L'assassino toelettatore della Magliana

La lugubre vicenda a cui si è ispirato Garrone nel suo ultimo film

Guido Giovannetti 22\05\2018

Il telefono non squilla

Roma, quartiere della Magliana, 18 Febbraio 1988. Vincenzina Carnicella, madre del ventisettenne Giancarlo Ricci, è preoccupata: quel pomeriggio il figlio le aveva promesso che sarebbe tornato a casa in serata, ma è quasi ora di cena e di lui ancora nessuna traccia, neppure una chiamata. La donna ha paura, soprattutto, che il ragazzo sia di nuovo finito in un brutto giro di droga, dalla quale l’ha già salvato in un paio di occasioni per il rotto della cuffia.

Qualche minuto dopo, Vincenzina si accorge che la macchina del figlio è parcheggiata al suo solito posto, ma la tranquillità dura poco – giusto il tempo di realizzare che, nonostante la presenza della macchina, il ragazzo sembra ancora disperso. Il giorno successivo sarà infine la polizia a portare notizie di Giancarlo: è morto, il suo cadavere è stato abbandonato in una discarica nei dintorni.

Gli spacciatori siciliani

Le indagini degli inquirenti cominciano proprio dalla macchina di Ricci, e fin da subito viene fatto loro notare qualcosa di anomalo nella sua apparente normalità: la macchina è chiusa, e non ci sono le chiavi nel cruscotto. Giancarlo Ricci, infatti, non è proprio una persona ordinaria: nel quartiere lo conoscono tutti come “Er Pugile”, un tracotante bullo e abituale consumatore di cocaina dal passato di boxeur. Er Pugile è solito lasciare la macchina aperta con le chiavi inserite dentro: chi lo conosce, teme di finire sotto i suoi pugni, e non si azzarderebbe mai a rubargli l’auto.

Come si spiega, allora, questa stranezza? È presto detto: la macchina l’ha parcheggiata un amico della vittima, tale Fabio Beltrano. Il ragazzo racconta ai poliziotti che non ha idea di dove possa essere stato Ricci, ma sa che aveva guai con un gruppo di spacciatori siciliani: forse sono stati loro ad ucciderlo.

Eppure le indagini sulla pista sicula non portano assolutamente a niente: non c’è traccia nel quartiere (o nei dintorni) di movimenti relativi ad un simile gruppo di spacciatori. Da dove viene l’informazione data da Beltrano? A tale richiesta, Fabio risponde che la voce gli è giunta dalla bocca di Pietro De Negri, detto “Er Canaro”: ed è davanti al negozio di toelette per cani di De Negri (da cui gli deriva il soprannome) che Beltrano ha lasciato il Ricci l’ultima volta che l’ha visto.

“Er canaro”

Pietro De Negri è un minutissimo trentaduenne sardo, sposato con Paola – una ragazza che ha conosciuto mentre faceva il militare – dalla quale ha avuto una figlia che adora come poche altre cose al mondo: è, inoltre, un uomo gentilissimo e disponibilissimo, uno che “se entrava in casa, si curava prima di spegnere la sigaretta”. Ma questa sua naturale bontà non sembra essere ripagata a dovere.

Gli uomini, per De Negri, sono infidi e ingrati, senza onore: dopo tutte le delusioni ricevute dal suo donare senza mai ricevere, l’uomo ha trovato la sua personale tranquillità nel rapportarsi con i cani, che vede come creature fedeli e devote, d’animo buono, pronte ad ubbidire senza addurre scusanti. Ha una cagnetta, Jessie, a cui è affezionatissimo, e gestisce il suddetto negozio per la pulizia dei cani.

Nel 1984 le strade di De Negri e Ricci si incrociano, ed è proprio Er Pugile a tessere il filo del proprio destino: entra nella toelette del Canaro e pretende di poterla utilizzare per fare un buco e rapinare l’adiacente negozio di vestiario. De Negri non ci sta, ma Ricci non accetta un “no” come risposta: alla fine, pestato a sangue, Er Canaro accetta di dare le chiavi a Er Pugile in cambio di metà della refurtiva. Il colpo va a segno, ma la polizia scopre in breve tempo che la porta della toelette non è stata forzata: De Negri, però, non fa nomi, e si sconta dieci mesi di prigione per furto.

