Non è Le Pen ad aver perso le elezioni

Ma il suo partito medievale

Fabio Parola 09\05\2017

Emmanuel Macron è il più giovane capo di stato francese dai tempi di Napoleone. E non gli sono nemmeno serviti i cannoni, pazzesco. Vince l’ottimismo, la competenza al governo, l’europeismo e l’economia di mercato e compagnia bella. Questo scriveranno i giornali, ed è tutto vero. Scriveranno anche che Marine Le Pen ha perso. Ma questo, secondo me, non è altrettanto vero: chi ha perso davvero non è lei, ma il Front National, il suo partito. E la cosa rientra perfettamente in un ragionamento generale sullo stato dei partiti in Europa e nel mondo che se mi conosci mi avrai già sentito fare un sacco di volte (scusami allora frate) ma altrimenti vale la pena spiegarti 5 minuti.
Chiariamo le cose: su vino, formaggi e arredamento per bagno l’Italia vince sulla Francia 3 a 0. Eppure non è una novità che, in fatto di politica, i galletti siano un po’ il popolo che apre la strada in anticipo sul resto del continente. Dalla rivoluzione del 1789 a quella del (semi)presidenzialismo della Quinta repubblica, più modesta nella portata ma non meno innovativa nelle conseguenze, la Francia ha fatto per prima quello che poi hanno copiato gli altri. Anche le elezioni presidenziali di quest’anno hanno avuto il loro contenuto rivoluzionario. E non è stata la sconfitta del populismo e la vittoria dell’Europa e bla bla bla, cioè anche quello è importante ma non è la questione chiave: il sugo è che, fra Macron e Le Pen, uno ha vinto perché si è sganciato da tutti i partiti e l’altra ha perso perché con il proprio partito non è riuscita a troncare con abbastanza nettezza.
Ti propongo un esperimento mentale: pensa per un attimo se Le Pen non si fosse candidata con il Front National, ma da indipendente. Se ci guardiamo bene intorno ci sono tutti i segnali per capire che probabilmente avrebbe vinto. Mettiamo in fila ordinata due o tre ragionamenti. Primo: Macron ha vinto perché ha capito (e giù il cappello per aver avuto l’intuizione e il tempismo giusti) che se voleva fare il botto doveva buttare a mare tutto quello che poteva legarlo a Hollande, l’ex presidente per il quale aveva fatto il ministro dell’economia. Hollande non è stato solo il presidente che ha finito il suo mandato con un indice di gradimento da canzone di Enrico Papi su Youtube, ma anche la personificazione del fallimento del partito socialista di fronte alle sfide della crisi economica e del terrorismo. E ricordati sempre zio che i soldi sono importanti, ma la sicurezza ancora di più, e se un politico se lo dimentica è finito. Secondo: il fatto che il buon Fillon sia stato sgamato ad aver assunto moglie e figlio con soldi pubblici ma, nonostante questo suicidio politico, il partito repubblicano abbia comunque preso il 20% al primo turno fa capire quanto il centrodestra gaullista schifi tutto ciò che arriva dall’area FN. Un’alternativa di destra che non portasse la targa del Front National probabilmente avrebbe fatto razzia di voti repubblicani. 

Terzo: per una buona fetta di elettori al secondo turno, la scelta è stata fatta secondo il principio del the lesser evil. In pratica, per dirla come Montanelli, “turarsi il naso” e votare Marcon per fermare il Front National. Il fatto che l’astensionismo sia arrivato al 25% (roba inaudita in Francia) fa capire che lo scontento per le due opzioni sul tavolo era grande. Chi erano questi scontenti? Due gruppi, in buona sostanza: i sostenitori di Mélenchon che pur di non votare per il liberale di En Marche sono rimasti a casa; i repubblicani che non volevano votare l’ex ministro del governo socialista appena finito ma avevano ancora meno voglia di votare la candidata del Front National, odiato dalla destra gaullista francese per decenni. E qui sta il nocciolo di tutto. I socialisti, i mélenchoniani e i repubblicani che, pur non vedendosi rappresentati da Macron, lo hanno votato l’hanno fatto per non far vincere il Front National, il partito filonazista, negazionista, razzista e reazionario che conoscevano bene. La stessa Le Pen aveva intuito come stavano le cose, e negli ultimi giorni aveva cercato di smarcarsi dal partito fondato dal padre, dicendo di non essere “la candidata del Front National”, ma la candidata “sostenuta dal Front National”. È stata una mossa fatta troppo tardi e non è bastata. Forse non sarebbe bastata in ogni caso, forse solo cambiandosi il cognome Marine sarebbe riuscita a levarsi di dosso l’odore di fascismo che appesta il FN.
E allora torniamo al nostro esperimento mentale: se, invece di Marine Le Pen del Front National si fosse presentata Madame X, candidata indipendente della destra nazionalista e securtaria, siamo sicuri che avrebbe perso? Siamo sicuri che i suoi discorsi, che ricalcavano pari pari la retorica di De Gaulle e cavalcavano l’ondata anti europea non avrebbero raccolto il consenso, da un lato, degli elettori repubblicani schifati da Fillon e, dall’altro, delle classi povere tradizionalmente elettrici di sinistra? No, non è stata Le Pen a perdere. È stato il Front National ad averla fatta affondare con sé. Il fatto che i vertici del partito stiamo pensando ora a un repulisti interno e, addirittura, a cambiare nome la dice lunga su quanto pesasse la zavorra del fantasma di Jean-Marie Le Pen.
Così la gara per la presidenza francese è diventata un altro episodio che dimostra la crisi dei partiti contemporanei, sempre meno capaci di organizzare la vita politica, di disciplinare gli elettori, di portare avanti una narrazione che prescinda dal pensiero di un leader specifico. Sta roba qua è medioevo, ormai. Macron vittorioso e Le Pen sconfitta provano che oggi le cose funzionano sull’asse diretto capo-popolo. Ma già domenica scorsa l’avevamo capito, con il gigantesco je m’en fous di Renzi e del suo 70% verso quella parte di PD che ancora crede che la collegialità e l’ortodossia socialdemocratica facciano andare al governo. Per chiudere allora, forse non ha tutti i torti chi dice che una sconfitta della populista Le Pen nel 2017 vuol dire Marine presidente nel 2022, perché non è stato il suo programma politico ad aver perso, ma il partito che le ha organizzato la campagna elettorale. Se la previsione sarà vera o no dipenderà dai prossimi 5 anni di Emmanuel a Parigi. Ci aspettano tempi interessanti.

, Fabio Parola

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