Fatti un selfie con l'uomo nero che ha il cell più bello del tuo

E non è un motivo per lamentarsi

Fabio Parola 12\11\2015

“Uno spettro si aggira per l’Europa”. Così iniziava il Manifesto del Partito comunista ed era il 1848. Sono passati centosessantasette anni, ma possiamo tornare a dirlo: uno spettro, una creatura misteriosa e inquietante, la cui apparizione fa tremare le vene ai polsi, vaga per l’area Schengen. E no, non è la minaccia della rivoluzione bolscevica. Sono i migranti con lo smartphone.

L’opinione pubblica europea già da tempo aveva odorato che qualcosa nell’aria stava cambiando, che i barconi non scaricavano più sulle coste sicule, come al solito, donne denutrite e bambini dai grandi occhi imploranti, costretti a mettersi d’accordo e morire in almeno tre/quattrocento per riuscire a far convocare un vertice d’emergenza a Bruxelles. Ci siamo però resi definitivamente conto della comparsa del migrante con lo smartphone solo quando, all’inizio di settembre, abbiamo visto la cancelliera Merkel, fresca dell’annuncio di aprire le frontiere tedesche ai profughi in fuga dalla Siria, mettersi in posa perché questi ultimi potessero farsi una selfie con lei. Allora, sgomenti, ci si è resi conto che le selfie non erano scattate da Angela, ma dai siriani. Con i loro smartphone.

Difficile conciliare, per la mente europea, due visioni tanto contrastanti: da un lato la figura tradizionale del profugo, del migrante scalzo e affamato approdato in Spagna, Grecia o Italia in cerca di fortuna; dall’altro i giovani, istruiti e poliglotti siriani intenti a comunicare via Whatsapp ai parenti rimasti in medio oriente il buon esito del loro viaggio. Com’è possibile che chi bussa con una mano alle nostre porte, chiedendo accoglienza, possa reggere nell’altra un Samsung? Un Paese i cui cittadini possiedono smartphone non può far parte del club delle nazioni in via di sviluppo, ergo qual è la giustificazione dell’ondata migratoria che si sta abbattendo sull’Europa? Se i profughi siriani non arrivano dal terzo mondo, chi sono? Che vogliono da noi? Qualcosa non torna, è chiaro.

Davanti all’incapacità di comprendere un fenomeno, interviene solitamente un meccanismo per cui rimandiamo le cause di ciò che osserviamo a qualcosa di superiore a noi, di potente e elusivo. Certo, non lo possiamo descrivere e spiegare, ma già il fatto di essere consapevoli della sua presenza ci tranquillizza: significa che abbiamo gli occhi aperti. Così nasce il complottismo. Tornando alla questione migranti, gli europei, posti di fronte all’impossibilità di far quadrare il cerchio dopo la comparsa del profugo digitale, vedono una sola risposta: qualcuno ci sta fregando. Fortunatamente per noi, giunge a salvarci da tale aporia la distinzione fra migranti economici e richiedenti asilo politico. Mentre il migrante economico è soggetto alla decisione dello Stato in cui giunge di accettarlo o respingerlo – si dice – il richiedente asilo non può essere espulso, perché la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo sancisce “il diritto di cercare e di godere in altri Paesi asilo dalle persecuzioni”. È chiaro che una guerra civile, come quella siriana, rientra nel vasto campo semantico del termine persecuzione. I siriani con lo smartphone, quindi, non sono migranti economici, sono richiedenti asilo e in quanto tali vanno accolti. È chiaro però che un passaggio preso da un trattato internazionale, una fredda norma giuridica, non può calmare il nostro disagio davanti al migrante con lo smartphone. L’europeo è ancora confuso.

La questione, infatti, non riguarda i diritti umani. Nemmeno i più ferventi nazionalisti hanno protestato davanti alla decisione di accogliere i richiedenti asilo. La questione sta tutta negli smartphone. Se i richiedenti asilo non li avessero, nessuno protesterebbe, perché tutta la critica parte da lì. Significa che per noi accogliere va bene, ma solo a patto che l’altro si spogli di ciò che simboleggia una vita normale, decente. Vuoi il mio aiuto? Fammi vedere quanto sei disperato. È un meccanismo subconscio, che non può essere razionalizzato e messo a tacere da una distinzione tra migrante economico e richiedente asilo. L’appagamento per il nostro gesto di aiuto è tanto maggiore quanto più priva di speranze e risorse è la persona che andiamo a aiutare. Abbandona la tua dignità, Ahmed, e lasciami essere il tuo buon samaritano. “Di aver visto il sofferente, di questo io mi sono vergognato a cagione della sua vergogna; e, nell’aiutarlo, ho offeso duramente il suo orgoglio”. Così parlò Zarathustra. I migranti con lo smartphone ci danno la misura della distanza tra il superuomo e noi, che ancora abbiamo bisogno della vergogna dell’altro per sentire orgoglio verso noi stessi.

Nel video qui sopra si vede Damasco rasa al suolo. Prima di quel mucchio di macerie, però, non c’era la savana. C’era la capitale di un Paese dove, che ci crediate o no, si vendevano e compravano anche smartphone.

, Fabio Parola

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