Quando esce, l’uomo va da Giancarlo a pretendere la sua parte, ma si sente rispondere che la merce è stata rubata e che i soldi non ci sono. Alla disperata ricerca di soldi, De Negri inizia a spacciare cocaina, peggiorando le cose: Er Pugile lo va spesso a trovare in negozio, prendendogli soldi e droga con la forza, senza pagare. Eppure Er Canaro sembra colpito dal giovane bullo di quartiere: lui, così minuto e gracilino, così disponibile e per questo sfruttato dalle persone, sogna quella violenza fisica a lui negata dalla natura, quella prepotenza che rende il Ricci tanto temuto e rispettato da tutti gli abitanti della Magliana. È in questo ambiguo sentire di frustrazione e ammirazione che passano tre lunghi anni, fino al momento definitivo di rottura.

La confessione

Pochi giorni prima che il corpo di Ricci venisse trovato, De Negri era andato a protestare con i genitori della vittima, sostenendo che Giancarlo gli avesse distrutto lo stereo in un raptus rabbioso e dovesse ripagarlo. Ma non solo: il giovane bullo aveva passato il segno, colpendo la povera Jessie e lasciandola in fin di vita.

Quando il 18 Febbraio 1988 Ricci effettua la sua ennesima, abituale capatina alla toelette, accompagnato da Fabio, De Negri gli dice che ha un affare per lui: stanno per passarlo a trovare alcuni spacciatori siciliani, che avranno molti soldi e droga con sé; il giovane dovrà solo nascondersi in un posto sicuro (la gabbietta dove tiene i cani prima di lavarli), per uscire al momento giusto e rubare il tutto alle ignare vittime. Er Pugile accetta ed entra nella gabbietta: ma quando sente il lucchetto chiudersi, capisce che qualcosa non va.

Una martellata alla testa raggiunge il Ricci: è l’inizio di una lunga notte, sette ore di tortura brutale e selvaggia. De Negri racconta di averlo riempito di benzina dentro la gabbia, poi di averlo legato al tavolo dove effettuava la “manicure” ai cani: qui gli ha amputato alcune dita della mano, cauterizzandole per non farlo dissanguare, poi gli ha reciso naso, orecchie, lingua e genitali, sistemandoglieli in bocca e causandogli la morte per asfissia. Avrebbe poi infierito sul cadavere più volte, rompendogli i denti, infilandogli le dita amputate negli occhi e nell’ano, lavandogli il cervello con lo shampoo per cani.

Dopo essere stato in un primo momento ritenuto incapace di intendere e di volere, De Negri si fa registrare da una giornalista del Messaggero e dichiara: “L’ho fatto... e lo rifarei”. Viene dunque nuovamente arrestato, e condannato a ventiquattro anni. Ma le cose sono davvero andate così?

I dubbi

Sicuramente il racconto di De Negri è in gran parte fasullo: non ci sono prove di buona parte delle torture confessate, Ricci è morto dopo circa un’ora a causa di numerose martellate inferte alla testa, e forse non è nemmeno entrato nella gabbia per i cani – del resto persino Jessie è stata trovata in condizioni troppo stabili per essere un cane rimasto in fin di vita pochi giorni prima del delitto. Recentemente, poi, la madre di Ricci ha querelato Garrone per il film “Dogman” ispirato alla vicenda, sostenendo che De Negri non avrebbe potuto “avere la meglio sul figlio” da solo, definendolo un “pupazzo” che copre il vero colpevole.

È allora, forse, questa storia interessante soprattutto per lo strano rapporto tra i suoi protagonisti: un uomo dominatore che addomestica a pugni un uomo debole, così come l’uomo debole addomesticava i cani; un uomo debole che, nonostante tutto, è fedele al suo “padrone”, ammirandolo e servendolo con obbedienza più di quanto facesse con gli altri “padroni”; un uomo-cane che, infine, troppo maltrattato, schiuma tutta la propria rabbia in un ultimo impeto selvaggio, per ottenere di nuovo (a caro prezzo) la propria libertà.

, Guido Giovannetti

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