Bella per Elsa Morante

Che spiega alla gang l'utilità e il danno della storia per la vita

Filippo Parola 11/05/2017

Per molto tempo non mi è piaciuto studiare storia. Ok non le ero così impermeabile come alla matematica fra, però non vedevo molta utilità nell’imparare battaglie, mogli, figli e outfit di un re. E non parliamo delle date: faccio fatica a ricordare anche il compleanno di mia mamma, scusa Ghali. La trovavo una materia da eruditi, nemmeno buona per quando al quarto Campari vuoi fare il brillante con una tipa presa bene dai libri; un sapere proprio scolastico, cultura fine a se stessa. La catena studio-faccio la verifica-resetto tutto si spezzò solo grazie a questa prof che se ne sbatteva abbastanza del nozionismo e si sforzava di farci ragionare di fronte ad eventi e dati oggettivi. Cercava di insegnarci ad estrapolare le ragioni e le conseguenze di un fatto e ci spingeva a trovare affinità e divergenze con la contemporaneità. Da allora ho iniziato ad apprezzare la storia, a riconoscere molti aspetti dell’oggi anche in trame ambientate nel Cinquecento. Ma il vero giro di boa l’ho fatto qualche mese fa, quando ho letto questo romanzo al sugo chiamato, appunto, La Storia e firmato Elsa Morante.

È ambientato a Roma tra il 1941 e il ’47, quando ci stava la guerra e tutte le cose trite e ritrite che sappiamo. La Storia, però, le racconta da una prospettiva diversa e completamente in soggettiva, filtrata dagli occhi di una comunissima famiglia costretta ad affrontare gli avvenimenti del periodo. È un romanzo che ricorda molto le ambientazioni del Neorealismo italiano: Elsa Morante, come Rossellini o De Sica parla della gente comune (tanto da pubblicar fin da subito il romanzo in edizione economica); un libro ambientato nelle strade, che afferma la bellezza e la poesia della vita senza esitare a spararcene poi addosso tutta la crudeltà e l’assurdità: perché ci stava la guerra e tutte le sue conseguenze. Conseguenze che ci piombano addosso ricadendo sulla vita di una madre fragile e impaurita, di un figlio spavaldo e sicuro e di un altro invece perennemente bambino, costretto ad allevarsi da solo. Non si parla di qualcosa di astratto o di eroi, re erotomani, grandi battaglie e squilli di tromba, ma di gente comune, come me e te, che non porta con sé altra ricchezza se non la propria stessa esistenza, il fatto di esserci, di amare e soffrire. La storia è un grande affresco formato da una moltitudine di volti, e certe volte siamo talmente occupati a notare le linee di forza e la visione d’insieme che perdiamo di vista le singole espressioni, così vere e uniche da risultare eterne, vicine a noi nonostante i decenni che passano. La Storia mi ha insegnato a riconoscere quei volti all’interno delle grandi sintesi e mi ci ha messo in contatto.

Ora posso addirittura dirti che ci sono due modi per avvicinarsi alla storia: una storia dell’attualità e un’attualità della storia. Mi spiego meglio: con la prima hai una visione critica del presente, riesci a comprendere in modo chiaro e oggettivo ragioni e conseguenze di quello che succede, senza essere coinvolto e influenzato dall’emozione. Ed è una cosa difficilissima riuscire ad avere un’opinione bilanciata su qualcosa che è successo l’altro ieri; per questo motivo negli anni Settanta la profe non ti parlava di Olocausto, tipo. Con la seconda, invece, cerchi i parallelismi tra vicende lontanissime e il presente, cerchi l’umanità che risiede sotto i grandi avvenimenti, quell’umanità che si sbatteva, si sbatte e si sbatterà sempre. Se impariamo a scovarla, forse saremo ancora in grado di capire romanzi ambientati settanta anni fa e, passando dal tempo allo spazio, uscire dal nostro giardinetto e trovare punti di contatto con quello che succede dall’altra parte del mondo.

Perché essere nati in un Paese che non è certo il mejo ma che tutto sommato ci concede di dormire sotto un tetto e di scrivere #mainagioia non è proprio una cosa scontata. Forse è solo stata una botta di culo, ci avevi mai pensato fra? E non ti sto dicendo di lasciare tutto e andare a fare la Madre Teresa 2k17, ci mancherebbe. Ma ogni tanto potremmo riconoscere che la storia avviene anche oggi e che noi ne facciamo parte; potremmo lasciarci toccare dalla sofferenza di chi vive lontano da noi proprio solo perché è umano quanto noi. E non è una responsabilità, ma qualcosa che ci può aiutare ad essere migliori anche con le persone che abbiamo vicine, qualcosa che ci può migliorare la vita, insomma. La storia non sono solo gli spazi bianchi della verifica e i campari col pompelmo, ma può diventare qualcosa di molto più interessante e coinvolgente. Può diventare la Storia con la S maiuscola.

, Filippo Parola

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