film infatti l’impressione che ho avuto è che la psicologia femminile si rivelasse a partire da quella maschili, e contro di essa: l’uomo è sempre nei ranghi, la donna ad una certa impazzisce.

I due registi hanno forse voluto mettere in luce la degenerazione del cervello femminile sottoposto a pesanti fonti esterne di stress sociale, e il risultato è interessante, ma, come dire, superficialmente lasciato a metà: la malattia mentale di Betty e Eliane infatti diventa quasi un escamotage per aumentare il fascino delle ragazze e una condanna per il loro essere anti-sistema. Mi domando insomma se davvero questi due film parlino di uguaglianza tra uomo e donna o se abbiamo solo contribuito a solcare un segno socialmente più profondo tra i due sessi. Non sono sicura della risposta, ma intanto penso andrò a vedere Unsane, l'ultimo film di Soderbergh che parla di una donna internata in un manicomio. Ti suona famigliare?

, Chiara Novali

Lascia un commento all'articolo